Paulo
Coelho “Undici minuti” Repubblica Latinoamericana 15 euro 9,90
[A: 13/05/2020
– I: 14/05/2025 – T: 16/05/202] - &&
[tit.
or.: Onze minutos; ling. or.: portoghese; pagine: 253;
anno 2003]
Non ho letto molto di Paulo Coelho, anzi
direi che ho letto poco o nulla. C’è però un dato che risalta subito ai miei
occhi, ogni volta che leggo la sua scrittura. Un fastidio, forse immotivato, ma
persistente. Mi sembra sempre che lui faccia il professore, che si ponga sulla
sua cattedra a dispensare il sapere in forma Bignami. Non arrivo a definirlo
presupponente, ma di sicuro è un atteggiamento che a me irrita.
Cosa che si ripropone, immancabilmente,
anche in questo “Undici minuti”, in cui volendo farci partecipi dell’apologo
dedicato ad una mercenaria del sesso, con il pretesto di utilizzare come base
di scrittura un manoscritto altro, uno scritto non suo, si imbarca
nell’inanellare una bella sfilza di stereotipi della cultura di massa.
Dedicando tutto il libro a promuovere quell’atto tra due persone che, secondo
una media mondiale, dovrebbe durare undici minuti.
Allora, girando intorno ad una possibile
idea di storia, mettiamoci intorno tutta una serie di “hit” condite da una
buona ed accattivante proprietà di linguaggio, ed ecco confezionato un buon
prodotto. Ci mettiamo dentro “Pretty Woman”, la religione più diffusa tra i
lettori di Coelho, un fondamentale nome di donna, condiamo tutto con un po’ di
sesso, ma senza spingerci oltre il lecito, ed ecco un bel prodotto.
Coelho prova a narrarci la storia di Maria
(uno dei nomi più diffusi al mondo), seguendola sin dalla prima infanzia che si
dipana nel profondo Brasile. Maria è bella, ma anche decisamente impreparata
alle vicissitudini della vita. Maria si innamora, e cerca il “grande amore”.
Possiamo dire con certezza che verrà presto disillusa. In ogni caso cresce,
matura, si fa un po’ di strada nella vita, trovando un suo spazio all’interno
della società locale. Per una qualche festa, decide di passare del tempo a Rio
de Janeiro. Ed ecco, la svolta.
Un sedicente manager, che la vede bella e la
sente cantare intonata, le propone un contratto come cantante di samba in un
locale di Ginevra. L’ingenua Maria accetta, così che la vediamo volare oltre
oceano, passare dal caldo brasiliano alla fredda Svizzera. Diciamo che si muove
sul filo del rasoio. Canta sì, ma il padrone del locale (probabilmente in
combutta con il finto manager) fa di tutto per metterla in difficoltà. Lei si
licenzia.
Secondo colpo di svolta. Mentre cerca di
capire come portare avanti la sua vita, ha un fortuito incontro con un arabo,
che finisce ovviamente a letto. Lei pensa ad un rapporto occasionale. L’arabo è
invece incrollabile nel voler pagare le sue prestazioni. Ecco che, da un giorno
all’altro, Maria si trova a fare la prostituta. Entra nel giro di un bordello
gestito da Milan, che diventa quasi un suo padre putativo, che la protegge e le
spiega il mestiere.
Maria fa grandi progressi, diventa quasi più
una escort che una mercenaria del sesso. Cerca anche di “acculturarsi”,
entrando in gran confidenza con Heidi, bibliotecaria stramba che le spiega
molto sul sesso (tra cui l’uso del clitoride e l’esistenza del “punto G”).
Ovvio che ci deve essere una nuova
svolta, che arriva quando, uscendo da un bar, un avventore la ferma e le fa una
strana proposta. Si chiama Ralf, è un pittore, ma ha perso il fuoco dell’arte.
Ralf le chiede se le va di fare la modella per lui.
Nasce così un lungo tira e molla tra sesso
virtuale, sesso parlato, dipinti iniziati, sedute di lavoro, scazzi ed altri
momenti per condire le pagine. Fino a che Maria non trova il modo di scardinare
la secca in cui si era arenato Ralf. E solo a quel punto, dopo pagine e pagine
di rimandi, i due faranno l’amore. Cioè faranno sesso amandosi, uno dei momenti
sublimi della vita. A questo punto Maria capisce che finalmente può tronare in
Brasile avendo raggiunto lo scopo per cui era partita. Tuttavia, l’aereo fa
scalo a Parigi, dove, con mossa birichina, Ralf (capite le sue intenzioni)
l’aveva preceduta. E la sorprende in aeroporto con la frase “Parigi ci sarà
sempre”.
Cosa succederà dopo dipende dalla vostra
sensibilità e da quella di Coelho. Lui ne narra, noi immaginiamo l’esistenza di
quel finale ma anche di tante possibili varianti.
In questo breve volo intorno al testo, ho
ripreso molti dei punti iniziali. Manca la religione, che relego in due punti.
Uno esplicito, quando nell’introduzione dedica il libro ad un casuale incontro
a Lourdes, sottolineando una cosa che, se sottolineata, vuole dire che spesso
viene messa in discussione. Cioè l’onestà dell’artista. La seconda quando,
nell’arco dei suoi excursus sessuali, si arriva ad ipotizzare una sacralità del
gesto sessuale, che a me pare un tantino stirata. Sono solo d’accordo che l’amore
è un sentimento sacro, per il resto discutiamone.
Vorrei infine concludere con quella frase
del finale su Parigi, che Ralf cita come proveniente da Casablanca. Purtroppo,
la frase è leggermente diverse, che Humphrey dice “Avremo sempre Parigi”, che a
Parigi lui e Ingrid si erano amati, ed ora, nel destino che li allontanerà per
sempre, ci sarà il ricordo di Parigi a far tornare alla mente i bei momenti del
loro amore. Un’accezione della frase che mi sembra leggermente diversa da
quella che intona Ralf, visto che lui e Maria non sono mai stati (ancora) insieme
a Parigi.
Comunque, per me la miglior frase su Parigi
è quella di Audrey Hepburn in “Sabrina” quando dice “Parigi è sempre una bella
idea”, facendocene capire il fascino eterno e la sua atmosfera magica e
dedicata all’amore.
Mentre per me la più bella frase d’amore è
sempre quella di Humphrey, ma in un altro punto del film, quando, pur amandosi,
lui convince che l’unica cosa che Ingrid deve fare è partire, e le dice “Se
quell'aereo decolla e tu non sei con lui, te ne pentirai. Forse non oggi, forse
non domani, ma presto e per il resto della tua vita”.
Casablanca batte Coelho 1 a 0.
“Benché lui ignori totalmente la sua
importanza nella mia vita … voglio che sia molto felice.” (139)
“Chi è innamorato sta sempre facendo
l’amore, anche quando non lo fa.” (159)
Furukawa Hideo “Tokyo
Soundtrack” Corriere Giappone 4 euro 8,90
[A: 22/05/2021 – I: 24/05/2025 – T: 28/05/2025]
- &&&
[tit. or.: サウンドトラック
Saundotorakku; ling. or.: giapponese;
pagine: 759; anno 2003]
Furukawa
Hideo è uno scrittore ormai verso i sessanta, atipico ma significativo nel
panorama della letteratura giapponese. Da sempre amante delle lettere, della
musica e del cinema, inserisce tutte queste sue passioni nella scrittura, dove
ammette candidamente che il suo idolo è Murakami Haruki. E solo per questo, a
me già piace. Devo dire, comunque, che ho faticato non poco a leggere questo
grande volume, che alla fine, è pensandoci sopra, ho rivalutato rispetto ad
un’iniziale gradimento limitato. Copre molti temi, mette molta carne al fuoco,
ha, infine, uno stile completamente anti-Haruki, ma se inseriamo il testo nel
suo contesto, non possiamo che apprezzarne alcuni tratti tipici.
Intanto,
cominciamo invece con il disprezzare le modalità italiche di inserire notizie
inutili nei titoli originali. Perché Hideo ha chiamato il testo “Colonna
Sonora”, e quel Tokyo aggiunto anodinamente non porta nessun elemento di
maggior positività al testo, se non ricordare al lettore che stiamo leggendo un
testo giapponese.
Un
testo che, scritto nel 2003, viene ambientato da Hideo nel 2009, in modo da
poterci mostrare quello che potrebbe diventare il suo (nostro) mondo. E se poi
ne leggiamo con il senno di venti anni dopo, vediamo anche quante profezie (o meglio
anticipazioni) si siano avverate. Come non riconoscere a Hideo di aver già
pensato un mondo che si avvia alla tropicalità (cambiamenti climatici), dove si
perde l’identità personale (cambiamenti di genere), dove aumenta in modo
incontrollabile l’ondata xenofoba (cambiamento degli atteggiamenti verso gli
immigrati). Insomma, tutta una serie di motivi che ne fanno un libro
interessante da leggere pur nella sua non facile lettura (e scusate il bisticcio).
Intanto,
per semplificare il nostro approccio, vediamo subito che abbiamo cinque
protagonista in tutta la vicenda. Ci sono Touta e Hitsujiko, due ragazzi che si
salvano da un naufragio su di un’isola deserta, che vengono “salvati” e fatti
adottare (si pensava fossero parenti, ma in realtà non lo sono, ed il modo in
cui si salvano e vivono i primi anni della loro vita, è un piccolo “romanzo nel
romanzo”). Hitsujiko trova una famiglia che poi la porta a vivere a Tokyo,
mentre lui è irrequieto e ribelle ed a Tokyo ci andrà da solo, molto più
avanti.
Ed è
appunto Tokyo il protagonista numero tre, una città distopica e ostile, dove
sorgono a dismisura baraccopoli, dove c’è grande violenza e poca empatia, ma
che comunque Hideo riesce a dipingere benissimo, ed io, con Touta e Hitsujiko
mi vedo passeggiare per Shibuya, per Harajuku e per Akihabara. Dove magari
riesco ad incontrare il/la protagonista numero quattro, Lena. Un lui o una lei
(non si sa realmente il suo gender) che nata in quartiere di immigrazione mediorientale,
si aggira per la città dove cerca di vendicare il suo amico corvo (il quinto
protagonista) cui hanno ucciso la compagna.
In
una storia che poco o nulla ha di occidentale, possiamo riconoscere tre filoni
molto giapponesi nella narrazione. Il primo è l’identità dei tre protagonisti
umani, che, se fossimo un po’ più addentro al mondo nipponico, potremo
associare con alcuni “emblemi” molto caratteristici. Touta è sicuramente la
reincarnazione nel XXI secolo di un samurai in cerca di un sé stesso padrone.
Mentre Hitsujiko potrebbe farsi vedere come una “Sailor Moon” in versione
anarchica mentre Leni si potrebbe identificare in “Ranma ½” (spero sappiate chi
siano questi due manga, uno forse noto, con le guerriere Sailor che cercano di
salvare il mondo, così come la nostra eroina cerca di distruggerlo attraverso
la danza; mentre Ranma ½ è una strana figura senza identità sessuale, che
ragazzi e ragazze bramano di avere come partner di vita).
Anche
se mai esplicitamente come in Haruki, la colonna sonora è il filo rosso che
porta avanti tutto il testo, con Touta che non riesce a comprendere la musica preferendo
il silenzio e Hitsujiko che con la musica (e la danza) scatena la sua ribellione.
E, ripetendomi ma chiudendo il cerchio, gli innumerevoli filoni narrativi che
porta avanti Hideo come appunto le migrazioni in un mondo globalizzato, i
cambiamenti climatici, l’identità di genere, partono, si intrecciano, poi di
colpo si interrompono, portandoci ad un finale aperto che è anche uno dei
momenti migliori nell’economia della lettura.
Non
è facile, ma forse neanche utile, seguire una trama in una colonna sonora che
andrebbe seguita per il suo modularsi nel tempo. C’è il naufragio nell’isola
deserta, la sopravvivenza dei due bambini non parenti, il “salvataggio” da
parte dell’esercito, l’adozione, la separazione dei due, ed il loro diverso
avvicinamento alla capitale. C’è la descrizione della capitale distopica ed
ostile, dove Hitsujiko si integra nel sistema scolastico, e fonda una banda di
danzatrici, novelle “Sailor Moon”, che con la danza portano scompiglio e
distruzione. Mentre Touta vi arriva solitario, ma forte delle sue capacità,
anche di aggregare intorno a sé il popolo degli “Out” della città. Gli
irregolari, gli immigrati, gli stranieri. Là dove si incrocia con le vicende di
Lena e della sua vendetta verso i corvicidi. Possiamo quasi farne una sintesi,
pensando come ad una gigantesca “linea d’ombra” conradiana che i nostri
protagonisti attraversano per andare alla scoperta della propria identità.
Hideo
ci ricorda, già venti anni fa, l’impazzimento delle stagioni, dove le cicale
cantano a marzo e l’estate si fa torrida sempre più di anno in anno, con i
conseguenti disagi che ne derivano, portando spesso a momenti di isteria collettiva.
Un sentimento di difficile traduzione con un termine secco, derivante da quello
che in inglese si chiama “in-between”, un momento tra due stati, una soglia da
attraversare, dove non si hanno punti fermi, e ci si confronta con una
pluralità sessuale e comportamentale, che ancora oggi, vent’anni dopo, non
sappiamo gestire.
In
questa Tokyo attuale ma finta, l’odio verso il diverso si trasforma in violenza
(ed ancora oggi ne parliamo e ne vediamo le brutte propaggini e i possibili
sviluppi). C’è ovviamente un unico modo (forse due, ma vediamo) per affrontare
la necessità del cambiamento, per dar vita ad una rivolta salvifica. Ed è
l’amore, l’eros, l’unione dei corpi che danno vita ad una colonna sonora che
non potrà essere distrutta. Che alla fine sono una forma dell’arte come lotta
al sistema (questo il secondo modo di affrontare e spingere verso i
cambiamenti).
Alla
fine di tutta “la chanson de Roland” dei nostri protagonisti, che partono
uniti, si perdono ed alla fine si ritrovano, il finale aperto, come detto ci
spinge a pensare che si può andare, di nuovo uniti, alla conquista del nuovo
mondo. Sperando di trovarne uno adeguato ma diverso dalle vecchie utopie alle
Huxley o alla Orwell.
Non
sempre le idee di Hideo si trasformano in momenti letterari che riescono a
portarci tutto quanto l’autore stesso vuole comunicare. Ma le intenzioni e le
possibili conseguenze mi portano a considerarlo un libro degno di essere letto,
pur nella difficoltà di lunghezza e diversità di collocazione spaziale.
Vorrei
concludere citando lo stesso Hideo che, in un’intervista relativa ad un suo
libro, rispose: “Voi direte che tutto ciò è solo finzione. E io non lo negherò.
Ma di cosa è fatto il mondo, secondo voi, se non di finzione?”. Credo non ci
sia altro da dire.
Abraham Yehoshua “Il terzo tempio” Einaudi
s.p. (prestito di Alessandra)
[A: 03/06/2025
– I: 21/06/2025 – T: 22/06/2025] - &&&&
[titolo:
המקדש השלישי
- Hamakdash Hashlishi;
lingua: ebraico; pagine: 87; anno: 2022]
In gioventù, e soprattutto nello scorso
secolo, ho letto assai del grande scrittore israeliano Avraham Gabriel
"Boolie" Yehoshua (che nella letteratura italiana è riportato come
Abraham B. Yehoshua). Poi, nel periodo iniziato con le tracce delle mie
letture, lessi all’inizio delle trame il suo primo libro (“L’amante”). Ora,
esattamente due anni dopo la sua morte, ne leggo questo ultimo, quasi una testimonianza
epigrafica di tutto il suo pensiero ed il suo modo di vivere.
Yehoshua ha sempre e costantemente, insieme
ai suoi sodali Amos Oz e David Grossman, cercato di ipotizzare un mondo
israeliano pacificato, un mondo di pace. Un mondo in cui, se ci fosse ancora
oggi, sia lui che Amos, avrebbero difficoltà a far sentire la loro voce. Tutti
loro hanno sempre lavorato per una “soluzione dei due stati”. Ma qui, lo
scrittore fa un passo avanti, augurandosi la nascita di una nazione unica che
potesse ospitare tutte le comunità, religiose e laiche.
In questo testo, la sua abilità è creare un
simbolismo metaforico che dura per tutto il testo. Per cui, seguendo una storia
che ha un suo svolgimento autonomo, alla fine, se ne ripercorrono i tratti
salienti alla luce della possibile lettura politica (oltre che religiosa). La
sola difficoltà (a parte i riferimenti ebraici, fortunatamente risolti da un
utilissimo glossario) è la forma scelta della forma espressiva. Lui la battezza
“Novella in forma di dialogo”, ma in effetti è un piccolo testo teatrale (che vedrei
bene rappresentato in questi periodi di turbolenza).
Il nodo è la testimonianza di una donna,
Esther Azoulay, figlia di un ebreo marocchino e di una cristiana convertita.
Alla morte del padre, viene presa sotto le ali della formazione religiosa dal
rabbino Modiano. Che in realtà, se ne invaghisce morbosamente (pur non
oltrepassando i confini della liceità), tanto da essere scosso quando le si
innamora, ricambiata, di un ebreo iraniano, David Mashiah. Il rabbino escogita
allora uno stratagemma per impedire le nozze. Pur essendo già ebrea, poiché la
madre, convertita, è ebrea a tutti gli effetti, il rabbino la convince a
doversi convertire a sua volta.
Irretita da Modiano, Esther acconsente, ma a
questo punto, per le leggi religiose, non può più sposare David, essendo questi
figlio di esponenti della casta sacerdotale. Qui ci si addentra molto nei
termini religiosi, che seguo con grande difficoltà. Fatto sta che ora con
questa testimonianza Esther vuole ottenere due risultati. Una testimonianza che
presenta al rabbino Nissim Shoshani, capo del tribunale degli “agunot”.
Il primo è bloccare la nomina di Modiano a
capo rabbino degli ebrei di Parigi, in favore del capo di Nissim. In questo
modo, se il capo diventa rabbino capo a Parigi, Nissim fa un salto di carriera
in Israele. Il secondo è presentare, come progetto di riscatto rispetto a
questa situazione bloccata e bloccante, l’ipotesi di costruire il Terzo tempio,
che deve essere eretto a Gerusalemme dopo l’avvento del Messia ebraico, non sul
luogo che i musulmani chiamano al Haram al Sharif (Il nobile santuario) e gli
ebrei Har ha-Bait (Monte del tempio) e dove sorge la moschea Al Aqsa, ma più
modestamente nella vicinanza del Monte degli Ulivi, tra la Tomba di Assalonne e
la valle della Geenna.
Una proposta, la seconda, spiazzante e molto
politica: non una prevaricazione, ma trovare il modo di convivere tutti nelle
proprie diversità.
Tra interruzioni, riprese, discorsi e
timori, la novella va avanti, finendo, senza risolverci il dilemma rabbinico,
con un’immagine molto quotidiana: il rabbino protagonista, prima di andare a
casa, va al mercato per comperare frutta e verdura.
La metafora quadro del testo è la critica
all’ebraismo religioso, portato a governare un paese suppostamente democratico,
e, per la sua intransigenza, non atto a portare a termine il suo mandato. La
sotto-metafora è quel messaggio di pace e di speranza verso una convivenza, in
Israele ma anche ovunque nel mondo, senza prevaricazioni reciproche.
Per capire meglio poi alcuni passaggi, il
tribunale di Nissim è deputato alle dispute intorno alle “agunot”. Un termine
che letteralmente significa “ancoraggi”, ma che indica la situazione di quelle
donne che, per qualche motivo, non riescono a raggiungere lo statuto di
divorziate. Tipico esempio, una donna sposata con militare che risulta disperso
in combattimento. Ma il messaggio di Yehoshua va oltre questo primo livello,
che “agunà” (il singolare di agunot) è il titolo della prima novella scritta da
Shmuel Yosef Agnon, israeliano premio Nobel per la letteratura nel 1966.
Profondo conoscitore di tutte le
letterature, abbiamo anche abbastanza scopertamente due riferimenti alla
letteratura italiana. Il Manzoni dei “Promessi Sposi”, visto che il matrimonio
di Esther e David “non s'ha da fare, né domani né mai”. Ed il Dante Alighieri
dell’episodio di Paolo e Francesca, quando Esther confessa di essersi
innamorata di David studiando insieme a lui (“galeotto fu il libro e chi lo
scrisse”).
Ancora più simbolici sono i nomi dei
promessi. Esther è infatti un caposaldo della Bibbia ebraica (colei che difende
gli ebrei dal nemico e li salva), ma con il tempo è diventata anche paladina
delle “agunot”, cui sono dedicati i giorni di digiuno che precedono la festa di
Purim. Lo sposo promesso, poi, fa di cognome Mashiah, cioè Messia, e di nome
David, l’eponimo re di Israele da cui discenderà il Messia (doppia citazione).
Poi c’è il rabbino Shoshani il cui nome
rimanda ad un filosofo ebreo leggendario, Monsieur Chouchani, che scompare
misteriosamente in Uruguay nel 1968. Non manca anche un segnale
politico-religioso quando Esther, per illustrare il suo progetto di Terzo
Tempio, toglie dal muro le foto di Ovadia Yosef e Abraham Isaac Kook. Il primo
fondatore del partito ultraortodosso Shas negli anni Ottanta, il secondo di un
movimento sionista religioso degli anni Trenta.
Infine, l’immagine finale del rabbino al
mercato riprende pari pari un testo poetico di Yehuda Amichai, considerato da
molti il più grande poeta israeliano moderno, che usa quell’immagine come
rappresentazione della redenzione di Gerusalemme.
Volendo fare quindi un sunto dei sunti,
attraverso dialoghi ben orchestrati che affrontano, direttamente o velatamente,
i temi fondanti dell’ebraismo, come il messianesimo, l’identità ebraica, le
regole, i precetti e il loro rapporto con le cose umane: amore, eros, gelosia,
voglia di felicità, Yehoshua ci proietta la sua visione sul futuro destino
d’Israele, laddove la donna che cade in una trappola rappresenta la trappola in
cui è caduto il popolo d’Israele, che ne potrà uscire soltanto trovando una
“Soluzione”, che magari sparigli il campo come la soluzione proposta da Esther.
Un libro densamente difficile, ma che letto
in questi giorni fa sicuramente riflettere sulla presenza di voci diverse
dall’omologazione trumpiana. Speriamo bene in un futuro diverso.
Kenzaburō Ōe “La foresta d'acqua”
Corriere Giappone 9 euro 8,90
[A: 05/07/2021 – I: 29/06/2025 – T: 02/07/2025]
- &&&
e ½
[tit. or.: Suishi
水死; ling. or.: giapponese; pagine: 478;
anno 2001]
È anche un libro profondamente giapponese. C’è
sempre una grande calma nel rapportarsi all’altro, si parla (tantissimo), si
usano immagini che rimandano ad immagini e pensieri altri, sembra quasi che si
attraversi la vita senza far rumore. Anche se poi, quando si arriva a tirare la
corda oltre un certo limite, quando si va oltre, può scattare molta violenza,
contro gli altri, ma anche contro di sé. Una delle cose che più mi aveva
affascinato nei miei primi approccio con il Giappone, ad esempio, era il tipo di
protesta inscenato da Folco Maraini (il padre di Dacia, grande orientalista)
che, internato in Giappone dopo l’8 settembre in quanto l’Italia era diventata
nemica, per protestare contro il modo che non riteneva urbano di essere
trattati, lui e la sua famiglia, si recise una falange del mignolo della mano
sinistra. La sua, non quella del cattivo giapponese. Questo illustra, anche se
non spiega, alcuni significati del suicidio rituale praticato dai giapponesi.
Per iniziare ad entrare nello spirito del
testo, cominciamo con l’usuale critica e domanda sul titolo. “Suishi” in
giapponese sta per annegamento, motivo che ricorre come un filo rosso
attraverso tutto il testo (e vedremo perché). Ora, “La foresta d’acqua” fa di
sicuro riferimento ad un certo passo del testo, immerso in mille altre parole.
Ma soprattutto può far riferimento a due termini: la foresta, usata dall’autore
come simbolo della dipartita (“Non hai preparato … a salire su nella foresta” è
una poesia della madre che rimprovera il figlio di non aver al momento
preparato il nipote all’evenienza della morte) e l’acqua che ritorna per il
motivo principale per cui l’autore sta scrivendo questo testo.
Che è un testo “watakushi shosetsu”, termine
giapponese che indica un tipo di letteratura, sorta all’inizio del XX secolo,
dove l’autore come io narrante tratta di riflesso i suoi personali avvenimenti
come fossero le avventure personali del protagonista. In pratica, ora verrebbe
etichettata come “autofiction”.
Abbiamo quindi l’io narrante, il protagonista
Kogito Chōkō (uso la traslitterazione più nota, dopo aver visto scritto questo
stesso nome in cento modi diversi) che è una sorta di alter-ego di Kenzaburō.
Tra l’altro, compare anche in altri scritti del nostro. L’idea di base del
libro è che Kogito, scrittore abbastanza affermato avviatosi alla settantina,
voglia scrivere un libro che ha sempre rimandato di affrontare, un libro che
dovrebbe intitolarsi (capite subito il perché del titolo originale) “Il romanzo
dell’annegamento”, e che narra le vicende del padre di Kogito, annegato nel
1945, poco prima della fine della Seconda Guerra Mondiale. Ha sempre rimandato
la scrittura, mancandogli alcuni elementi, che solo ora, sua sorella Asa gli
può fornire, portandogli una valigia rossa, che la madre aveva lasciato come
eredità solo che gli fosse consegnata dieci anni dopo la morte della madre
stessa.
Kogito allora torna nella valle della sua
giovinezza, dove vive tuttora la sorella, e nella casa avita riceve la valigia,
e con l’ausilio del lascito immagina di scrivere il famoso romanzo. Da qui,
tuttavia, si dipanano mille rivoli narrativi che prima ingarbugliano e poi,
forse, alla fine, danno un senso al testo, anche se ad ogni passo dobbiamo fare
sforzi immani di ricostruzioni e di collegamenti.
Per ora facciamo una prima pausa, che anche Kenzaburō
soffrì della morte del padre, che avvenne per infarto nel 1944. Padre cui
l’autore aveva già parlato in due libri. Uno inedito in Italia (“Padre, dove
stai andando?”), il secondo (“Il giorno in cui lui mi asciugherà le lacrime”,
uscito in Italia come uno dei quattro testi inserito in “Insegnaci a superare
la nostra pazzia”).
Poi ci si può immettere nel flusso narrativo
e nei suoi tanti aspetti. Il contenuto della valigia non porta nessun elemento
nuovo, tanto che lo scrittore decide di abbandonare il progetto. E qui alcune
digressioni interessanti sullo scrivere e sulla mancanza di scrittura. Nella
campagna poi, la sorella gli presenta un gruppo teatrale, gestito da un bravo
regista (Anai Masao) e da un’attrice emergente (Unaiko), che intende mettere su
uno spettacolo teatrale che sia il compendio di tutti gli scritti di Kogito.
Ciò permette a Kenzaburō di intrappolare nel tessuto narrativo testi che ha
scritto lui ma che nel testo vengono attribuiti a Kogito. Si citano così di
passaggio uno dei primi testi “Aghwee il mostro celeste” oppure il molto noto “M/T
e la storia delle meraviglie della foresta” (conosciuto in italiano con il
titolo di “Gli anni della nostalgia”). Con molti intrecci di metaletteratura.
Il maestro e mentore di Anai viene indicato con il nome di Hanawa Goro, che non
è altro che il protagonista del libro di Kenzaburō “Il bambino scambiato”.
Infine, parlando de “La vergine eterna”, Kogito e Anai mettono in discussione
tutta la poetica di Kenzaburō.
Ma Kogito non scrive il libro
sull’annegamento del padre, il progetto teatrale fallisce, rimanendo solo un
legame forte, foriero di nuove scritture con Unaiko. Anche perché (introduzione
di un nuovo tema) Unaiko riesce non a riconciliare ma almeno a far convivere
Kogito con il di lui figlio autistico Akari, che, potente conoscitore di
musica, sarà responsabile delle musiche degli eventuali testi teatrali che usciranno
dalla collaborazione.
Questo è l’ulteriore filone, il rapporto
padre – figlio in presenza dell’autismo del figlio. Difficile rapporto che
ricalca quello reale, avendo Kenzaburō un figlio autistico, Ikari, che fa il
musicista. Ed in questa parte c’è molto del privato di Kenzaburō, quello che
riuscì a riportare nel libro “Un’esperienza personale”.
Il successivo e penultimo filone porta in
primo piano Unaiko che, sganciatasi da Anai, convince Kogito a riproporre in
teatro una sceneggiatura di un film scritto da lui ma mai finito, “La madre di
Meisuke sul campo di battaglia”, pieno di tanti spunti, ma che fondamentalmente
si incerta sul vissuto di Unaiko e dello stupro da lei subito da parte dello
zio, ora persona molto influente a livello governativo. Uno zio tanto influente
che riesce a bloccare la produzione, producendo un grande scontro tra Unaiko,
lo zio, Kogito, ed un personaggio che arriva verso la fine, il vecchio Dalō,
una volta aiutante del padre di Kogito. Però questa parte permette a Kenzaburō-Kogito
di parlare a lungo della violenza sulle donne, cosa di cui non si può non
ringraziare l’autore (che apre anche piccoli scorci nella vita giapponese meno
nota).
L’ultima parte è dedicata a Dalō, ed alle
confessioni che fa a Kogito, ribaltando tutte le prospettive private
dell’autore (che non vi svelo). Ma soprattutto nella parte pubblica del padre,
di tutta la prosopopea ultranazionalista del padre e dei suoi amici. Scopre in
fondo che si trattava tutto di un complotto per uccidere l’imperatore prima che
cedesse al nemico. Il padre però ha un momento di “rinsavimento”, fuggendo con
la barca dagli altri ufficiali. Però c’è tempesta, la barca si rivolta, il
padre muore. Dalō fa capire che erano tutte scelte del padre, anche quella di
non farlo salire sulla barca.
Tutta questa scrittura porta Kogito a capire
che non riesce a scrivere dell’annegamento, e che quindi non riuscirà ascrivere
altro. Kenzaburō scrive questo testo a 74 anni e non produrrà più nulla di
nuovo sino alla morte, nel 2023 a 88 anni.
Non è un libro semplice da leggere e
interpretare. Soprattutto, per apprezzarne le sfumature, c’è bisogna di un
grosso sforzo di collegamenti tra lo scritto e le altre opere di Kenzaburō,
nonché con il quotidiano giapponese, nei vari momenti della sua storia. Dalla
Seconda Guerra mondiale ad oggi.
Un potente esercizio di metaletteratura, non
solo pieno degli spunti che ho citato, ma anche di tanti altri (ricordo al volo
poesie di T. S. Elliot e Rimbaud, o citazioni da “Il ramo d’oro” di Frazer),
per creare un mondo che è quello delle pagine, ma che è anche quello nella
testa di Kenzaburō. Non raggiunge le più alte vette solo perché alla fine, il
troppo legame con il Giappone non riesce ad essere risolto e comunicato
(sarebbe stato necessario un forte corredo di note esplicative?).
“Un
particolare che ho notato man mano che passano gli anni e si invecchia è che si
viene pervasi sempre più dal desiderio di sistemare la cose nel miglior modo
possibile, senza lasciare niente di irrisolto. Ed è inevitabile, in questa
fase, pensare con molta frequenza alla morte.” (33)
“La
lista dei miei amici e conoscenti che purtroppo non fanno più parte di questo
mondo va allungandosi di giorno in giorno.” (251)
Antonio Pascale “Cose umane” Einaudi euro
19 (in realtà, scontato a 18,05 euro)
[A: 15/07/2025 – I: 28/07/2025 – T: 30/07/2025]
&&&
[titolo: originale; lingua: italiano;
pagine: 214; anno: 2025]
Ho letto diverse espressioni letterarie di
Pascale, trovandole sempre di un buon livello di interesse e di curiosità. Ricordo
in particolare quei racconti dedicati a Caserta, letti ormai tanto tempo fa. Anche
in questa prova, confermo il mio giudizio positivo: qui al solito compare un
alter ego che è Pascale ma anche no, dove si parla di tanto, ma non è né un
romanzo né un racconto né altro. Sono duecento pagine un po’ a briglia sciolta,
laddove seguiamo il protagonista in uno spaccato della sua vita.
Sappiamo (o meglio, sapremo) a tratti della
sua vita prima dell’inizio del testo, e accompagniamo Tonino (così nella
finzione) per un tratto di strada. E poi… Come si dice, l’autore esaurisce il
suo compito, e noi ci portiamo dentro le riflessioni che ci ha suscitato. Se ci
è riuscito, allora il libro è un buon libro.
Tonino, che si avvicina ai sessant’anni (Pascale
è nato il 22 gennaio del ’66), lavora a Roma ad un Ministero (Pascale è
ispettore agrario presso il Ministero delle Politiche Agricole), collabora a
giornali, ha scritto testi, libri, spettacoli, ha realizzato istallazioni
artistiche con il suo grande e passato amore, Caterina, ed ha una figlia da
generazione Z, Susanna. Ma soprattutto ha ancora un padre ed una madre
novantenni, che vivono ancora a Caserta.
Sono proprio i genitori anziani a farlo
riflettere; in un estate senza tante prospettive, potrebbe dedicare loro
qualche fine settimana in più, perché, in fondo, non avranno molto da vivere.
Così comincia un periodo da pendolare sui treni, un viaggio lento che stimola
pensieri, bilanci sulla propria vita, considerazioni sui genitori che
invecchiano, e meraviglie sulla figlia che cresce (si sta laureando…).
Questa riflessione sulla famiglia, lo porta
(ci porta) a riflettere come noi italiani, ma anche in generale in quasi tutto il mondo occidentale,
siamo passati da un periodo di miseria, fame, malnutrizione e lavoro nei campi
(visto che siamo nel nord della Campania, dove solo con un trattore si poteva
alleggerire il lavoro e ci si poteva permettere di studiare), ad un mondo di
abbondanza, dove quasi tutto è permesso, avendo i soldi per comprarlo, per
mettersi in mostro, anche senza nessun contenuto reale.
Pascale battezza questa “rivoluzione” come
il passaggio dal paese di Pinocchio al mondo di MasterChef. Un’idea che, da
sola, vale tutto il viaggio del libro.
Da questa idea partono concatenazioni di
suggerimenti, possibili nuove uscite artistiche, colloqui telefonici con
Susanna, che lo riporta sempre con i piedi per terra, e con lei si riflette
anche di Intelligenza Artificiale ed altre avanguardie tecnologiche.
Ma i ritorni più ravvicinati nelle strade
dell’infanzia, consentono anche di ripercorrere antiche amicizie, personaggi
che si stampano nella memoria, come il sensitivo Domenico. E soprattutto i
genitori. La madre che si alza solo per bisogno, che vuole mangiare sempre
prima (si avviano ad una cena alle 18:30, da paura), che chiude le finestre e
si butta sotto le coperte. Inoltre, si avvia anche verso una qualche forma di
dimenticanza senile (più demenza che Alzheimer). Il padre che cerca di
arginarla, che si adatta, e che, aprendo un ricordo dolce e triste nella mia
memoria, è un patito de “La Settimana Enigmistica” (un bel pensiero, mamma).
Così, in un flusso di parole, fuori dalle
gabbie di inutili romanzi (“scrivere romanzi è da coglioni”), seguiamo Tonino e
le sue storie. Appunto genitori che invecchiano, giovani che sognano, amori che
iniziano, che si evolvono, che non maturano, che a volte finiscono ed a volte
no. E senza parlarne più di tanto (nessun spoiler) un’interessante galleria di
personaggi, descritti con la solita abilità da Pascale. Sono teneri, meschini,
sono violenti, spesso vulnerabili. In una parola sono persone vere.
Non possiamo che salutare la massa di parole
che abbiamo condiviso con Pascale, riflettendo sul messaggio trasversale che le
unisce. Quale saranno, al termine del nostro viaggio, le cose che saranno degne
di essere ricordate?
Mi sembra una domanda che consente
l’apertura di un flusso di parole che non si può contenere qui. Ci sarà modo di
tornarci. Ringraziando, per ora, Pascale dei suoi pensieri in treno.
“Uno vive tutta la vita in un modo e poi
alla fine scopre che era in un altro modo.” (184)
E dopo tanto scritto al maschile, mi siano
consentite alcune citazioni al femminile dagli scritti di Patricia Cornwell.
Cominciamo da “Predatore”: “È una
regola, una loro vecchia usanza: non lasciar mai tramontare il sole sulla tua
ira, non salire in macchina o in aereo arrabbiati, non uscire neanche di casa.
… Sanno con quanta velocità e casualità può succedere una tragedia.” (241)
Continuando con “Il libro dei morti”: “I rapporti tra due persone cambiano di
giorno in giorno” (45) e “Non credo che ci sia una ragione logica, lineare, per
ciò che diventiamo, per quello che facciamo” (163)
Per poi finire con “Key Scarpetta”: “Era una donna organizzatissima. Non gettava mai nulla che
potesse essere importante e aveva un posto per tutto. Se appendevo la camicia a
una sedia, la metteva nell’armadio. Non avevo ancora finito di mangiare che i
piatti erano già nella lavastoviglie. Odiava il disordine. Non sopportava di
vedere le cose fuori posto.” (158)
Ragioni personali non mi danno modo di parlare dell’ultimo viaggio, riponendo i trascorsi e cominciando a pensare a come e quando ci sarà il prossimo (sempre che si riuscirà ad uscire da queste sabbie mobili). Quindi, solo un caldo e grande abbraccio.
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