lunedì 29 settembre 2025

Donne nel mondo - 28 settembre 2025

Alla fine di una bella estate, da un lato, avendo riorganizzato qualche indirizzario riesco ad inserire nuovi lettori, con la solita personale preghiera. Se vi stufate o non siete interessati, basta una mail e vi rimuovo da questa lista. Non ovviamente da tutte le altre.

Questa settimana ci occupiamo di scrittura al femminile con cinque scrittrici di cinque lingue diverse. In testa, e con distacco, un altro ottimo libro dell’islandese Auđur Ava Ólafsdóttir. Sul podio a pari merito, con delle buone prove di scrittura l’italiana Chiara Valerio e la francese Anne-Laure Bondoux. In coda, con prove alternanti, di interesse lo spagnolo dell’argentina Gabriela Cabezón Cámara e l’inglese della cino-americana Lisa See.

Gabriela Cabezón Cámara “Las aventuras de la China Iron” Random House s.p. (regalo di Alessandra)

[A: 25/04/2025 – I: 30/04/2025 – T: 02/05/2025] - &&   

[tit. or.: originale; ling. or.: spagnolo; pagine: 185; anno 2017]

Come spero abbiate in mente, quando visito un paese dalla lingua nota, cerco di trovare qualche libro, in genere non troppo vecchio, per stare più in contatto con la visita. Non avendo molte informazioni sulla letteratura argentina attuale, mi sono affidato, in prima battuta, alle discussioni online su alcuni siti internazionali di letteratura. Dalla rosa di nomi proposta, l’unico libro disponibile presso la bellissima libreria “El Ateneo” era questo “Las aventuras de la China Iron” di Gabriela Cabezón Cámara.

Abbastanza semplice in lettura, almeno fino a pagina 130, dove cominciano a comparire alcune pagine bianche. Il libro si legge ugualmente, pur saltando alcuni passi. Fortunatamente, l’ottima casa editrice Random House Argentina, cui ho posto il problema, mi ha inviato il libro in formato PDF, così che ho potuto integrare agevolmente la lettura.

Intanto, va detto che Gabriela Cabezón Cámara è una giornalista ben nota in patria per le sue posizioni femministe ed in difesa di tutte le donne, nonché attivista del mondo LGBT. Quasi sessantenne ha scritto solo quattro romanzi, e qualche racconto, privilegiando in genere il giornalismo, l’esposizione pratica e visibile delle sue idee, nonché tutte le iniziative in favore delle donne, come la fondazione del movimento di tutela femminile “Non una di meno”.

La scrittura, abbastanza di facile lettura nei momenti descrittivi, si impenna nei momenti lirici, facendomi diverse volte fermare per ricorrere a traduzioni esplicative di piccoli passaggi. Ma nel complesso è un libro potente, probabilmente molto di rottura in patria, e di certo ben visto nel continente americano, laddove arrivo tra i finalisti dell’International Booker Prize nel 2020.

L’adesione e vicinanza al mondo letterario argentino deriva da una osservazione dell’autrice che è stata poi l’elemento scatenante del progetto-libro. In Argentina, uno dei pilastri storici della scrittura è la cosiddetta “gauchesca”, nata in contrapposizione all’imperialismo letterario europeo e che è basata sull'usare il linguaggio dei gaucho e riflettere la loro mentalità. Leggendo di questi libri, Gabriela si rende conto che mai viene espresso o messo in luce il punto di vista delle donne. Decide quindi di prendere il massimo esemplare di questa letteratura, il “Martin Fierro” di José Hernandez, facendone quasi una riscrittura in termini femminili.

Intanto, l’io narrante è una donna. Ma non una donna qualsiasi. Una donna che, dopo essere stata abusata e maltrattata in tenerissima età, viene vinta per scommessa da Martin Fierro, divenendone la moglie. Dopo avergli dato due figli, mentre Martin lascia il paesello per servire il paese come soldato, lei fugge accompagnata dal solo cane Estreya. E da qui cominciano le sue peripezie gauchiste.

Che iniziano anche dal nome. Nel “Martin Fierro”, la sposa di Martin viene indicata come “la China”, che significa ragazza, donna. La narratrice quindi quando le chiedono come si chiama risponde China, ma, come si dice nel capitolo 4 “La China no es un nombre”. Così che lei si autonomina Josephine Star Iron. Joséphine come omaggio e riferimento all’autore del “Martin Fierro”, Josè Hernandez. Star riferendosi alla sua cagna Estreya e Iron nella trasposizione in inglese del nome del marito (Fierro à Iron à Ferro).

Veniamo così alle avventure vere e proprie della gaucha del titolo. Che nella sua fuga incontra una donna inglese, Elizabeth, alla ricerca del marito, argentino e probabilmente soldato insieme a Martin. Sono loro due, Liz e China che attraversano tutto il romanzo, con molte piccole avventure e disavventure, tutte in qualche modo con una visione femminile di quel mondo maschile.

Intanto, già la tripartizione del testo usa i tre capitoli con nomi che i gaucho conoscono bene, ma rovesciandone caratteristiche e sensibilità. Epitomi della scrittura di Hernandez sono il deserto, il forte, l’entroterra. Nel deserto si rispecchiava l’immobilità del destino dei gaucho, mentre qui Liz e China attraversano il deserto, costruiscono il loro sodalizio ed arrivano ad uscirne. Per arrivare appunto al forte, non più elemento di cameratismo ma ribaltamento delle idee del gaucho che ne mostrano la limitatezza. Ed infine l’entroterra, la patria del gaucho, che China reinventa, dedicandola al potere del desiderio, verso un’armonia globale, dove loro, Liz, China e gli altri “devono vedersi” (cioè esistere nel loro modo di essere), ma loro, gli altri “no nos van a ver” (loro non ci vedranno). Il messaggio forte che Gabriela vuol fare uscire da queste pagine.

Ma, in breve, cosa succede nell’anti gauchista romanzo? Nella prima parte c’è la conoscenza che abbiamo della China, di Liz, del perché stanno viaggiando, e nel come. L’aiuto che dà loro Rosario, un conduttore di muli, dove il nome, generalmente è usato per le donne, mentre qui il maschio Rosario viene spesso chiamato Rosa, e vestito anche in abiti femminili. Assistiamo anche alla conquista amorosa della China da parte dell’inglese Liz, con la duplice valenza sia di affermare una completa libertà, come da posizioni storiche di Gabriela, sia adombrando il colonialismo inglese che in certe fasi storiche ha oppresso il continente, lasciando quella ferita aperta che è ancora la diatriba Falkland/Malvinas.

Poi si arriva al forte, dove al comando c’è un generale inflessibile che non a caso si chiama Josè Hernandez (ed avete subito capito il riferimento). Nel forte Josè raduna un forte numero di gaucho nel tentativo di civilizzarli, di trasformarli da bruti abitanti delle pampas in cittadini utili. Peccato che vengano utilizzate forme coercitive talmente brutali, che il rischio è di radicalizzare il gaucho nella parte “incivile”. Poi, cercando com’è ovvio il bruto Josè di assalire sessualmente Liz, che viene salvata dalla China travestita da uomo. Così che alle nostre eroine non resta che fuggire nell’entroterra.

Dove finalmente trovano i rispettivi mariti, trovano un mondo di libertà ed armonia con la natura, dove sono abolite tutte le distinzioni: sociali, intellettuali e di genere. Non c’è proprietà privata, non ci sono famiglie chiuse. Tutti sono uguali nei diritti e nei doveri: uomini, donne, e tutte le altre possibili identità. In questo mondo idilliaco, si esaltano le parole di Gabriela e la sua visione LGBT del mondo, nonché ulteriori ironie sui gaucho.

Martin Fierro si traveste da donna ed ha una relazione con un uomo, Liz e la China si amano e si lasciano, ed alla fine la China trova un nuovo amante, decidendo di cambiare il suo nome in Tararira, sancendo definitivamente il passaggio dalla mitologia dei gaucho ad altro. Che il nome, in spagnolo, è sinonimo (anche) di svitato, di persona “pazzariella”, ma è anche il nome di un pesce, il pesce lupo. Nota etologica dedicata a mio cugino: il tararira depone le uova in acque poco profonde ed è il maschio che se ne cura e fa da guardia.

Per tornare al testo, anche il suo nuovo nome è programmatico, portando la China a diventare una piccola leader della comunità, al fine di guidarla in luoghi inaccessibili agli altri, dove nessuno li potrà vedere.

Come avete capito, è un libro fortemente a tesi, con qualche forzatura dove la struttura deve arrivare a dimostrare l’assunto della scrittrice. Ma di certo è un lavoro pensato a lungo e realizzato con fine capacità. Pieno di rimandi, pieno anche di poesie, come il Martin Fierro, spesso usate in modo ironico, cosa che Hernandez non fa né avrebbe mai fatto.

Forse questi, che per un argentino sono punti interessanti, ci portano ai limiti, per noi al di qua dell’oceano, di questa operazione. Forse conoscendo la letteratura gauchesca, ed avendo letto, almeno, “Martin Fierro” e “Don Segundo Sombra” di Ricardo Güiraldes, ne avremmo capito ed apprezzato meglio. Nei limiti a noi concessi, un’operazione curiosa che lascia lo spazio ad approfondimenti futuri, ma che nello specifico si barcamena in un limbo di piacere mediano.

Auđur Ava Ólafsdóttir “Miss Islanda” Einaudi euro 11,50

[A: 14/07/2021 – I: 07/05/2025 – T: 08/05/2025] &&&& --  

[tit. or.: Ungfrú Ísland; ling. or.: islandese; pagine: 196; anno 2018]

Auđur Ava Ólafsdóttir è una scrittrice di cui ho letto molto, che ritengo sia un esempio fulgido di scrittura e di rappresentazione, visiva e corale, di quel paese che amo, nonostante tutti i suoi difetti. Anche qui, la cosa migliore e fulgida è proprio la rappresentazione della realtà islandese in un determinato momento storico. Purtroppo, l’urgenza di mandare quel forte messaggio che, in fondo, non molto è cambiato in sessanta anni, rende la trama a volte un po’ lenta, quasi inconcludente direi. Così che anche i personaggi che potrebbero avere un buon spessore, attraversano momenti di stanchezza.

Tanto che io, aspettandomi qualche colpo di coda, alla fine mi vedo costretto ad abbondare in segni meno. Non c’è uno scatto finale. Certo, molti suoi romanzi scivolano in finali aperti o quasi da scritture minimaliste. A volte è un bene, che noi lettori si prosegue la trama nella mente, e a volte non lo è, che si vorrebbe un’empatia maggiore con i personaggi per accompagnarli oltre la pagina. Cosa che con Hekla non succede. Ovviamente parlo di Hekla la protagonista, e non l’omonimo vulcano famoso per l’eruzione spettacolare del 1947.

Però, prima di entrare nella trama, semplice ed in un certo senso priva di acuti, sarebbe bene riflettere sul messaggio che percorre le pagine del libro. Ora, noi che visitiamo l’Islanda attuale ne vediamo gli aspetti libertari, di condivisione, di uguaglianza, di rispetto. La nostra scrittrice ci manda qui, invece, due messaggi. Innanzi tutto, non è stato sempre così, e per arrivare qui ci sono voluti, come diceva Churchill, “sangue, sudore e lacrime”. Ed in secondo luogo, abbiamo realmente abbattuto tutti gli steccati che vediamo nel testo. Sia in patria, che in tutto il resto del mondo.

Allora, poniamoci concordemente al testo, in quell’anno mirabilis che fu il 1963. Ricordo di passaggio che uscì il primo LP dei Beatles, Paolo VI venne eletto Papa, Martin Luther King organizza una gigantesca manifestazione antirazzista (quella di “I have a dream”), viene ucciso John Fitzgerald Kennedy. In Italia ci fu il terribile disastro del Vajont (due giorni prima della nascita di Alessandra). Mentre in Islanda, nel novembre cominciò una potentissima eruzione vulcanica che portò alla formazione dell’isola di Surtsey (nota di colore: l’eruzione cominciò il 14 novembre 1963 e terminò il 5 giugno 1967!).

Tanti avvenimenti che ne fanno un anno epocale. Un anno che sarà cruciale anche per Hekla, e per il suo amico gay DJ Johnson. E prima di seguirne le tracce, mettiamo alcuni puntini sulle “i”. La legge che dichiarava illegale l’omosessualità venne abolita in Islanda nel 1940. Nel 1980 viene eletta per la prima volta una donna come presidente dell’Islanda (carica cui fu rieletta altre tre volte, decidendo di ritirarsi nel 1996). E nello stesso 1996 viene promulgata la legge che sancisce la possibilità di unioni civili anche per gli omosessuali. Infine, sarà nel 2009 che viene eletta prima ministra Jóhanna Sigurðardóttir, donna e omosessuale.

La nostra Hekla è però solo donna. Ma ha un grande difetto, o forse due. È bella e scrive bene. Proprio per la scrittura decide di lasciare Dalir (poco ridente posto al nordest dell’isola) per tentare la sorte nella capitale. Ha già pubblicato qualcosa, ma usando uno pseudonimo maschile. E nella capitale si troverà ad affrontare tutti gli stereotipi del razzismo verso le donne.

Essendo bella più volte le propongono di partecipare al concorso di Miss Islanda. Che rifiuta. Ma per vivere si adatta a fare la cameriera, ovviamente con una paga inferiore agli uomini.

Poiché il corpo vuole anche la sua parte, ha una buona intesa sessuale con un bibliotecario che cerca di sfondare nella letteratura. Intesa che naufraga primo perché Hekla non ha alcuna intenzione di sfornare bambini e timballi. E secondo perché scrivendo meglio e con più successo dell’amante, questo si sente frustrato ed incapace di accettare di essere messo in secondo piano.

L’unica persona con cui Hekla si trova in sintonia è con DJ Johnson, il gay cui piace confezionare vestiti, che non riesce ad avere storie lunghe, che si imbarca su navi improbabili per avere soldi sia per vivere che per cercare di fuggire all’estero, dove pensa la vita sia diversa. I nostri troveranno il modo di andarsene in Danimarca, ma, accorgendosi che, con alcune differenze, la vita è sempre ugualmente ostica, dovranno accettare dei compromessi per seguire le loro aspirazioni di vita.

Auđur è bravissima a condurci per mano in questo labirinto di ipocrisie del mondo del ’63, usando mirabilmente i dialoghi, di Hekla, di Dj Johnson, ed in controluce le digressioni della donna sconfitta, di Ísey, che invece subisce il ruolo di moglie e madre, e ci irretisce con dei monologhi di una tristezza lancinante.

Come ed altrettanto in modo forte, l’autrice riesce a tirar fuori nell’amante di Hekla la meschinità di chi non accetta di essere un poeta mediocre, di chi non accetta la superiorità della propria donna in campo lavorativo e intellettuale. Perché Hekla sa scrivere, sa che vuole un futuro diverso da Ísey, sa che la scrittura la può rendere libera.

C’è una frase che il capocameriere rivolge ad Hekla illuminante come summa della grettezza umana di quel periodo (e forse non solo di quello): “Il mondo non è come vorresti che fosse. Sei una donna. Fattene una ragione”.

Il punto debole di tutta la trama è qui che nasce. Hekla non se ne fa una ragione, ma non esterna mai questa ricerca di “una stanza tutta per sé”. Per non entrare in conflitto, per non sentirsi isolata nella diversità. Anche se poi isolata lo è sempre. Manca questo scatto, e nello stile dell’autrice ci avviamo ad un finale che ci serve solo per riflettere e pensare cosa succederà dopo a Hekla, a DJ Johnson, a Ísey. Ci lascia la palle del futuro di quel ’63 fondante.

E noi siamo qui, sessanta anni dopo, a chiederci non che fine ha fatto Hekla, ma che fine ha fatto tutto quel nostro futuro di allora.

Chiara Valerio “La fila alle poste” Sellerio euro 16 (in realtà, scontato a 15,20 euro)

A: 15/07/2025 – I: 03/08/2025 – T: 05/08/2025] &&&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 366; anno: 2025]

Una specie di seguito improprio di “Chi dice e chi tace” che ribadisce la vena poetica di Chiara Valerio, la sua bella scrittura, e le idee che il testo ci suscita. Un seguito improprio che, pur avendo unità di luogo e di personaggi, se non di tempo, con il precedente, e pur facendo seguire le azioni che gli stessi muovevano nel primo testo, in realtà cerca di aprire altri fronti alla discussione che l’autrice vuole suscitare nei lettori.

Unità di luogo, che siamo ancora s Scauri, teatro principe delle vicende e luogo del cuore di Chiara. Unità di personaggio, che oltre alla protagonista, l’avvocata Leo Russo, c’è il marito Luigi, le due figlie, Mara che era stata l’ultima compagna di Vittoria, Filomena e Mimmo e l’avvocato che era stato il marito di Vittoria e Rebecca, una degli antichi amori di Vittoria. Ed ovviamente, evocata, pensata e nominata, c’è anche Vittoria, pur se morta nel libro precedente. Per il tempo, invece, c’è la prosecuzione, visto che ora siamo nel 1992, tre anni dopo i fatti narrati nel primo libro.

La sensibilità di Chiara mescola ad arte realtà e finzione, facendoci seguire, in una bio-fiction trasposta, i pensieri di Lea e la sua agnizione verso il suo sé stesso. Dall’altro, inserendo elementi realmente fittizi che servono ad inserire momenti di riflessione nella trama. Che, nella sua linearità è decisamente semplice.

Se da un lato seguiamo i percorsi mentali di Lea (ma anche qualche percorso fisico), dall’altra si inserisce la morte della piccola Agata, forse (o forse sicuramente) uccisa dalla madre, la sparizione di chili di vongole poste a spurgare a mare, le vicende, complicate e segrete, delle suore di Scauri. Il tutto condito da reiterati momenti relativi al titolo. Siamo nel ’92, non si usa ancora la rete con tutti i suoi benefici ed i suoi guasti. Quindi, per le bollette, le raccomandate, i pacchi, si va a fare la fila alla posta. E lì, soprattutto nei paesi, si parla e si sparla.

Come nel primo libro, quelli che realmente sono al centro della scena sono Scauri e Vittoria. La cittadina come teatro delle azioni, punto di coagulo delle attività e dei pensieri di tutti, unificando solitudine e collettività. Lea, ma non solo, è in realtà sola, con i suoi pensieri, con il suo percorso di comprensione delle sue pulsioni. E del suo rapporto con Vittoria. Mai esplicitato, nel primo libro, sempre sotteso, e qui sempre pensato, e mai agito, visto che non c’è più Vittoria. Ma agito di rimando, come quando bacia furiosamente la prima amante di Vittoria, solo per sentire la bocca della forse amata attraverso una bocca realmente baciata.

Poi c’è la sottotraccia che fa da contraltare al romanzo. La morte della bambina un po’ ritardata, di cui è accusata, forse a ragione, la madre (parliamo di Cogne?). Lì, mentre deve decidere se assumere le difese del padre della morta, combattuta tra la giustizia di un avvocato ed il sentimento di ripulsa verso un essere veramente poco empatico, si sviluppa una sorta di giallo cittadino. Colpevole, innocente, e l’arma del delitto, e a chi conviene. Sempre con grandi discussioni alle fila della posta. Usando la sua relatività matematica, Chiara ci fa ragionare sulla verità, che non è mai definitiva. Come ci dimostra il regalo postumo che le arriva da Vittoria, tre anni dopo la morte, che rimescola le carte, e le idee di Lea.

Come detto poi ci sono le vongole che spariscono, le suore di provincia, sempre un po’ sulla bocca di tutti, ed altre attività di contorno. Chiara riesce ad imbastire un romanzo corale pur se Lea è sempre al centro della scena, raccontandoci tutto attraverso le sue parole. Alla fine, è una lunga cavalcata che ci parla d’amore in molte e differenti forme. Ma ci parla anche del dolore, lasciandoci un’immagine viva della vita di provincia, ed un ritratto di Lea che si va sempre più precisando ed arricchendo.

Tuttavia, non coinvolge come il precedente, forse perché ha in mente qualcosa, mentre nel primo la penna fluiva sulla carta con facilità. Anche se con tanta lentezza, ma di questo devo ringraziare la scrittrice che ci ricorda, in maniera indiretta, che dobbiamo frenare la nostra vita frenetica. Non solo, ma che alla fine, l’unico insegnamento vero dalla vita, dalla letteratura, è quello della terza frase che riporto sotto.

Io lo capii a cinquant’anni, ma non lo scordo più.

“Compivo quarantatré anni e … sarei stata costretta a dirmi che il tempo scorreva perché persone che c’erano state non c’erano più.” (12)

“Esistono cose che non possiamo permetterci di dire? , tra te e me?” (90)

“Magari uno potesse insegnare qualcosa a qualcuno, si può solo sperare che qualcuno impari, prenda qualcosa da ciò che dici e ne faccia buon uso.” (313)

“Tutti gli animali fanno l’amore ma solo gli esseri umani possono parlarne. Per fare l’amore non c’è niente da imparare, basta essere vivi, a parlare d’amore invece s’impara.” (337)

Anne-Laure Bondoux “Attraverseremo le bufere” E/O euro 19,50 (in realtà, scontato a 18,55 euro)

[A: 15/07/2025 – I: 10/08/2025 – T: 11/08/2025] - &&& 

[tit. or.: Nous traverserons des orages; ling. or.: francese; pagine: 488; anno 2023]

Anne-Laure Bondoux, poco più che cinquantenne francese, dopo aver scritto per anni libri dedicati al mondo giovanile (tra l’altro con un discreto successo) un paio di anni fa scrive una potente saga familiare, di certo partita con un occhio al suo pubblico di riferimento, ma poi si è allargata con un taglio che merita una lettura da chiunque abbia interesse alle belle lettere.

È in effetti un romanzo corale che spazia dal 1914 al 2022, coinvolgendo tutte le generazioni della famiglia Balaguère. Una famiglia, all’inizio della storia, radicata nel Morvan, regione collinare al centro della Francia, praticamente quasi a metà strada tra Lione e Parigi. L’idea della scrittrice è di legare la storia della piccola famiglia, con la Storia di questi cento anni. Così sceglie, con una decisione per me opinabile, che i corsivi intra-temporali mi lasciano sempre un po’ di prurito sulle dita, di intervallare la narrazione con elementi narrativi esterni. Che danno conto del passare del tempo, legandolo ai grandi avvenimenti mondiali. Le due Guerre mondiali, la guerra d’Algeria, che tanto ha significato per il mondo francese, le rivolte sociali (anche se il Sessantotto praticamente si ignora), l’insorgere dell’AIDS, il disastro di Chernobyl, la caduta del Muro di Berlino, le torri gemelle (questo tento per citare i punti maggiori della Storia).

Sul versante interno, seguiamo le vicende dei maschi della famiglia, tutti (o quasi) con uno sfogo verso la violenza, come se l’avessero nel loro DNA. Tutti, anche, con la caratteristica di avere un nome legato alle piante: Charme (cioè Carpino, una pianta della famiglia delle Betulle), Aloe (questo non ha bisogno di traduzione), Olivier (cioè olivo), Saul (cioè salice). Ci sarebbe anche il capostipite, Cytisie, il cui nome italiano sarebbe “maggiociondolo” o, se seguiamo le poesie pascoliane, “avorniello”. In tutto ciò, non sono riuscito a trovare una traduzione di pianta per Anzême. Ma se la saga Balaguère è al maschile, sono le donne che si avvicendano sul palco della storia che forniscono la forza invisibile che tiene tutto in piedi, che ama e si ribella, che dà e toglie la forza. Ci sono quindi Clairette, Gaby, Mona, Christiane, Ariane, Sidonie.

Come detto, il racconto comincia nel 1914, dove vediamo la famiglia Balaguère agli albori. C’è il rude pater familias Cytisie, c’è il primogenito Anzême e c’è il cadetto Marty (giovane, irruento, istintivo). Anzême sposa Clairette ma parte subito militare. A casa Clairette cede alle lusinghe di Marty, ma una volta scoperti, in una colluttazione (ecco il lato violento della famiglia), il padre uccide accidentalmente Marty. Anzême, tornato invalido dalla guerra, trova Clairette incinta, e lei, imbrogliando le date, lo convince della paternità di Charme (che ovvio è figlio a Marty).

Qui si conclude la prima parte della storia, prima che si avvii la seconda (ci sono tante cose, io vado per caposaldi miei), dove vediamo Charme crescere, passare tempi felici a Parigi, sposarsi con Gaby e poi partire per il militare. Ai due nasce Aloe, timido ed introverso, bullizzato dai figli della vicina Mona. Quando Jean, figlio di Mona, accidentalmente spara un colpo di pistola, polverizzando la rotula di Charme, ed incolpandone senza possibilità di appello Aloe, tutto crolla. Charme non perdonerà mai Aloe, Gaby fugge la campagna che non ha mai amato, e Mona consolerà Charme ma non Aloe. Il cui unico aiuto arriverà da Gerard, il maestro di scuola, che lo guida e lo sostiene.

Questa seconda parte chiusa, ci spostiamo a seguire la crescita di Aloe, la sua partenza per la guerra in Algeria, il ritorno con la dolce Christiane che lo vuole in sposo. Lei per sfuggire alle pretese di sposalizi di interesse che aveva il padre-macellaio, lui per nascondere la sua omosessualità. Cosa che Christiane comprende ben presto, ma che vince due volte restando incinta. Non vi parlo di Veronique, che ci porta fuori tema, ma c’è Olivier che nasce. Noi però seguiamo il precorso di Aloe, che lo porta ben presto a lasciare la famiglia ed andare a vivere a Parigi con Karl, il suo amante.

La quarta e quinta parte del libro sono al fine incentrate su Olivier, che tra l’altro sarebbe l’io narrante. La prima narra della sua infanzia, lo studio, la crescita, il trasferimento a Parigi a casa del padre e di Karl, l’amore per Ariane, il sodalizio con Terence, fino alla crisi: durante la tragedia di Chernobyl, Terence gli dice che si è messo con Ariane, e Olivier lascia tutto e tutti. Scuola, amici, vivendo alla giornata dopo che Aloe e Karl sono morti di AIDS.

La quinta ed ultima parte ci narra di Olivier della sua vita sbandata, della musica, poi del piccolo rinsavimento che lo porta all’insegnamento, al nuovo incontro con Sidonie, la sorella di Ariane. Che prima gli dice che i due sono sposati, poi lo cerca alla morte di Ariane. Lì ci saranno altre agnizioni, altre violenze, altri amori ed altri abbandoni. Ci saranno altre morti ed una nascita, quella di una nuova pianta, Saule. Che noi non vediamo mai, ma a cui Olivier ha dedicato tutto il libro per raccontargli la storia della loro famiglia, ed aspettarlo (probabilmente) sull’aia della case di Morvan.

Una bella saga in fondo. Dove si parla di amicizia, di amore, di tradimenti, delle guerre personali e delle guerre pubbliche, dei segreti che sono a lungo taciuti e poi, di colpo svelati, non possono che portare scompigli in tutte le persone coinvolte. Dove, come si è detto, si parla anche dei grandi temi. Detto tutto ciò, il modo generale è forse un po’ troppo didattico, immagino retaggio delle scritture “young adults” della scrittrice.

Così il giudizio non lievita oltre una buona ricezione di lettura, perché, e 1questo dobbiamo pur dirlo, le vicende narrate si concatenano bene e non si vede l’ora di leggere cosa succede nei vari spazi temporali.

“In quei quattro anni, lontano dalle agitazioni, leggo centonovanta tre libri (ho la lista a tua disposizione, Saule).” (305) [193 in 4 anni! , io negli ultimi 4 anni ne ho letti 847, e ho anche la lista]

Lisa See “Fiore di Neve e il ventaglio segreto” Repubblica Voci d’Oriente 20 euro 9,90

[A: 04/08/2025 – I: 22/08/2025 – T: 24/08/2025] - &&  

[tit. or.: Snow Flower and the Secret Fan; ling. or.: inglese; pagine: 350; anno 2005]

Ultimo libro della collana “Voci d’Oriente” pubblicata da Repubblica, con un volume dedicato alla letteratura cinese (così si dice in copertina). Peccato che qui Repubblica sia scivolata molto, trascinando in basso un libro che, nelle premesse e nelle intenzioni avrebbe meritato una maggiore considerazione.

Perché mi sembra un modo di prendere un po’ in giro il lettore, inserire, nella programmazione di una collana che si intitola “Voci d’Oriente”, un libro che, seppur dedicato ad alcuni interessanti aspetti della cultura cinese, è stato scritto, una ventina d’anni fa, da una professionista della penna americana, pur se di origini cinesi. Non solo, ma il libro, se fosse coerente, dovrebbe essere stato scritto in cinese. Mentre la traduzione che qui vediamo è dall’americano.

Poiché sembra che nessuno abbia rilevato queste piccole difficoltà per inserirsi in una trama che avrebbe dovuto essere cinese, veniamo allora al libro ed al suo contesto. Un libro che si svolge principalmente nella regione di Hunan (che ricordo di passaggio è la regione dove nel 1893 nacque Mao Zedong), dove vive il popolo Yao. Un popolo molto “chiuso”, in cui vigeva una società matriarcale, ma quando si inserisce nel contesto cinese, viene sottomesso dall’etnia locale, che invece, come tradizione cinese, è patriarcale.

È in questo contesto, che però la scrittrice non affronta mai direttamente, che nasce la storia narrata da Giglio Bianco (“Lily” nell’originale, non si capisce perché “bianco” o 百合 in cinese). Una donna che nasce il 5 giugno del 1824, ma che ci narrerà la sua storia ormai vicina agli ottanta anni nel 1903. Una storia in cui, in pratica, compaiono solo donne. Il tentativo della scrittrice è di farci entrare nel mondo della prima metà dell’Ottocento, con tutte le sottomissione che una donna doveva avere nella cultura contadina. Ma anche, seppur meno riuscito, farci vedere la possibilità di una “sorellanza” che unisca e solidifichi i legami femminili.

Questi tentativi vengono identificati in due eventi locali cruciali: il laotong ed il nu shu. Il primo è un patto volontario di parentela acquisita, dove due ragazze si legano per la vita, diventando sorelle esclusive ed aiutandosi reciprocamente. Il secondo è una scrittura sillabica (quindi differente dal cinese tradizionale che è “logografico”, cioè ogni carattere rappresenta una parte o una parola intera), scritta dall’alto in basso, usando linee, spazi e puntini che, a prima vista, potrebbero sembrare ricami. Era una scrittura soltanto femminile, usata appunto dalle donne Yao per comunicare tra loro senza venire scoperte dai maschi locali. Ed era talmente un ricamo che veniva spesso scambiato per un ricamo, tanto da essere sovente scritto o, appunto, ricamato nelle pieghe dei tradizionali ventagli cinesi.

In questo ambiente Lily viene messa in contatto con Fiore di Neve (“Snow Flower” o 雪花 in cinese), e le due condivideranno tutta una vita, a partire dai sei anni. È importante l’inizio del loro “laotong”, che coincide con la cerimonia della bendatura dei piedi. Sappiamo praticamente tutti che, per bellezza, alle bambine venivano fasciati i piedi in modo che non si sviluppassero, e rendessero l’andatura femminile come quella di un fiore di loto che si muove al vento. Era tuttavia una pratica dolorosissima ed a volte anche mortale (rischi concreti di setticemia), ma se ne cercate in rete, troverete descrizioni migliori di quelle che posso fare io rispetto ad una pratica che solo a parlarne vengono i brividi.

Per comunicare Lily e Snow usano il nu shu, essenzialmente scritto nei ventagli che periodicamente si scambiano. Per tutta la loro vita nessun uomo capirà cosa si andassero dicendo. Lily viene da un ambiente non agiato ma moderatamente benestante di contadini, Snow appartiene ad una famiglia che vanta mandarini ed altre presenze altolocate nelle cerchia del potere. Ma la bellezza dei piedi di Lily la porta verso un matrimonio che la innalza di stato, mentre Snow, dopo che la sua famiglia cade in rovina al cambio di regime centrale, è destinata a scendere di rango, sposando poi un macellaio, una delle professioni più odiate in tutta la Cina.

Il libro segue il percorso dalla bocca di Lily, che vediamo simpatica ed empatica all’inizio, ma poi diventare sempre più dura, man mano che scala la società, fino a diventare un pilastro (femminile) locale, quando, morta la suocera, diventa “Lady Lu”, la più alta espressione locale. Fortunata anche dal fatto di aver messo al mondo 3 figli maschi. Snow invece cade sempre più in basso, partorisce molti figli morti, ed è sovente malmenata dal marito. Dopo aver vissuto insieme tragici momenti epocali della zona (la rivolta dei Taiping), comprendendo che Lily ormai ha un suo ruolo alto in società, Snow pensa di fare un passo indietro.

Una decisione che non riesce a far comprendere interamente a Lily, usando parole che possono essere lette in vario modo, e facendo nascere un’incomprensione che avvelenerà gli ultimi anni della vita di Snow. Qui vediamo il ribaltamento dei ruoli, con una Lily sempre più antipatica ed una Snow travolta da avvenimenti più grandi di lei. Solo alla morte di Snow, verso i quarant’anni, Lily capisce tutto il percorso della sua laotong, e passerà gli ultimi quarant’anni della sua vita a cercare un ammenda per i suoi errori.

È un romanzo d’amore e d’amicizia (belle le piccole scene di intimità tra Lily e Snow), che cerca anche di illustrarci la sofferenza di quasi duecento anni fa, delle donne sempre ma della popolazione tutta. Una sofferenza che attraversa il dolore fisico tremendo della fasciatura dei piedi, ed il dolore psicologico dei matrimoni combinati e dell’impossibilità delle donne di crescere culturalmente. Ma anche la sofferenza generale fi un periodo di turbolenza, che però Lisa See non esplora a fondo, non riuscendoci a comunicare i termini dei contrasti. Una parte centrale del libro, infatti, si svolge durante la rivolta dei Taiping, una guerra civile che sconvolse la Cina per quasi quindici anni provocando pare trenta milioni di morti.

Insomma, un libro con qualche spunto interessante, soprattutto se da quello si va ad approfondire altrove. Ma che non riesce a decollare. Ricordo solo di leggere attentamente la prima frase che riporto: illuminante!

“Le Tre Obbedienze (redatte da Confucio e dedicate alle donne): da bambina, obbedisci al padre; una volta sposata, obbedisci al marito; da vedova, obbedisci a tuo figlio.” (35)

“Non si sfugge agli effetti del tempo.” (335)

“La tragedia di invecchiare tanto è che si vedono morire troppe persone.” (342)

Nell’ambito delle citazioni di ritorno, per la nota alternanza, prendiamo alcune frasi del grande giallista italiano Giorgio Scerbanenco che mi fece riflettere con alcune frasi prese da uno dei suoi libri meno noti, “La sabbia non ricorda”:

“Lei sapeva che cosa erano i pensieri fissi, le ossessioni, le angosce, perciò lo comprendeva. Non si fugge da qualche cosa che abbiamo dentro di noi.” (53)

“Egli si ravviò i corti capelli … mentre guardava lei, pensando oscuramente a come aveva fatto a stare tanto tempo senza vederla, poi, sempre oscuramente, capì che in tutto quel tempo che ne era stato lontano aveva sofferto, anche se non sapeva di soffrire, anche se credeva di soffrire per altre ragioni e invece l’unica ragione della sua torpida scontentezza, in tutto quel tempo passato senza di lei, era stata proprio lei.” (106)

“Gli dispiaceva lasciarla così, ma forse non c’è modo di lasciarsi migliore di un altro: sono tutti peggiori.” (168)

Finita la stagione estiva, ci si prepara alle giornate che si accorciano, alla fine (tra un mese) dell’ora legale, magari (e si spera presto) in nuovi convivi amicali. E perché no, ad ipotizzare con i nostri amici viaggiatori, ad altre e nuove mete da esplorare. Per ora un grande abbraccio.

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