Knut
Hamsun “Misteri” Corriere Boreali 24 euro 8,90
[A: 01/11/2018 – I: 11/02/2021 – T: 13/02/2021]
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[tit. or.: Mysterier; ling. or.: norvegese; pagine: 310; anno 1892]
Torniamo ancora una volta ad uno dei
caposaldi (nonché capostipiti) della letteratura del Nord. Torniamo, dopo aver
letto e gradito anni fa il suo primo libro, nonché capolavoro (“Fame”) al
norvegese Knut Hamsun. In un libro che ha quasi 130 anni, e questa volta si
sente.
Si capisce, per la forza della scrittura e
delle immagini e delle idee, sparse a piene mani, che Hamsun abbia avuto il suo
peso nella letteratura (tanto che nel 1920 fu anche insignito del Premio
Nobel). Eppur tuttavia, in questa sua furia descrittiva ed in questo profluvio
di immagini e situazioni, mi sono perso un po’. Ho perso il filo, mi trovo a
ripensare alle pagine ed alle vicende del protagonista, l’eccentrico Johan
Nilsen Nagel e vengo preso da sconforto. Cosa vuole questo quasi trentenne che
piomba, insalutato ospite anche un po’ mal sopportato, in una cittadina
norvegese, sconvolgendone, con i suoi comportamenti, l’ordinato filo delle
attività quotidiane.
Ma
soprattutto, cosa vuole dimostrare Hamsun? Che messaggio ci vuole mandare?
Nagel
arriva dal mare, con un completo di un assurdo color giallo, portando con sé
una vuota custodia di violino ed una boccetta di veleno. Chi è? Hamsun non ci
dice molto del suo passato, né delle sue intenzioni. Nagel sostiene di essere
un agronomo, ma capiamo ben presto che è una facciata. Sostiene di non essere
ricco, e si auto scrive lettere di credito per far sembiante di esserlo. Ma pur
non ricco, ecco che spende e spande corone in mance ed acquisti inutili.
Afferma di portare la custodia per capriccio, poi si improvvisa in un assolo
magistrale di violino.
In
Nagel l’autore cerca di rappresentare un “topos”, un elemento senza tempo: un
ciarlatano, una persona contraddittoria che ha cura solo di fare il contrario
di quello che si aspetta da lui “l’ordine costituito”. Con il risultato di
riuscire (è questo quello che vuole?) a scombussolare i placidi cittadini.
Sconvolge
la quarantenne vedova Martha Gould, prima con elemosine non richieste, poi con
folli promesse di matrimonio, tanto che la compita donna preferisce
allontanarsi in silenzio. Sconvolge Johannes Grögaard, detto Minuto,
considerato lo zimbello del villaggio; anima semplice, sempre pronta ad essere
servizievole con tutti, senza chiedere nulla in cambio. Nagel gli si attacca
come una piattola, lo blandisce, lo irretisce con promesse, con doni, per poi
allontanarlo freddamente. Tanto che lo stresso emotivo porterà il semplice
Minuto sull’orlo della follia.
Ma è
soprattutto con la bella Dagny Kielland che la personalità di Nagel e l’ordine
norvegese avrà il suo crollo. Donna di puntuale bellezza, promessa ad un
ufficiale di marina, assente dalla scena, sconvolge in modo totale il pur
fragile Nagel. In lui scoppia un amore totalizzante e sconclusionato, che
Hamsun rappresenta anche con sbalzi di umore e di eloquio degni di una grande
penna. Ma Dagny non ha alcuna intenzione di accondiscendere. Nagel parla,
sproloquia, assume atteggiamenti contrastanti e contraddittori ad ogni pagina.
Sostiene il rosso per un capitolo, poi passa al verde ripudiando quanto diceva
prima. Per fare un esempio, all’inizio sostiene Gladstone e la sua politica
inglese, per poi scagliarsi contro di lui, citando la posizione bigotta del
leader inglese nella controversia con il leader irlandese Charles Parnell (se
avete tempo, leggetene sulle vicende anglo irlandesi dal 1880 al 1890).
Tuttavia,
l’irresoluta capacità di Nagel di prendere posizione, di non essere capace,
come ci ricorda Magris nella bella postfazione, di prendere una posizione, di
inserirsi in qualche modo nella società, non possono che portarlo alla rovina.
Nagel vuole solo, in modo epicureo, vivere e godersi la vita, ma si rifiuta di
definire, per sé stesso ed il suo perimetro vitale, uno scopo, una modalità di
navigare verso la felicità.
Nagel,
ed Hamsun con lui, è fondamentalmente anarchico. Si sottrare a legami, a ruoli,
a impegni di qualsiasi tipo. La fine, come direbbe Holiday Hall, è nota.
Hamsun, in fondo, rappresenta anche qui l’alienazione dell’uomo, gli eccessi
disarmonici della vita, la negazione della realtà e dei suoi valori, a
vantaggio del proprio star bene. Anche quando questo fa star male tutti gli
altri. Non è una filosofia che mi appartiene, non la segue, non capisco
Nietzsche, né quello che Hamsun diventerà in vecchiaia. E non mi appassiona,
neanche dal solo punto di vista intellettuale.
Forse
solo in alcune esternazioni di Nagel, dove si scaglia contro Tolstoj ed altri
russi, a favore dell’accademico Bjørnstjerne
Bjørnson trovo della verve (anche se Hamsun li cita rovesciandone il suo giudizio
personale, e dove vi rammento che Bjørnson, dieci anni dopo, fu il primo
norvegese a ricevere il Premio Nobel).
Finisco
solo con un piccolo cross letterario laddove Hamsun, raccontando un suo sogno,
cita la Torre dei Venti di Atene, monumento costruito tardivamente
nell’antichità per ricordare comunque Eolo ed i suoi figli. Tributando quindi
un omaggio alle isole Eolie, come dal libro su Aristotele
di Margaret Doody da non molto tramato.
“Ma
se tu sapessi con quanto ardore e costanza ho pensato a te … senza mai
dimenticarti … gli altri ricordano per un anno e poi basta, io continuo a
ricordare.” (38)
“Magris:
la vecchiezza non aveva portato maturità, ma soltanto e nient’altro che la
vecchiezza.” (310)
Halldór Laxness “Gente indipendente”
Corriere Boreali 25 euro 8,90
[A:
01/11/2018 – I: 27/04/2021 – T: 03/05/2021] - &&&
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[tit. or.: Sjálfstætt fólk; ling. or.: islandese; pagine: 604; anno 1934-35]
Un grande affresco, un grande libro epico,
che, attraverso l’epopea di persone semplici, restituisce un dipinto della
profonda anima islandese: dura, solitaria, ma anche pronta alla vicinanza dei
simili, specialmente se reietti, e spesso in contrasto con l’ufficialità, il
potere, in particolare nelle sue espressioni più coercitive.
Faccio un inciso inziale sulle date: due sono
gli anni di pubblicazione che il libro, per la sua mole, venne pubblicato in
due parti, una nel ’34 con il sottotitolo “Landnámsmaður Íslands” ed una
nel ’35 con il sottotitolo “Erfiðir tímar”. In italiano, il titolo è
correttissimo, e le due parti si traducono “Il colonizzatore d’Islanda” e
“Tempi duri”. Riunti sotto l’altrettanto esatto titolo di “Sjálfstætt folk”, cioè “Gente indipendente”.
L’autore è considerato poi il fondatore
della letteratura islandese, non a caso premio Nobel per la letteratura nel
1955. Nasce nel 1902, in un
aprile sotto il segno del toro, con il nome di Halldór Guðjónsson. Nome che poi
cambierà utilizzando come cognome il luogo della sua infanzia, Laxness, una
fattoria a 12 km da Reykjavík. È un caparbio giramondo, dai venti anni comincia
a girare l’Europa e poi anche l’America. Negli anni Trenta scrive i suoi
romanzi migliori, anche se poi continuerà a produrre cose considerate egregie
anche negli anni Cinquanta e Sessanta (metto il dubitativo, che non molto è
tradotto in italiano). Finirà la sua vita a più di 95 anni, purtroppo avendo
gli ultimi anni funestati dall’Alzheimer.
Veniamo allora al testo, che segue una gran
parte della vita di un eponimo islandese Guðbjartur Jónsson, familiarmente
chiamato Bjartur. All’inizio ero rimasto un po’ disorientato, che l’attacco del
libro sembrava riprendere troppo le modalità descrittive di Selma Lagerlöf, con
le sue disquisizioni epiche. Poi, però entriamo nei personaggi, nella vita
quotidiana, nella lotta per la propria personale indipendenza di Bjartur.
Bjartur ha lavorato diciotto anni presso un
padrone, ora ha messo da parte i soldi, ha sposato Rósa, ed entra in possesso
di una fattoria, che battezza Sumarhús (la casa dell’estate). Ma non sarà mai
solatia come la bella stagione. Non si trova con Rósa, pensa più al gregge che
alla moglie. Anche se lei è incinta va in giro a trovare pecore e renne ed
altri animali. Così che, al ritorno, trova Rósa morta di parto, ed una piccola
creatura accudita dalla cagna. Le mette il nome di Ásta Sóllilja (che si può
tradurre come “Amato Girasole”). Ma non la può accudire da solo, così che si
mette in casa una donna di buon carattere, Finna, e Hallbera, la madre di lei.
Nella seconda parte, sono passati dieci anni.
Bjartur e Finna si sono sposati ed hanno avuto tre figli: Helgi, Gvendur
(Guðmundur) e Nonni (Jón). Questo è il capitolo della durezza e delle
rivelazioni. Bjartur scopre che l’amato girasole è figlia del suo vecchio
padrone di casa. Poi ci sono passaggi alla fattoria, un aiuto che poi aiuta
poco, un pittore che porta aria nuova, ma che non si rivela molto a modo. Il
vecchio padrone gli regala una mucca, ma Bjartur non è contento: avrà latte, ma
anche meno fieno per le sue amate pecore. Bjartur e Ásta Sóllilja fanno una
gita in città, ma la ragazza ne esce più sconvolta che felice. Vengono momenti
di carestia, Finna si ammala. E quando Bjartur, dovendo decidere se soffrire o
uccidere la mucca, decide per la seconda opzione, anche Finna ci lascia.
La terza parte, se vogliamo, è ancora più
cruda e difficile. Non a caso, il titolo è “Tempi duri”. Muoiono
inspiegabilmente molte pecore, una cooperativa cerca di associare i contadini
ma Bjartur preferisce il suo vecchio sodale per investire i suoi soldi. Helgi,
responsabile delle morti ovine, fugge e scompare nei crepacci islandesi. Il
sodale fallisce e Bjartur si trova senza soldi. Va in città per rimettere in
sesto l’economia familiare, ed invia un precettore per far studiare i figli
rimasti. Ovvio che, per una serie di motivi, data la solitudine, Ásta Sóllilja
rimane invaghita del tipo, e poi anche incinta. L’unico a risolvere in positivo
è il piccolo Nonni, che, invitato da parenti, riesce ad andare a vivere in
America. Al suo ritorno, Bjartur scopre la gravidanza di Ásta Sóllilja e la
scaccia di casa.
Il quarto è un “libro” di transizione. Prima
viene la Guerra che porta benessere perché la lana islandese è molto richiesta.
Gvendur potrebbe andare in America, ma si innamora di una donna sbagliata e
perde tutti i soldi. Bjartur decide di investire i soldi in una casa in
cemento. Che consuma tutti i suoi averi, fino a che, la fine della Guerra,
porta recessione. Anche se potrebbe essere aiutato da una nuova donna che
circola per casa, l’orgoglioso Bjartur continua a voler essere indipendente, e
scaccia tutti, o tutti si allontanano. Cerca di riavvicinarsi alla figliastra,
ma anche lei lo rifiuta. La bancarotta costringe Bjartur a svendere la casa, e
con l’unico figlio rimasto e nonna Hallbera decide di lasciare la casa
dell’estate e rifugiarsi nella capanna della vecchia a Urdarsel.
Siamo arrivati alla fine. Bjartur e il figlio
si fermano ad una riunione di comunisti, che convincono Gvendur a rimanere con
loro. La mattina passa davanti alla casa di Asta Sóllilja, rimasta sola e
malata con la figlia piccola. E finalmente i due si riconciliano e vanno a
vivere a Urdarsel.
Seppur cercando di ridurre il commento
all’essenziale, non sono riuscito ad essere più stringato di così. Ed ho
tralasciato molte parti, e molte descrizioni che solo noi islandofili riusciamo
a digerire. È un libro che, nella sua “fredda” nordica, potrebbe essere
considerato l’antesignano del nostro emisfero dei Cent’anni di Garcia Marquez.
E non solo, come citato sopra, c’è il rapporto con la natura di Selma Lagerlöf,
ma ci si può trovare (soprattutto nella parte finale) il realismo sociale di
Jorge Amado. E perché no, l’analisi dei personaggi come poteva derivare da
Dostoevskij.
Alla fine, per tornare al testo, i due
protagonisti della saga, il brutale ma eroico Bjartur e la dolce, strabica Ásta
Sóllilja, hanno tutte le cattive qualità per risultare antipatici: sono
stupidi, rozzi, ciechi, eppur tuttavia non li dimentichiamo facilmente. Sono
esemplari, che tutto il loro mondo si racchiude nei confini della fattoria.
L’amore strania la debole personalità di Ásta Sóllilja, perché nessuno le ha
mai spiegato cosa sia. Bjartur, nella smania di essere indipendente, non fa che
prendere decisioni che hanno il solo risultato di isolarlo, quindi di
incattivirlo. Bjartur è un antieroe, ma è la grandezza della scrittura di
Laxness che ne rende immortale l’epopea. Forse non sono attuali, ora negli anni
Venti di questo secolo. Ma sono lì da dove noi si viene. Sono i nostri nonni,
quando non sono ancora i nostri genitori.
Un’ultima raccomandazione: NON leggete questo
libro (molto bello)! Potreste avere subito il bisogno (che a me è venuto e
viene mentre ne lessi e mentre ne parlo) di visitare (di tornare in) l’Islanda.
[A:
31/12/2018 – I: 23/06/2021 – T: 25/06/2021] - &&&
e ½
[tit.
or.: Englar alheimsins; ling. or.: islandese; pagine: 225;
anno 1993]
Pur non essendo una fucina infinta di autori,
in questo giugno in cui i miei cari amici hanno realizzato un grande ring
islandese, ecco che è già il secondo autore dell’isola nordica che capita nelle
mie trame. Autore molto noto in patria, poeta, romanziere, traduttore ed altro
ancora, nato un giorno fausto (il 18 settembre) di molti anni fa.
Il libro, devo dire, non è per nulla facile,
anche se alla fine risulta interessante, ed anche a suo modo coinvolgente. Il
testo nasce da una tragedia personale e privata di Einar, la morte (forse
suicidio, ma non sono riuscito ad appurarlo) del fratello Palmi, più grande di
lui ed affetto da schizofrenia. E schizofrenico, o comunque colpito da disturbi
della personalità è il protagonista del romanzo. Che, per vicinanza al
fratello, viene chiamato Pall, cioè Paolo in islandese.
La difficile strada scelta da Einar è di
narrare della malattia soggettivamente, dalla parte di Pall, che, fin dalle
prime righe, ci dice che appunto sta parlando di sé da una prospettiva particolare:
è morto suicida, e vede la sua vita in prospettiva. Una prospettiva che porta
anche il lettore a seguire i fatti, le allucinazioni, i sentimenti di Pall, dal
suo punto di vista. E come Pall, anche noi non capiamo il perché della
malattia. Certo, indizi ci sono, ma sono indizi labili, validi un po’ ovunque,
per molte patologie (ed anche per molti stati d’animo non patologici). Un
cattivo rapporto con i genitori. Una difficoltà a rapportarsi con gli altri,
siano essi i propri fratelli, o i propri amici, o le donne in genere.
Il viaggio nostro condotti per mano da Pall,
ci fa conoscere i protagonisti del disagio, le persone cosiddette “diverse” (ma
dov’è il confine tra normalità e follia?), ci descrive la loro solitudine, ci
dipinge con colori crudi la loro incomunicabilità verso il mondo. Che certo è
un’incomunicabilità a due vie. E nello stesso tempo, quasi a volte prendendo il
volo, e parlando d’altro, ci porta nella natura islandese, nella potenza e
nella contemporanea delicatezza dei suoi paesaggi. A me rende sempre viva
l’immagine dei suoi colori. Quelli forti, quando c’è il sole nel giugno
assolato delle notti senza ombre. Quelli tenui, verso i tramonti al nord, verso
le scogliere di Akureyri o verso l’isolotto dei puffin. Quelli di un bianco
senza contrasti dei ghiacciai eterni. Quelli scuri, ombrosi, impenetrabile,
delle notti invernali.
Pall, da quel suo posto ormai fuori dal
mondo, ci porta dentro il mondo reale e dentro il suo mondo immaginario.
Seguiamo la nascita, nel marzo del ’49, lo stesso giorno dell’entrata
dell’Islanda nella NATO. Un giorno di lotte, per gli islandesi. Un giorno
fondamentale per Pall. Segnato dal sogno della madre: quattro cavalli che
corrono, tre roani, belli potenti, uno maculato, presto stanco, tanto che si
accascia e muore. Pall avrà tre fratelli, e capite da soli la metafora.
Pall giovane, con i suoi amici bambini,
scherzoso, intelligente. Pall in campagna, a pascolare mucche e pecore,
atterrito da navi ignote. Pall a scuola, con i suoi amici che lo
accompagneranno fino all’adolescenza. L’uno che sembra realizzarsi per poi
buttarsi in un fiordo. L’altro che non si trova, e finirà alcolizzato in
Danimarca. Pall vicino alle donne, dove sembra farsi normale, ma che non
accetta rifiuti, che diventa violento, che si dà alle droghe per superare i
dolori. E che da quelle droghe, e da quell’alcool non uscirà più fuori.
Pall che sogna di essere un Van Gogh
redivivo. Che alla fine non può che entrare ed uscire dal grande ospedale
psichiatrico. Dove incontra i suoi ultimi amici. Baldvin il re d’Inghilterra,
Oli il Beatle mancato, e Petrus, con cui farà un sodalizio apostolico (Pietro e
Paolo, ovvio), fino alla morte di Petrus. Per poi, lui nato in un giorno
speciale, congedarsi da noi e dal mondo in un giorno normalissimo.
Pur con tutta la difficoltà immaginabile,
Einar non ci lascia soli in questo viaggio, non ci fa sentire altri. Anzi,
spesso ci fa sentire meno normali di Pall. A volte pecca di lirismo forse
inutile, di voli di parole che non seguo a fondo, per cui alla fine è ben sopra
la sufficienza, anche se non verso vette altissime.
Un libro che fa riflettere, che sottolinea,
dal punto di vista letterario, quello che dirà Vasco in una sua canzone “perché
la vita è tutta un equilibrio sopra la follia”. Quant’è vero!
“È comunista e
non se ne vergogna: o si è comunisti o si è idioti.” (72)
“L’ho
amata tanto che è passata come una gomma da cancellare sul mio cuore e ha fatto
sparire qualsiasi altra donna.” (108)
Levi Henriksen “Norwegian Blues” Corriere
Boreali 32 euro 09,90 (in realtà scontato a 8,90 euro)
[A: 31/12/2018 – I: 04/07/2021 – T: 05/07/2021]
- &&&+
[tit. or.: Harpesang; ling. or.: norvegese; pagine: 297; anno 2014]
Levi Henriksen è uno strano personaggio
nell’ambito del panorama culturale norvegese. Intanto è un toro (15 maggio) e
questo non guasta. Nasce musicista (basso) e si fa un piccolo nome nel mondo
musicale intorno alla sua città natale, Kongsvinger. Poi dopo i quaranta anni
comincia a scrivere, con storie ambientate spesso nella sua cittadina, ed anche
sovente legate a quel mondo, provinciale e molto religioso. Come lui stesso,
proveniente da una famiglia di grandi tradizioni pentecostali. E come si evince
anche da questo romanzo.
Ha sempre avuto (per quanto ne ho visto io)
un discreto uso dell’ironia, specie nelle titolazioni delle sue uscite.
Un’antologia intitolata “L’uomo che non era di Kongsvinger”, la canzone “Albert
Einstein non ha mai vissuto nella mia città” ed il romanzo “La neve cadrà sulla
neve già caduta”. Qui, il titolo è abbastanza tranquillo, peccato che sia
stravolto nell’edizione italiana. Allora, il libro si chiama “Canto dell’arpa”.
E si sa che l’arpa è uno strumento molto presente nella musica soft, in quella
da camera ed in quella religiosa (come mi ricordava sempre mia zia Isabella in
gioventù). Qui, l’arpa si trasforma in un “blues norvegese” … Ora, è vero che
siamo in Norvegia, è anche possibile sentire un’atmosfera blues nel libro, ma
un’arpa blues…
Ma
veniamo allo svolgimento dello scritto. Che, come detto e come si può intuire
dalle parole sulla vita di Levi, è pervaso di musica e misticismo (o meglio,
religiosità). Il protagonista è un discografico, quarantenne ormai stanco della
sua vita un po’ falsata da regole che non condivide più (ne farà una parodia
verso la fine, con quell’insistere sull’inglese, sulle abbreviazioni, sulla
pubblicità di cose inutili, ed altro che fa di quell’industria, a volte,
un’insulsa appendice di altro, mentre dovrebbe tenersi vicino al suo fulcro: la
musica). In una chiesa, presente a causa di un battesimo, sente un trio di
anziani cantare a cappella canzoni di argomento religioso. Ma non è il testo, o
non è solo il testo, che colpisce Jim. È la purezza e l’armonia delle voci.
Da
questo punto si instaura un braccio di ferro tra lui ed i tre fratelli Thorsen:
Timoteus, Maria e Tulla. I tre sono più o meno ottantenni, hanno ancora voci
angeliche, ed in gioventù avevano successo come cantanti-predicatori. Tanto che
fecero anche una tournée in America. O meglio, come dice Maria, nell’America
norvegese, laddove si insediò l’emigrazione scandinava.
C’è
un lungo braccio di ferro tra loro e Jim, laddove il discografico, dismettendo
tutti i suoi panni esteriori, ritorna alla sua essenza umana (spogliarsi del
superfluo per essere sé stessi, uno dei messaggi religiosi di Levi), e uno dopo
l’altro, entra in comunione con i tre Thorsen.
Prima
con Tulla, la più giovane, quella dalla vita più movimentata, che in America
conosce Jingo un musicista jazz di colore, si innamorano, si sposano, fanno un
figlio, Jingo muore, il figlio ha a sua volta un figlio, che dirazza, che
abbondano la serietà e serenità dei suoi avi canterini, e diventa un “mercante
del tempio”. Cosa che costringerà Jim a lottare con tutte le sue forze per
emarginarlo.
Poi
Maria, l’elemento equilibratore del trio, quella che non sbanda mai, ma che
forse ha segreti che non dirà nemmeno a Jim, quando riusciranno a comunicare.
Ed infine Timoteus, il più scorbutico, ma anche il più ironico. Quello che da
cinquanta anni soffre il dolore di non aver avuto la possibilità di sposare
Thina. Quello che prende in giro Jim perché si scusa sempre, senza avere il
coraggio delle proprie azioni. Ma casualmente, sarà Jim ad organizzare un
concerto presso la struttura di Thina, iniziando un processo di riavvicinamento
che porterà a situazioni nuove ed inaspettate nel piccolo mondo antico di
Kongsvinger.
Così,
mentre i tre anziani riscoprono il gusto della vita e dell’amicizia, anche in
questa tarda epoca della vita, Jim riscopre la bellezza di una vita meno
frenetica, dove può tornare alla musica più genuina e vicina alla sua
sensibilità. Levi chiude il suo cerchio, battendo molto su alcuni temi che
spiccano come casse di risonanza nella letteratura scandinava: la voglia di
fuggire dal caos della città (rifugiandosi così in questa poco abitata
cittadina pochi chilometri fuori Oslo), il contatto con la natura (Greta docet),
ma anche la musica come aiuto, la solitudine come risorsa, l’ineluttabilità
della vecchiaia e l’avvicinarsi della fine. Non sempre il libro è su alti
registri, cadute sono inevitabili. Ma anche la religiosità di Levi, che
potrebbe essere di intralcio, è invece lieve ed accompagna docilmente
l’andamento del romanzo.
“Il
grande amore … era finito … Un amore del genere capita una sola volta nella
vita. O si impara a convivere con la sua perdita, o si cola a picco.” (156)
Siamo alla seconda trama, e quindi vi porgo
un allegato sul volo, sperando di tornare presto a farlo.
Mentre per le citazioni, mi rivolgo ad un Alessandro Baricco d’annata, che in “Questa storia”, continua
a suggerirmi alcuni comportamenti intelligenti, “se ami qualcuno che ti ama, non smascherare mai i suoi sogni”,
ma soprattutto, un suggerimento su come non passare il proprio tempo: “la
gente vive per anni e anni, ma in realtà è solo in una piccola parte di quegli
anni che vive davvero, e cioè negli anni in cui riesce a fare ciò per cui è
nata. Allora, lì, è felice. Il resto del tempo è tempo che passa ad aspettare o
a ricordare.”
Per il resto, vorrei continuare a dedicare questi ultimi mesi del 2021 per incontrare tutti gli amici che non sono riuscito a vedere (spesso) in quest’epoca clausurale, e continuare a festeggiare con loro. Loro sanno perché (ed anche Guðmundsson lo sa). Quindi posso anche continuare ad abbracciarli.
CURARSI CON I LIBRI di Ella Berthoud e Susan Elderkin con i
“bugiardini” di Giovanni
OTTOBRE 2021
Una cura pensando, sperando che
presto si ritorni a viaggiare
I DIECI MIGLIORI ROMANZI DA LEGGERE DURANTE UN VIAGGIO IN AEREO
Così avvincenti che dimenticherete di essere a diecimila metri da terra.
Jorge Amado “La bottega dei miracoli”
Niccolò
Ammaniti “Io non ho
paura”
Paul Auster “La città di vetro”
Denis Diderot “Jacques il fatalista”
Jerzy Kosinski “Oltre il giardino”
William
Somerset Maugham “Il filo del rasoio”
Raymond Queneau “I fiori blu”
Rudolf Erich
Raspe “Il barone di
Münchhausen”
Alice Sebold “Amabili resti”
Jules Verne “Il giro del mondo in
80 giorni”
Bugiardino
Anche
se, a parte Diderot e Maugham, li ho letti tutti, le letture risalgono a tempi
molto lontani, che poco ricordo e soprattutto nulla scrivevo. Amado lo lessi se
non ricordo male una trentina di anni fa, mentre Queneau, Raspe e Verne
risalgono alle mie letture da ventenne. Auster fu divorato agli inizi di questo
secolo, insieme a Kosinski (e contemporaneamente al bellissimo film). Rimane
Ammaniti, che lessi agli inizi di queste scritture, con un commento
sinteticamente fulmineo. Quindi, solo Alice merita un suo degno spazio.
Niccolò Ammaniti “Io non ho paura” Einaudi euro 9,50
[tramato il 31 marzo 2007]
Bella scrittura, ti avvolge e ti porta sino alla fine.
Meglio il libro del film. Un buon scrittore italiano.
Alice Sebold “Amabili resti” E/O euro 11
[tramato il 24 maggio 2015]
Ecco
un altro di quei libri di cui uno sente tanto parlare e non sa se comprare o
meno, se leggere o meno. Rimasto a lungo nell’indecisione, sotto la spinta
libropatica che ormai avete imparato a conoscere, mi sono deciso ad intraprenderne
l’ardua lettura. Ardua non in quanto difficile, ma in quanto mi aspettavo
qualcosa di leggermente più “realistico”.
Soprattutto
dopo quell’attacco in prima persona in cui la narrante confessa di essere una
ragazza di quattordici anni, stuprata ed uccisa. Quest’artificio si può
accettare, visto che così Suzie, la protagonista, può descriverci gli
avvenimenti e commentarli, agendo come “deus ex-cathedra” della storia (non
machina giacché non riesce praticamente mai ad intervenire, e tuttavia descrive
e bene quello che accade ed i sentimenti degli attori sulla scena).
Quello
che mi è andato meno a genio è quel sottofinale un po’ fantasy, quasi ad
imitare il film “Ghost”, quello con Demi Moore, per intenderci. Tralasciando
questa parte, ed anche il finale vero e proprio, dove vediamo i protagonisti (a
parte la morta) cresciuti ed il cattivo… beh quella del cattivo non ve la dico.
Comunque,
tralasciando le ultime 40 pagine, veniamo al libro in sé, alla parte “sana” del
racconto. Sicuramente, c’è tutto un grido di dolore contro le ragazze stuprate
in giro per tutta l’America, dove credo sia un fenomeno con una ricorrenza ed
una risonanza maggiore che da noi (ovviamente, con questo non dico che non ci
sia anche in Italia; tuttavia, un conto è lo stupro, che penso sia purtroppo
presente costantemente, un conto è l’omicidio che ritengo meno frequente nel
nostro vecchio e bistrattato mondo).
Contro
l’assassino, contro la polizia che spesso è incapace di trovare prove e portare
a compimento indagini (ed il libro è più realistico di molte fiction tv, a
volte troppo consolatorie, dove i colpevoli sono sempre puniti). Vediamo i modi
con cui George circuisce ed uccide la piccola Suzie, il modo con cui prende in
giro vicini di casa e poliziotti. Poi la stessa Suzie ci porta negli omicidi
precedenti dello psicopatico, ci fa vedere come solo suo padre Jack pensa a lui
come colpevole. Ci porta accanto alla sorella Lindsey che trova possibili
prove, ma anche ci fa vedere come George riesca a scappare perché… Questo tormentone,
poi, ci seguirà per tutto il romanzone.
Insieme
alla storia della famiglia di Suzie, e di alcuni personaggi che le sono vicini
e che vengono coinvolti dal dolore della morte e dalla incapacità, per molto
tempo, di elaborare il lutto. Abbiamo la madre, che era compressa nel ruolo di
portare avanti una famiglia senza molto aiuto da parte di Jack, che prima cerca
di rifiutare la morte, poi di esorcizzarla (magari con una scopata selvaggia
nei momenti meno opportuni), poi, quando non può fare a meno di costatarla,
decide di fuggire. Lascia la famiglia e la Pennsylvania, e si rifugia in
California, fino a che …
C’è
Jack, il gran lavoratore, tutto preso dall’amore verso il figlio maschio, ma
che rimane attonito alla morte di Suzie, non ne esce fuori, abbandona (almeno
di testa) la moglie ed il resto, aggrappandosi a piccoli episodi e riti
quotidiani, ma che rimane (per me) una figura di poca simpatia.
C’è
il fratellino Buck, troppo piccolo per capire a pieno la morte di Suzie
(all’inizio ha quattro anni), poi cresce coccolato dal padre, con l’idea
dell’esistenza di questa strana sorella mai realmente conosciuta, ma anche con
la mancanza della madre che, rabbiosamente, rivedrà solo dieci anni dopo.
Inciso: alla fine il romanzo copre un po’ più di dieci di storia, dalla morte
di Suzie allo scioglimento del suo Cielo (checché voglia dire quello che ho
scritto).
C’è
la sorella Lindsay, quella più brava, più intelligente, più colpita dalla morte
(che da entità a sé, diventa “Lindsay, la sorella di…”). Quella che trova le
prove della colpevolezza di George, quella che si innamora di Samuel, un
compagno di classe, con il quale, dopo la laurea, decide di sposarsi ed andare
a vivere in una casa fortuitamente scovata nei boschi, e di proprietà del padre
di Ruth.
C’è
Ruth, appunto, quella dark, quella strana, quella sfiorata dall’anima di Suzie
quando questa muore, che dedicherà la sua vita di poetessa alternativa alla
commemorazione di Suzie ed alla ricerca di tutte le altre ragazze morte, per
ricordarle nei suoi diari. Coinvolgendo, non spesso ma nei momenti
significativi, l’indiano Ray, quello innamorato di Suzie, quello, solo, che
riuscì a darle un bacio vero prima della morte della nostra eroina. Speravo che
Ray e Ruth si mettessero insieme, ma non era destino, anche se…
Insomma,
tutta la parte non “poliziesca”, è dedicata agli sforzi di Suzie di far
accettare la propria morte ai propri cari. E tutto il libro è quasi un inno
alla elaborazione del lutto, ed alla maniera, quindi, di uscirne in modo
positivo. L’utilizzo di metodi fantastici, tuttavia, mi ha fatto apprezzare
meno questo sforzo. Rimane tutto avvolto in un po’ di favolistico, che mi è
poco congeniale, poco fruibile in questo nostro mondo concreto. Dove,
purtroppo, tanti lutti avremo da elaborare, fortunatamente non così “funesti”
come questo. Peccato!
Conclusioni
Libri mediamente avvincenti, con
il mio adorato Queneau su tutti. Io avrei aggiunto “Un indovino mi disse” di Terzani,
non perché solo avvincente, ma perché sommamente bello da leggere.
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