domenica 14 settembre 2025

Saggi settembrini - 14 settembre 2025

Dove ovviamente si pensa subito ai fichi omonimi, famosi per essere la seconda fioritura, quella più dolce. Qui, tuttavia, abbiamo una fioritura multipla, e non sempre così dolce. Tutti saggi di autori italiani (anche se uno scritto in inglese). Da alcuni (Severgnini) mi aspettavo meglio, altri (Pigliucci) promettono all’avvio ma si perdono per strada. Meglio la visione triestina di Necci con un pensiero a chi di Trieste è degno figlio (o figlia). Ma poi si innalzano su tutti due giganti, con due libricini veloci di scrittura, ma densi di lettura: l’analisi sulla democrazia di Canfora e quella su Israele di Anna Foa. Due libri da non perdere.

Beppe Severgnini “Socrate, Agata e il futuro” Rizzoli euro 17,50 (in realtà, scontato a 16,60 euro)

[A: 20/03/2025 – I: 26/03/2025 – T: 28/03/2025] &&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 231; anno: 2025]

Con tutto il rispetto per Beppe Severgnini che, pur non seguendo sempre, ha in genere un tocco di scrittura che mi aggrada, mi sa che questo libro è nato sotto una stella poca luminosa. Di certo, ci sono passi interessanti, alcune analisi da condividere, altre forse da porre sul piano della discussione. Ma quello che a me ha dato fastidio è quel sottotitolo insidioso. Cosa si voleva indicare con “L’arte di invecchiare con filosofia?”.

Non è certo un manuale filosofico sull’anzianità. Non dà neanche, o in modo particolare, consigli o analisi sull’età avanzata. Ovvio che Severgnini, avendo da poco compiuto 68 anni, è una persona categorizzabile come “anziana”. Ma quello che dice sono considerazioni generali di una persona che guarda il mondo con i propri occhi, e da quel mondo ricava input per i suoi ragionamenti. Messaggi ancor più forti pensando alla presenza della piccola nipote Agata, e riflettendo (ed io con lui) sui possibili mondi futuri quando “noi non ci saremo” (cit. da I Nomadi).

E non a caso, da persona normale, con una vita normale alle spalle ma anche davanti a sé, una delle cose migliori è la parte finale, quella dopo la fine dei dieci capitoli di testo strettamente detto. Perché lì, in tre liste ben documentate ci sono i tre elementi base che hanno accompagnato Beppe nella scrittura (ed anche nella vita): i libri e gli articoli letti da cui nascono gli spunti di scrittura, la musica che serve da colonna sonora al libro ed alla vita, e la parte visiva (film e serie tv) anch’essa come contrappunto a quanto si dice. Personalmente, e per mia struttura di vita, le prime due liste le ho trovate belle e coinvolgenti, mentre l’ultima, confessa, è al di là delle mie corde.

Perché, in fondo, dissento dall’etichettatura simil filosofica? Certo, ci sono alcune considerazioni, e non banali, sull’avanzare dell’età. Ci sono il primo e l’ultimo capitolo che degnamente ne affrontano contorni e possibilità. Ma i capitoli centrali sono disquisizioni ed analisi su vari aspetti della contemporaneità che prescindono dalla supposta tematica. Ed è per questo che il libro ha avuto un successo trasversale: non solo di chi si interroga sull’arte di invecchiare, ma su tutti coloro che hanno uno sguardo attento sulla realtà quotidiana.

Allora, andando saltabeccando, per poi alla fine si tornerà al tema che mi aveva spinto ad acquistare il libro, per tutti c’è un’esortazione generale: l’importanza, in ogni età della vita, è la forza e l’intensità delle connessioni che abbiamo verso l’esterno. Un grido di dolore che non si può che condividere, quando, entrando in un qualsiasi luogo pubblico (dal bar al bus) il 90% delle persone presenti ha gli occhi fissi sul cellulare.

Un corollario potente di questa osservazione è tuttavia che dobbiamo accettare i cambiamenti, e non mostrare un’ottusa ritrosia anche a prenderli in considerazione. Non mi aggrada la musica contemporanea, ma non per questo mi sento di bollarla come “non-musica” o altre etichette negative. Nella mia vita ho adorato il jazz quando andava alla grande Morandi, ho seguito John Cage anche mentre andavo pazzo per i Pink Floyd. La gente cambia, io sono cambiato. Io, e molti, lo accettiamo. Tanti, invece, rincorrono le falene delle proprie incrollabili certezze. Motivo per me di un’angustia enorme: così rimarremmo sempre neandertaliani.

Altri corollari per vivere bene sono forse parole che sembrano facili, ma che se vi fermate a rifletterci, hanno valenze profonde. Bisogna essere gentili, sempre. Bisogna imparare dagli insuccessi (prima di inventare la lampadina elettrica Edison sbagliò innumerevoli volte, e tuttavia affermava: “Non ho fallito migliaia di volte. Ho portato a termine migliaia di tentativi che non hanno avuto successo”). Bisogna essere pazienti, bisogna capire l’intelligenza delle persone che frequentiamo, scremando con attenzione e con il tempo le interazioni che non ci portano nuova linfa.

Venendo infine al nodo “anziani”, ci sono due cose che sottolineo (e che riporto anche sotto). La prima è non aver paura della propria età. Un ragionamento che ci porta ai quattro passi della vita secondo l’induismo (ma credo sia una categorizzazione generale): l’apprendimento, la realizzazione personale, la trasmissione della conoscenza e la preparazione al congedo. Purtroppo, e sono in accordo con Beppe, la maggior parte delle persone si ferma al secondo stadio. In questo modo, non si avrà mai quel balsamo (per chi resta dopo di noi) di venir ricordati non per le mirabolanti cose realizzate, ma per quelle che realmente contano: la generosità, la lealtà, la fantasia, l’ironia.

Ma questo fa parte dell’ultimo capitolo, e ne avete capito il perché. Io torno invece all’inizio, dove da un lato, quasi parafrasando il penultimo libro di Andrea Bajani, Severgnini ci ricorda il potere e l’importanza delle case in cui abbiamo vissuto. E lo fa, anche, con due mirabili ricordi canori dei miei vent’anni: “Vendo casa” dei Dik Dik (1971) e “Incontro” di Francesco Guccini (1972). Per poi passare un discreto numero di pagine ricordando la mia colonna sonora di quegli anni: tutto il repertorio dei testi di Mogol cantati da Lucio Battisti.

Laddove, per me, in quegli anni, la canzone eponima del grande Lucio che rispecchiava i miei sentimenti di costrizione verso tutto e tutti era “Il vento”. Ricordando che sono passati 57 anni da quando è uscita la canzone (eh, sì, guarda un po’, era proprio il ’68!), posso sottolineare che si, siamo cresciuti, ma, ripetendo con Battiato “c'è voluto del talento per riuscire ad invecchiare, senza diventare adulti”.

Non siamo diventati adulti, ingessati, ma abbiamo appreso, abbiamo realizzato qualcosa, abbiamo (forse) insegnato. Tuttavia non abbiamo ancora la serenità del congedo.

“Bisogna indossare con eleganza la propria età.” (12)

“Nel mondo tanti guardano, ma pochi vedono. E pochissimi ascoltano.” (44)

“Molti genitori non vedono la sofferenza dei figli perché non la reggono. Ci sono padri e madri troppo occupati a inseguire la propria gioventù … quel dolore lo intuisce, non lo sopporta e lo rimuove.” (153)

“La vita umana, insegna l’induismo, si divide in quattro periodi: il primo serve per imparare, guidati da un maestro; il secondo per realizzare sé stessi; il terzo per insegnare e trasmettere la conoscenza; l’ultimo, segnato da un progressivo disinteresse verso le cose materiali, per prepararsi al congedo.” (190)

Massimo Pigliucci “Come essere stoici” Repubblica Filosofia Viva 6 euro 9,90

[A: 06/05/2020 – I: 13/04/2025 – T: 15/04/2025] && ---     

[titolo: How to be a stoic; lingua: inglese; pagine: 267; anno: 2017]

Massimo Pigliucci italianissimo autore, da anni vive e insegna in America, così che queste sue riflessioni sono state scritte in inglese. E qui abbiamo una grave pecca di informazioni, che la pubblicazione del Gruppo Repubblica omette in toto il titolo originale, né menziona la traduzione dell’ottimo Paolo Lucca.

È un peccato, che sapendone la provenienza ci si potrebbe attrezzare per comprendere meglio ed in parte giustificare alcuni atteggiamenti dell’autore, che, visto il contesto in cui si muove, peccano di pragmatismo americano, che in alcuni casi rasenta la più crassa stupidità. Ed è un peccato, che la prima parte del libro, in cui si fa un excursus sulla nascita dello stoicismo e sui suoi maggiori esponenti, si stava rivelando interessante. Perché da lì, da cui nomi, si può anche partire andando, visti i tempi, tra le pieghe della rete, e portare a nuova vita Zenone e  Crisippo, Gaio Musonio Rufo e Seneca, Epitteto e Marco Aurelio.

Nella seconda parte, si passa invece ad un piccolo manuale di auto-aiuto, in cui l’autore, sulla base del suo dodecalogo stoico, rifila una serie di consigli e suggerimenti di vita che, in realtà, se non sono ovviomi, sono forse dei piccoli specchietti per le allodole del buonsenso. Se noi che qualcosa si è letto, volessimo condensare il libro di Pigliucci in poche frasi, dovremmo proporre di raggiungere la saggezza (cioè la serenità d’animo), attraverso un certo distacco dalle cose della vita. Non per fatalismo indù, ma per accettare serenamente che possono esistere eventi negativi.

Tutti noi siamo pronti ed attenti a gestire momenti di felicità, non è un difficile esercizio. Più complicato è gestire i tenti momenti negativi che la vita ci propone. Che la cosa più difficile, ma più efficace, rispetto  qualsiasi momento della vita, è prospettarsi le diverse possibilità. Se va bene, abbiamo fatto un utile esercizio che terremo da conto. Se va male abbiamo già in mente altre strade da percorrere.

Questo senza aspettare che un pur ottimo Pigliucci ci consigli di “gestire le tre grandi piaghe della vita moderna: la rabbia, l’ansia e la solitudine”. E ci dice anche che bisogna essere virtuosi, o che è bene saper scegliere in modo accorto le proprie compagnie. Credo che la mia diletta cugina che sa di filosofia sia già inorridita.

Poiché non sono né un filosofo né un esegeta dello stoicismo, credo che l’unico commento fattibile sia riportare le dodici regole dello stoicismo secondo Pigliucci, e che ciascuno le capisca e ne possa trarre la parte benefica.

1.    Evitare reazioni affrettate

2.    Ricordarsi della transitorietà delle cose

3.    Scegliere obiettivi in nostro potere

4.    Essere virtuosi

5.    Prendersi un momento e respirare profondamente

6.    Mettere i problemi in prospettiva

7.    Parlare poco e bene

8.    Scegliere in modo accorto le proprie compagnie

9.    Rispondere agli insulti con l’umorismo

10. Non parlare troppo di sé

11. Parlare senza giudicare

12. Riflettere sulla giornata appena trascorsa

Vorrei finire con due pensieri. Il primo molto negativo più che su Pigliucci, su chi gli ha curato l’edizione. A pagina 264, in una nota si scrive “uno dei celebri saggi di Montaigne (…) scritto nel 1850, si intitolava Filosofare è imparare a morire”. Michel de Montaigne nacque nel 1533 e morì nel 1592. Quella frase viene poi dal primo libro dei “Saggi” edito nel 1580.

La seconda riguarda quella che viene comunemente battezzata come “Preghiera della serenità”. Anche io, come Pigliucci, l’ho incontrata per la prima volta nel bellissimo libro “Mattatoio n.5” di Kurt Vonnegut jr., per poi ritrovarmela e meditarla insieme alla mia mentore Maria Luisa. Certo è un ragionamento antico, riproposto in varie forme ed in varie declinazioni, come la forma buddista che riporto tra le citazioni. Ma Vonnegut ed altri autori moderni, si riferiscono alla moderna preghiera, e ne citano solo i primi tre versi. Una preghiera composta, in realtà, durante l’ultima guerra dal teologo tedesco-americano Reinhold Niebuhr, e che credo sia interessante riproporre nella sua interezza:

“Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,

il coraggio di cambiare le cose che posso,

e la saggezza per conoscerne la differenza.

Vivendo un giorno per volta;

assaporando un momento per volta;

accettando la difficoltà come sentiero per la pace.

Prendendo, come Lui ha fatto, questo mondo peccaminoso così com'è, non come io vorrei che fosse.

Confidando che Egli metterà a posto tutte le cose, se io mi arrendo al Suo volere.

Che io possa essere ragionevolmente felice in questa vita,

e infinitamente felice con Lui per sempre nella prossima.”

Questo serva come ultimo commentario alla filosofia: è sempre facile estrapolare una parte, e farne un tutto che può avere altri significati. Ho letto con interesse storico le digressioni filosofiche di Pigliucci. Ne ricordo, ma solo perché go letto di Zenone, i punti forti per me. Spero di riuscire, per mio conto, a mantenerne la serenità.

“Se esiste un rimedio per una preoccupazione, perché scoraggiarsi? E se invece non c’è soluzione, perché abbattersi?” (37) [da “La via del Bodhisattva” di Śāntideva (685 – 763)]

“Serve a ricordarci di trarre il massimo piacere dalla compagnia e dall’amore degli altri finché possiamo farlo, cercando di non darli per scontati, perché è certo che un giorno non ci saremo più … Viviamo sempre … qui e ora.” (50)

“Ciò che distingue il saggio è la capacità di capire come comportarsi in una situazione complessa in cui non è facile individuare la condotta ottimale da tenere.” (78)

“È questo che … le persone intelligenti dovrebbero fare: ascoltare le ragioni reciproche, imparare e riflettere.” (89)

“Vivere è qualcosa che ci è dato una volta soltanto e impariamo a farlo direttamente [mentre viviamo].” (150)

Luciano Canfora “L’invenzione della democrazia” Laterza s.p. (regalo di Feltrinelli per tessera fedeltà)

A: 15/07/2025 – I: 16/07/2025 – T: 16/07/2025] &&&&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 36; anno: 2025]

Luciano Canfora è un filologo più che ottantenne, di cui leggo sempre con interesse gli interventi (come il bel Sellerio dedicato alla Prima Guerra Mondiale). Qui Feltrinelli mi ha fatto omaggio di un agile libricino che contiene il testo di una lezione tenuta da Canfora nel dicembre 2024, all’Auditorium della Musica in Roma, nell’ambito di un ciclo di lezioni di Storia accomunate dal titolo “Invenzioni”.

Qui, troviamo allora le sue riflessioni su “L’invenzione della democrazia”, utili anche, oltre alla curiosità filologica di un percorso, per capire se e come intendiamo il termine “democrazia”. Soprattutto se pensiamo ai riflessi che tale termine ha il giorno d’oggi. Leggiamoci sopra: Russia, Ucraina, Israele, Palestina, Yemen, Iran, Siria. E se volete continuate voi.

Canfora, dalle sue radici storiche, ha interesse a costruire la democrazia sia come elemento fondante sia come nascita storicamente evolutasi. Per cui, da un lato ci porta nell’antichità, tra Greci e Persiani, sulle orme delle “Storie” di Erodoto. Ed è lì che colloca le prime discussioni sulla forma distesa di governo. Era appena stato sconfitto Cambise, ed anche i suoi accoliti. Ecco che i sette saggi persiani discutono su come andare avanti, con quale governo. C’è Megabizio che propone l’oligarchia, Dario che spinge per la monarchia e Otanes che discetta di democrazia. Ed è lui che dice che la democrazia presenta “l’uguaglianza dinanzi alla legge, … a sorte esercita le magistrature ed ha un potere soggetto a controllo e presenta tutti i decreti dell’assemblea generale”.

Sappiamo tutti che sarà Dario, unico militare vero, a sbaragliare il campo, e diventare “Rex”. Noi rimaniamo su di un’osservazione marginale: il sostenitore della democrazia, Otanes, letto al contrario fa … Senato. Ma soprattutto, quello che interessa Canfora, e che retrodata la democrazia prima dei tempi di Pericle e della Grande Atene. Una retrodatazione che viene sorretta dalle affermazioni di Amartya Kumar Sen, l’economista Nobel nel 1988, che rivendica uguali vecchie radici a comportamenti assembleari indiani e giapponesi ben prima di Dario & co.

Ma d’altra parte, credo, che questo sia un discorso che potrebbe risalire alle riunioni assembleari del neandertaliani. E che poi potrebbe scendere, facendo un salto di secoli e secoli, alla sua riformulazione a partire dalla Rivoluzione Francese. E da questa, attraverso percorsi storici che dovremmo ben conoscere, giungere a quanto di democratico c’è al giorno d’oggi.

Un discorso laterale, ma che avrebbe avuto giusto spazio nella dissertazione di Canfora, è parlare di “oclocrazia” come una democrazia degenerativa. Un termine, inserito da Polibio nelle sue “Storie”, indicante il "governo della massa", al fine di indicare una forma degenerata di democrazia, dove domina non più la volontà del popolo ma gli istinti di una massa variamente istigata da demagoghi o reazioni emotive.

Tuttavia, e qui sono in accordo completo con lo scritto, a cosa serviva la democrazia? Come ci insegna Atene, ad allargare la base produttiva nazionale, ad inglobare nella cittadinanza attiva tutte quelle persone che, per un’infinità di motivi, gravitano intorno e dentro la nazione stessa. Se c’è un governo del popolo, è bene capire chi sia questo popolo. E se ci riferiamo ad Atene, lì non si voleva dare cittadinanza, con il conseguente inserimento a “popolo della nazione”, a tutta una serie di immigrazioni, legali e non. Un discorso che non possiamo che considerare come attualissimo. Ma che forse, è da fare in altri luoghi. Qui si parla di un testo, e se ne parla bene, che è conciso e chiaro.

Vorrei solo chiudere facendo una precisazione su una frase centrale nel discorso di Canfora. Nella seduta del 22/03/1947, Ezio Coppa interviene proponendo di sostituire il primo articolo della Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” con “Lo Stato italiano ha ordinamento repubblicano, democratico, parlamentare e antitotalitario”. Perché, spiega nell’intervento, “qui non siamo tutti d’accordo sul significato da dare alla parola ‘democrazia’”. Ora, l’emendamento è congiunto Coppa e Rodinò di Miglione (come dice per inciso Canfora: “due costituenti …”), ma l’intervento in aula è del solo Coppa e non di Rodinò come sembra sostenere l’autore. Ricordo, a chi non sa di quei tempi, che i due onorevoli erano stati eletti all’Assemblea costituente nelle liste del “Fronte dell'Uomo Qualunque”.

 “Trockij: tutti possono volare, ma pochi hanno l’aeroplano.” (32)

“da Tacito: dopo aver fatto il deserto, la chiamano pace.” (36)

Anna Foa “Il suicidio di Israele” Laterza euro 15 (in realtà, scontato a 14,25 euro)

A: 15/07/2025 – I: 18/07/2025 – T: 20/07/2025] &&&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 94; anno: 2024]

Scritto un anno dopo la strage del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas, ove morirono oltre 1200 israeliani con più di 250 rapiti, e letto dopo quasi un anno, sia perché premiato con lo Strega della saggistica, sia perché sempre più cruenti si svolgono i fatti nella striscia di Gaza, dove, secondo alcune stime, siano morti oltre 80.000 persone, è un libro che colpisce per due elementi forti: una spietata analisi, seppur veloce, degli avvenimenti che hanno portato all’attuale stato di cose e una cruda previsione per il futuro.

Anna Foa è un’eminente storica, per anni docenti alla Sapienza, esperta massima di storia dell’ebraismo (e con una ben nota storia personale alle spalle, figlia di Vittorio Foa e Lisa “Lisetta” Giua). Qui, prendendo il coraggio a due mani, impone a Laterza un titolo provocatorio, perché intende, e ci riesce, scuotere le coscienze sopite dell’Occidente (visto che le stesse coscienze, in Israele, fanno fatica a risvegliarsi).

Il grido di dolore di Foa nasce da una sempre più crescente preoccupazione che gli ebrei della diaspora (quelli cioè sparsi nel mondo) siano sempre più lontani e meno partecipi delle vicende e delle crisi interne al territorio israeliano. Per cui non ci si accorge del triplice suicidio cui si sta avviando Israele: suicidio politico (Israele è sempre più isolata), morale (con un frase slogan del governo attuale come ‘giudeo-nazista’, e guardiamo alla frase dell’intellettuale Yeshayahu Leibowitz posta in finale) e fisico (potrebbe al fine sparire?).

L’analisi di Foa che la porta a questa conclusione attraversa diversi territori storici, dove principalmente si affrontano tre tematiche: il Sionismo, gli avvenimenti della Storia territoriale e lo stato attuale delle cose.

Non entro nella storia del Sionismo, che fior di libri e consultazioni wikipediche ce ne parlano meglio di me, ma vorrei sottolineare alcuni fatti. A mano a mano che aumenta la popolazione in Israele, c’è bisogno di nuove terre per vivere e coltivare. Per cui si dà mandato all’acquisto delle terre (e questo potrebbe essere abbastanza legale), ma si tollera l’occupazione di territori da parte ci coloni spesso fondamentalisti. Così è facile legare la politica attuale del governo israeliano con i colonialismi di stampo africano dell’Ottocento.

Questo deriva in massima parte anche dalla famosa legge del 5 luglio 1950 sul “ritorno”: qualsiasi ebreo ha diritto di tornare nella terra d’Israele e prenderne la cittadinanza. Ciò crea nel tempo grossi attriti, che già un tempo erano presenti tra i due grandi filoni di immigrazione ebraica in Palestina fin dall’Ottocento: i sefarditi (cioè gli ebrei di radice spagnola) e gli ashkenaziti (cioè gli ebrei originari dell’Europa centro-orientale). Seppur diversi, erano comunque élite laburiste, legate all’esperienza comunitaria dei kibbutzim. Mentre la prima ondata migratoria forte viene dagli ebrei africani, ebrei poveri e di cultura limitata. Per poi essere completamente rovesciata quando, dalla disgregazione dell’Unione Sovietica, c’è una massiccia invasione di ebrei russi.

Sono soprattutto quest’ultimi che vanno ad ingrossare le file dei “settlers”, i colonialisti religiosi e messianici che aspettano la costruzione del nuovo Tempio di Salomone e la cacciata dei non ebrei dalla Palestina. Nonché quella degli “haredim”, ebrei ultraortodossi che seguono rigorosamente le tradizioni e le leggi religiose ebraiche. Tutte manifestazioni che non possono che portare, esternamente, ad una rivolta contro. Ma sarebbe una posizione antisionista, financo legittima. Peccato che, per quanto fa il governo israeliano, questo sionismo viene identificato con il semitismo, la radice ebraiche, diventando un poco condivisibile antisemitismo. Una frattura su cui torneremo più avanti.

Perché ora, la storica ci porta ad esplorare gli avvenimenti storici “puri”. Perché sono queste le tappe del pensiero sionista che segue il pensiero sionista dalla sua formazione. Uno snodo fondamentale fu quando, nella Conferenza di Parigi, la Gran Bretagna, non rispettando gli accordi presi con il mondo arabo per il suo appoggio durante la Prima Guerra Mondiale, si accordò con la Francia, da una parte per mettere re Feysal sul trono iracheno, dall’altra concedendo alla Francia stessa il protettorato della Siria, e riservandosi quello della terra palestinese, promettendo alla fazione ebraica un primo focolare d’insediamento nel nord della Palestina.

Le conseguenze furono forti: il nazionalismo arabo, fino ad allora insediato a Damasco, si sposta in Palestina, collidendo con le ondate ebraiche di immigrazione. Esempio tipico, all’inizio c’era una forza arabo-ebraica di controllo del territorio. Ma il mandato ebraico decise che doveva essere di soli ebrei, scatenando le ire dei mussulmani che vedevano infranto uno dei loro principi sacri: non avere popoli in armi diversi dagli arabi sul proprio territorio. Da qui una lunga lotta di sommosse, che culminano con la guerra arabo-israeliana del 1948, a fronte della risoluzione ONU del 29 novembre 1947. Rileggiamone il sommario: l’ONU proponeva la partizione del territorio palestinese fra due istituendi Stati, uno ebraico, l'altro arabo, con Gerusalemme sotto controllo internazionale. Una soluzione che sarebbe benedetta oggi.

Ma gli arabi rifiutano, perdono il conflitto, e si avviano in un periodo che definiscono la “Nakba” (il disastro). Sono costretti a lasciare il paese ed andare vivere esuli nella regione (inciso: se volete leggerne, c’è un bellissimo libro intitolato “Ritorno ad Haifa” dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani, ucciso a Beirut dal Mossad nel 1972).

Non vi tedio su tutto quanto succede da lì in poi, dalla guerra dei sei giorni ad altri momenti di grande e reciproca difficoltà. Foa ne parla bene e velocemente che fate prima a leggerne. Fatto sta che tutto porta, in territorio israeliano, a dibattiti feroci sui possibili sbocchi. Diventare uno stato realmente democratico. O uno Stato che sogna “la Grande Israele” (indicando così il territorio dello Stato di Israele insieme con i territori palestinesi). O “lo Stato degli ebrei e solo degli ebrei”, come dichiara la legge varata dal governo Netanyahu nel 2018. Una legge che non solo nega ai non ebrei di intervenire nella politica dello Stato, ma elimina le lingue accessorie come “non facenti parte dello stato”. Rimane solo l’ebraico. Con questa legge, Israele diventa quasi uno stato teocratico, simile, idealmente, all’Iran e al Vaticano.

Una legge criticata ovunque, ma che ora, per chi ne sparla, come per chi si oppone a Netanyahu ed ai suoi ministri di ultradestra, diventa un modo di essere tacciati di antisionismo(ritorna il discorso iniziale, vedete). Molti israeliani lottano contro questo governo e queste risoluzioni, ma senza nessun aiuto, o quasi, dagli ebrei della diaspora, creando una frattura tra la comunità ebraica mondiale.

Volutamente, visto che è un libro su Israele, non parlo degli orrori di Hamas (che non sarà mai sconfitto completamente solo sul piano militare) né di quello che il governo israeliano sta perpetrando a Gaza. Entreremo anche noi nella spirale antisemitismo-antisionismo senza riuscire ad uscirne.

Io posso solo concludere aderendo completamente alle conclusioni di Anna Foa: l’unica opzione possibile è quella dei due stati. Ma sarà possibile solo quando taceranno le armi.

“Leibowitz negava ogni diritto divino degli ebrei alla terra di Israele e sosteneva che l’occupazione avrebbe avvelenato l’animo degli israeliani trasformandoli in ‘giudeo-nazisti’.” (41)

Luigi Nacci “Trieste selvatica” Laterza euro 14 (in realtà, scontato a 13,35 euro)

A: 30/03/2022 – I: 26/07/2025 – T: 28/07/2025] && e ½   

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 196; anno: 2019]

Una lettura che nasce da un amore ed una curiosità. L’amore è per questa collana di Laterza, che seguo a ritmi alterni, ma che già dal titolo (“Contromano”) mi ha sempre affascinato. Anche perché, nel corso del tempo, mi ha consentito di visitare sulla carta molte città e molti luoghi che, se non mi erano cari, lo sono diventati. La curiosità, invece, viene dal cercar motivi della natura di mio suocera Laura, che a Trieste è nata, vi ha passato alcuni (pochi) anni della sua infanzia, ma è come se ne fosse rimasta legata, al di là delle comprensioni razionali.

E devo dire che entrambi i moti dell’anima sono stati ampiamenti soddisfatti dalla passeggiata letteraria fatta con Nacci, dentro e intorno alla città triestina. Usando quel modo d’essere da Nacci inventato, la “viandanza”. Un termine che riprende i due corni maggiori del termine viandante (quelli di “andar per via”), trasformandone la fine in una allegria comportamentale, verso sé stessi, ma soprattutto verso chi si incontra per via, e con cui si intrecciano discorsi ed altre amenità.

Così, viandando con lo zaino in spalla insieme a Nacci partiamo dal vecchio Molo San Carlo prima che diventasse Molo Audace, attraversiamo la vecchia Piazza Grande, prima che diventasse Piazza Unità. Ci fermiamo con lui davanti a San Giacomo e non davanti a San Giusto. E poi daremo le spalle al mare, che non è per i triestini, andando per boschi e doline carsiche, salendo piccole colline, immaginando il mondo come era ai tempi della grande fucina letteraria mitteleuropea, per finire nei piccoli villaggi di quella che viene chiamata “Ciceria”, zona abitata da una strana etnia di istro-romeni.

Tuttavia, bisogna andare con ordine, ravvolgiamo i fili, e partiamo dalla Trieste che si conosce, quella di Joyce, di Saba, dei caffè dai nomi strani, della bora, delle regate. Quella che ci fa dispiegare lo sguardo tra il Porto Vecchio ed il Caffè degli Specchi, guardando in lontananza il castello di Miramare, e, alzando lo sguardo, scrutare il santuario mariano di Monte Grisa.

Camminando e parlando con Nacci, scopriamo questa città di mare con le montagne sulle spalle (che mi riporta alle sensazioni provate decenni fa nelle mie visite a Beirut), un città italiana ed allo stesso tempo slava, una città asburgica, ma fortemente mediterranea. Possiamo dire che è una città contraddittoria? Certo. Ed è una città selvatica, che, usciti da sentieri troppo battuti, ecco che ci troviamo nel Carso, ecco che ci spostiamo nell’Istria, per arrivare in quella zona nordorientale, abitata dai cici, istro-romeni assai trascurati da tutte le letterature nostrane, non fosse che per qualche parola sfuggita alla penna di Paolo Rumiz o di Claudio Magris.

Così che mi aggancio all’anima profonda anche dello scritto di Nacci, una guida letteraria e metaletteraria, con tanti rimandi che aprono mondi di letture intriganti, da "Trieste" di Ara e Magris a "Trieste o del nessun luogo" di Jan Morris, passando dentro saggi che incuriosiscono come "Trieste è un'altra" di Pietro Spirito o "Trieste sottosopra" di Mauro Covacich). Arrivando al fine a citare testi praticamente irreperibili come "Trieste provincia imperiale" di Fölkel o “Bozzetti istriani” di Guido Miglia.

E nelle parole di Nacci, mi scivolano nella testa i tanti scrittori locali o passati per quei luoghi. C’è Svevo, allora, e ci sono Joyce, Saba e Magris, Boris Pahor e poi ci sono Scipio Slataper, Ennio Emili, Fulvio Tomizza, Ivo Andrić, Anita Pittoni, Paolo Universo e tanti altri: una lista davvero infinita di scrittori e poeti. Ognuno con la sua idea della città. Per Saba, ad esempio, era una città dispensatrice di angoscia, per diventare malefica nei pensieri di Bobi Bazlen. Ma, riprendendo le contraddizioni, è anche la città di Franco Basaglia e delle porte aperte dei manicomi.

Una città crogiolo, una città selvatica, un mondo che si lascia sfiorare, ma che bisogna attraversare per vedere bene. E ben ricordo il mio ultimo transito triestino, di ritorno da un fantastico giro croato-sloveno.

Nacci al fine compendia il tono selvatico e ironico della sua città con l’epigrafe: “Se no i xe mati no li volemo”. Frase che mi ha aperto un mondo. Intanto, è veneta, quindi mal mi si adattava alla natura giuliana del discorso. Eppur tuttavia, ci poteva stare nella descrizione dei contrasti e delle contraddizioni di una città che ha anche cambiato dialetto tra il Settecento e l’Ottocento. Laddove rinuncia al tergestino per passare armi e bagagli al veneziano, quasi dimenticando la sua storia, iniziata da Tergeste, e passata in parallelo all’italiano Trieste, all’austriaco Triest ed allo sloveno Trst.

Ma seppur ci stava il dialetto, ed acutamente l’osservazione legata alla frase, nel mio immaginario, rimaneva sempre un detto goldoniano (una frase o forse una commedia). Via con le ricerche che mi hanno portato a distruggere questa memoria ancestrale. La frase è sì il titolo di una commedia, ma scritta da Gino Rocca nel 1926, e portata sugli schermi da Esodo Pratelli, con una magistrale interpretazione di Paolo Stoppa. Ed era questa che io ricordavo ed avevo trasferito in contesti diversi. Grazie alle spinte di Nacci, tutto è tornato al suo posto.

“[Noi triestini] Compriamo e leggiamo più libri di tutti.” (182) [io proporrei una sfida…]

Questa volta ho deciso, come negli accostamenti di torte e bevande liquorose, di azzardare un “ton sur ton”, proponendo alcune frasi di un autore che a me è sempre piaciuto. Eccoci allora a narrare di Marc Augé e del suo “Un etnologo nel metrò”:

“Giovani: coloro la cui giovinezza significa per gli altri soprattutto che la loro si è allontanata.” (40)

“La democrazia avrà incontestabilmente fatto grandi progressi il giorno in cui i viaggiatori più precipitosi o meno attenti rinunceranno da soli a prendere il corridoio di ingresso per uscire.” (58)

“Il metrò è solitudine senza isolamento.” (59)

“Il metrò mi aveva insegnato che si può cambiare linea e che, se non si sfugge alla sua rete, si può pur sempre fare qualche bella deviazione.” (101)

Ancora qualche giorno di riposo, in patria e fuori, prima di riprendere il normale andamento dei nostri giorni. Certo, come direbbe Mafalda, “fermate il mondo, voglio scendere”. Speriamo di riuscire almeno a rallentare la corsa verso il baratro. Ed allora, amici, lettori, viaggiatori, un grande abbraccio.

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