domenica 21 settembre 2025

Quasi belle letture - 21 settembre 2025

Una settimana appena tornati da un lungo fine settimana marsigliese, riprendiamo con quattro belle letture ed una così così. La meno coinvolgente è stata per me una lettura di un vecchio scritto di Paulo Coelho, una scrittore che a me non ha mai convinto. Salendo dal buono verso l’ottimo abbiamo l’ultimo scritto di Antonio Pascale con il suo non romanzo su quanto succede nella vita. E poi due giapponesi “storici” il Nobel Kenzaburō Ōe con un quasi compendio della sua vita, nell’ora che volge al suo termine, ed il poco conosciuto (a me) Furukawa Hideo con un libro in cui tutto è finzione (e leggete la sua chiusa). In cima un indimenticabile Abraham Yehoshua, con parole che (come la scorsa settimana per il libro di Anna Foa) non possono che continuare a farci riflettere su di una situazione che non ha e non avrà sbocchi.

Paulo Coelho “Undici minuti” Repubblica Latinoamericana 15 euro 9,90

[A: 13/05/2020 – I: 14/05/2025 – T: 16/05/202] - &&   

[tit. or.: Onze minutos; ling. or.: portoghese; pagine: 253; anno 2003]

Non ho letto molto di Paulo Coelho, anzi direi che ho letto poco o nulla. C’è però un dato che risalta subito ai miei occhi, ogni volta che leggo la sua scrittura. Un fastidio, forse immotivato, ma persistente. Mi sembra sempre che lui faccia il professore, che si ponga sulla sua cattedra a dispensare il sapere in forma Bignami. Non arrivo a definirlo presupponente, ma di sicuro è un atteggiamento che a me irrita.  

Cosa che si ripropone, immancabilmente, anche in questo “Undici minuti”, in cui volendo farci partecipi dell’apologo dedicato ad una mercenaria del sesso, con il pretesto di utilizzare come base di scrittura un manoscritto altro, uno scritto non suo, si imbarca nell’inanellare una bella sfilza di stereotipi della cultura di massa. Dedicando tutto il libro a promuovere quell’atto tra due persone che, secondo una media mondiale, dovrebbe durare undici minuti.

Allora, girando intorno ad una possibile idea di storia, mettiamoci intorno tutta una serie di “hit” condite da una buona ed accattivante proprietà di linguaggio, ed ecco confezionato un buon prodotto. Ci mettiamo dentro “Pretty Woman”, la religione più diffusa tra i lettori di Coelho, un fondamentale nome di donna, condiamo tutto con un po’ di sesso, ma senza spingerci oltre il lecito, ed ecco un bel prodotto.

Coelho prova a narrarci la storia di Maria (uno dei nomi più diffusi al mondo), seguendola sin dalla prima infanzia che si dipana nel profondo Brasile. Maria è bella, ma anche decisamente impreparata alle vicissitudini della vita. Maria si innamora, e cerca il “grande amore”. Possiamo dire con certezza che verrà presto disillusa. In ogni caso cresce, matura, si fa un po’ di strada nella vita, trovando un suo spazio all’interno della società locale. Per una qualche festa, decide di passare del tempo a Rio de Janeiro. Ed ecco, la svolta.

Un sedicente manager, che la vede bella e la sente cantare intonata, le propone un contratto come cantante di samba in un locale di Ginevra. L’ingenua Maria accetta, così che la vediamo volare oltre oceano, passare dal caldo brasiliano alla fredda Svizzera. Diciamo che si muove sul filo del rasoio. Canta sì, ma il padrone del locale (probabilmente in combutta con il finto manager) fa di tutto per metterla in difficoltà. Lei si licenzia.

Secondo colpo di svolta. Mentre cerca di capire come portare avanti la sua vita, ha un fortuito incontro con un arabo, che finisce ovviamente a letto. Lei pensa ad un rapporto occasionale. L’arabo è invece incrollabile nel voler pagare le sue prestazioni. Ecco che, da un giorno all’altro, Maria si trova a fare la prostituta. Entra nel giro di un bordello gestito da Milan, che diventa quasi un suo padre putativo, che la protegge e le spiega il mestiere.

Maria fa grandi progressi, diventa quasi più una escort che una mercenaria del sesso. Cerca anche di “acculturarsi”, entrando in gran confidenza con Heidi, bibliotecaria stramba che le spiega molto sul sesso (tra cui l’uso del clitoride e l’esistenza del “punto G”). Ovvio che  ci deve essere una nuova svolta, che arriva quando, uscendo da un bar, un avventore la ferma e le fa una strana proposta. Si chiama Ralf, è un pittore, ma ha perso il fuoco dell’arte. Ralf le chiede se le va di fare la modella per lui.

Nasce così un lungo tira e molla tra sesso virtuale, sesso parlato, dipinti iniziati, sedute di lavoro, scazzi ed altri momenti per condire le pagine. Fino a che Maria non trova il modo di scardinare la secca in cui si era arenato Ralf. E solo a quel punto, dopo pagine e pagine di rimandi, i due faranno l’amore. Cioè faranno sesso amandosi, uno dei momenti sublimi della vita. A questo punto Maria capisce che finalmente può tronare in Brasile avendo raggiunto lo scopo per cui era partita. Tuttavia, l’aereo fa scalo a Parigi, dove, con mossa birichina, Ralf (capite le sue intenzioni) l’aveva preceduta. E la sorprende in aeroporto con la frase “Parigi ci sarà sempre”.

Cosa succederà dopo dipende dalla vostra sensibilità e da quella di Coelho. Lui ne narra, noi immaginiamo l’esistenza di quel finale ma anche di tante possibili varianti.

In questo breve volo intorno al testo, ho ripreso molti dei punti iniziali. Manca la religione, che relego in due punti. Uno esplicito, quando nell’introduzione dedica il libro ad un casuale incontro a Lourdes, sottolineando una cosa che, se sottolineata, vuole dire che spesso viene messa in discussione. Cioè l’onestà dell’artista. La seconda quando, nell’arco dei suoi excursus sessuali, si arriva ad ipotizzare una sacralità del gesto sessuale, che a me pare un tantino stirata. Sono solo d’accordo che l’amore è un sentimento sacro, per il resto discutiamone.

Vorrei infine concludere con quella frase del finale su Parigi, che Ralf cita come proveniente da Casablanca. Purtroppo, la frase è leggermente diverse, che Humphrey dice “Avremo sempre Parigi”, che a Parigi lui e Ingrid si erano amati, ed ora, nel destino che li allontanerà per sempre, ci sarà il ricordo di Parigi a far tornare alla mente i bei momenti del loro amore. Un’accezione della frase che mi sembra leggermente diversa da quella che intona Ralf, visto che lui e Maria non sono mai stati (ancora) insieme a Parigi.

Comunque, per me la miglior frase su Parigi è quella di Audrey Hepburn in “Sabrina” quando dice “Parigi è sempre una bella idea”, facendocene capire il fascino eterno e la sua atmosfera magica e dedicata all’amore.

Mentre per me la più bella frase d’amore è sempre quella di Humphrey, ma in un altro punto del film, quando, pur amandosi, lui convince che l’unica cosa che Ingrid deve fare è partire, e le dice “Se quell'aereo decolla e tu non sei con lui, te ne pentirai. Forse non oggi, forse non domani, ma presto e per il resto della tua vita”.

Casablanca batte Coelho 1 a 0.

“Benché lui ignori totalmente la sua importanza nella mia vita … voglio che sia molto felice.” (139)

“Chi è innamorato sta sempre facendo l’amore, anche quando non lo fa.” (159)

Furukawa Hideo “Tokyo Soundtrack” Corriere Giappone 4 euro 8,90

[A: 22/05/2021 – I: 24/05/2025 – T: 28/05/2025] - &&&

[tit. or.: サウンドトラック Saundotorakku; ling. or.: giapponese; pagine: 759; anno 2003]

Furukawa Hideo è uno scrittore ormai verso i sessanta, atipico ma significativo nel panorama della letteratura giapponese. Da sempre amante delle lettere, della musica e del cinema, inserisce tutte queste sue passioni nella scrittura, dove ammette candidamente che il suo idolo è Murakami Haruki. E solo per questo, a me già piace. Devo dire, comunque, che ho faticato non poco a leggere questo grande volume, che alla fine, è pensandoci sopra, ho rivalutato rispetto ad un’iniziale gradimento limitato. Copre molti temi, mette molta carne al fuoco, ha, infine, uno stile completamente anti-Haruki, ma se inseriamo il testo nel suo contesto, non possiamo che apprezzarne alcuni tratti tipici.

Intanto, cominciamo invece con il disprezzare le modalità italiche di inserire notizie inutili nei titoli originali. Perché Hideo ha chiamato il testo “Colonna Sonora”, e quel Tokyo aggiunto anodinamente non porta nessun elemento di maggior positività al testo, se non ricordare al lettore che stiamo leggendo un testo giapponese.

Un testo che, scritto nel 2003, viene ambientato da Hideo nel 2009, in modo da poterci mostrare quello che potrebbe diventare il suo (nostro) mondo. E se poi ne leggiamo con il senno di venti anni dopo, vediamo anche quante profezie (o meglio anticipazioni) si siano avverate. Come non riconoscere a Hideo di aver già pensato un mondo che si avvia alla tropicalità (cambiamenti climatici), dove si perde l’identità personale (cambiamenti di genere), dove aumenta in modo incontrollabile l’ondata xenofoba (cambiamento degli atteggiamenti verso gli immigrati). Insomma, tutta una serie di motivi che ne fanno un libro interessante da leggere pur nella sua non facile lettura (e scusate il bisticcio).

Intanto, per semplificare il nostro approccio, vediamo subito che abbiamo cinque protagonista in tutta la vicenda. Ci sono Touta e Hitsujiko, due ragazzi che si salvano da un naufragio su di un’isola deserta, che vengono “salvati” e fatti adottare (si pensava fossero parenti, ma in realtà non lo sono, ed il modo in cui si salvano e vivono i primi anni della loro vita, è un piccolo “romanzo nel romanzo”). Hitsujiko trova una famiglia che poi la porta a vivere a Tokyo, mentre lui è irrequieto e ribelle ed a Tokyo ci andrà da solo, molto più avanti.

Ed è appunto Tokyo il protagonista numero tre, una città distopica e ostile, dove sorgono a dismisura baraccopoli, dove c’è grande violenza e poca empatia, ma che comunque Hideo riesce a dipingere benissimo, ed io, con Touta e Hitsujiko mi vedo passeggiare per Shibuya, per Harajuku e per Akihabara. Dove magari riesco ad incontrare il/la protagonista numero quattro, Lena. Un lui o una lei (non si sa realmente il suo gender) che nata in quartiere di immigrazione mediorientale, si aggira per la città dove cerca di vendicare il suo amico corvo (il quinto protagonista) cui hanno ucciso la compagna.

In una storia che poco o nulla ha di occidentale, possiamo riconoscere tre filoni molto giapponesi nella narrazione. Il primo è l’identità dei tre protagonisti umani, che, se fossimo un po’ più addentro al mondo nipponico, potremo associare con alcuni “emblemi” molto caratteristici. Touta è sicuramente la reincarnazione nel XXI secolo di un samurai in cerca di un sé stesso padrone. Mentre Hitsujiko potrebbe farsi vedere come una “Sailor Moon” in versione anarchica mentre Leni si potrebbe identificare in “Ranma ½” (spero sappiate chi siano questi due manga, uno forse noto, con le guerriere Sailor che cercano di salvare il mondo, così come la nostra eroina cerca di distruggerlo attraverso la danza; mentre Ranma ½ è una strana figura senza identità sessuale, che ragazzi e ragazze bramano di avere come partner di vita).

Anche se mai esplicitamente come in Haruki, la colonna sonora è il filo rosso che porta avanti tutto il testo, con Touta che non riesce a comprendere la musica preferendo il silenzio e Hitsujiko che con la musica (e la danza) scatena la sua ribellione. E, ripetendomi ma chiudendo il cerchio, gli innumerevoli filoni narrativi che porta avanti Hideo come appunto le migrazioni in un mondo globalizzato, i cambiamenti climatici, l’identità di genere, partono, si intrecciano, poi di colpo si interrompono, portandoci ad un finale aperto che è anche uno dei momenti migliori nell’economia della lettura.

Non è facile, ma forse neanche utile, seguire una trama in una colonna sonora che andrebbe seguita per il suo modularsi nel tempo. C’è il naufragio nell’isola deserta, la sopravvivenza dei due bambini non parenti, il “salvataggio” da parte dell’esercito, l’adozione, la separazione dei due, ed il loro diverso avvicinamento alla capitale. C’è la descrizione della capitale distopica ed ostile, dove Hitsujiko si integra nel sistema scolastico, e fonda una banda di danzatrici, novelle “Sailor Moon”, che con la danza portano scompiglio e distruzione. Mentre Touta vi arriva solitario, ma forte delle sue capacità, anche di aggregare intorno a sé il popolo degli “Out” della città. Gli irregolari, gli immigrati, gli stranieri. Là dove si incrocia con le vicende di Lena e della sua vendetta verso i corvicidi. Possiamo quasi farne una sintesi, pensando come ad una gigantesca “linea d’ombra” conradiana che i nostri protagonisti attraversano per andare alla scoperta della propria identità.

Hideo ci ricorda, già venti anni fa, l’impazzimento delle stagioni, dove le cicale cantano a marzo e l’estate si fa torrida sempre più di anno in anno, con i conseguenti disagi che ne derivano, portando spesso a momenti di isteria collettiva. Un sentimento di difficile traduzione con un termine secco, derivante da quello che in inglese si chiama “in-between”, un momento tra due stati, una soglia da attraversare, dove non si hanno punti fermi, e ci si confronta con una pluralità sessuale e comportamentale, che ancora oggi, vent’anni dopo, non sappiamo gestire.

In questa Tokyo attuale ma finta, l’odio verso il diverso si trasforma in violenza (ed ancora oggi ne parliamo e ne vediamo le brutte propaggini e i possibili sviluppi). C’è ovviamente un unico modo (forse due, ma vediamo) per affrontare la necessità del cambiamento, per dar vita ad una rivolta salvifica. Ed è l’amore, l’eros, l’unione dei corpi che danno vita ad una colonna sonora che non potrà essere distrutta. Che alla fine sono una forma dell’arte come lotta al sistema (questo il secondo modo di affrontare e spingere verso i cambiamenti).

Alla fine di tutta “la chanson de Roland” dei nostri protagonisti, che partono uniti, si perdono ed alla fine si ritrovano, il finale aperto, come detto ci spinge a pensare che si può andare, di nuovo uniti, alla conquista del nuovo mondo. Sperando di trovarne uno adeguato ma diverso dalle vecchie utopie alle Huxley o alla Orwell.

Non sempre le idee di Hideo si trasformano in momenti letterari che riescono a portarci tutto quanto l’autore stesso vuole comunicare. Ma le intenzioni e le possibili conseguenze mi portano a considerarlo un libro degno di essere letto, pur nella difficoltà di lunghezza e diversità di collocazione spaziale.

Vorrei concludere citando lo stesso Hideo che, in un’intervista relativa ad un suo libro, rispose: “Voi direte che tutto ciò è solo finzione. E io non lo negherò. Ma di cosa è fatto il mondo, secondo voi, se non di finzione?”. Credo non ci sia altro da dire.

Abraham Yehoshua “Il terzo tempio” Einaudi s.p. (prestito di Alessandra)

[A: 03/06/2025 – I: 21/06/2025 – T: 22/06/2025] - &&&&

[titolo: המקדש השלישי - Hamakdash Hashlishi; lingua: ebraico; pagine: 87; anno: 2022]

In gioventù, e soprattutto nello scorso secolo, ho letto assai del grande scrittore israeliano Avraham Gabriel "Boolie" Yehoshua (che nella letteratura italiana è riportato come Abraham B. Yehoshua). Poi, nel periodo iniziato con le tracce delle mie letture, lessi all’inizio delle trame il suo primo libro (“L’amante”). Ora, esattamente due anni dopo la sua morte, ne leggo questo ultimo, quasi una testimonianza epigrafica di tutto il suo pensiero ed il suo modo di vivere.

Yehoshua ha sempre e costantemente, insieme ai suoi sodali Amos Oz e David Grossman, cercato di ipotizzare un mondo israeliano pacificato, un mondo di pace. Un mondo in cui, se ci fosse ancora oggi, sia lui che Amos, avrebbero difficoltà a far sentire la loro voce. Tutti loro hanno sempre lavorato per una “soluzione dei due stati”. Ma qui, lo scrittore fa un passo avanti, augurandosi la nascita di una nazione unica che potesse ospitare tutte le comunità, religiose e laiche.

In questo testo, la sua abilità è creare un simbolismo metaforico che dura per tutto il testo. Per cui, seguendo una storia che ha un suo svolgimento autonomo, alla fine, se ne ripercorrono i tratti salienti alla luce della possibile lettura politica (oltre che religiosa). La sola difficoltà (a parte i riferimenti ebraici, fortunatamente risolti da un utilissimo glossario) è la forma scelta della forma espressiva. Lui la battezza “Novella in forma di dialogo”, ma in effetti è un piccolo testo teatrale (che vedrei bene rappresentato in questi periodi di turbolenza).

Il nodo è la testimonianza di una donna, Esther Azoulay, figlia di un ebreo marocchino e di una cristiana convertita. Alla morte del padre, viene presa sotto le ali della formazione religiosa dal rabbino Modiano. Che in realtà, se ne invaghisce morbosamente (pur non oltrepassando i confini della liceità), tanto da essere scosso quando le si innamora, ricambiata, di un ebreo iraniano, David Mashiah. Il rabbino escogita allora uno stratagemma per impedire le nozze. Pur essendo già ebrea, poiché la madre, convertita, è ebrea a tutti gli effetti, il rabbino la convince a doversi convertire a sua volta.

Irretita da Modiano, Esther acconsente, ma a questo punto, per le leggi religiose, non può più sposare David, essendo questi figlio di esponenti della casta sacerdotale. Qui ci si addentra molto nei termini religiosi, che seguo con grande difficoltà. Fatto sta che ora con questa testimonianza Esther vuole ottenere due risultati. Una testimonianza che presenta al rabbino Nissim Shoshani, capo del tribunale degli “agunot”.

Il primo è bloccare la nomina di Modiano a capo rabbino degli ebrei di Parigi, in favore del capo di Nissim. In questo modo, se il capo diventa rabbino capo a Parigi, Nissim fa un salto di carriera in Israele. Il secondo è presentare, come progetto di riscatto rispetto a questa situazione bloccata e bloccante, l’ipotesi di costruire il Terzo tempio, che deve essere eretto a Gerusalemme dopo l’avvento del Messia ebraico, non sul luogo che i musulmani chiamano al Haram al Sharif (Il nobile santuario) e gli ebrei Har ha-Bait (Monte del tempio) e dove sorge la moschea Al Aqsa, ma più modestamente nella vicinanza del Monte degli Ulivi, tra la Tomba di Assalonne e la valle della Geenna.

Una proposta, la seconda, spiazzante e molto politica: non una prevaricazione, ma trovare il modo di convivere tutti nelle proprie diversità.

Tra interruzioni, riprese, discorsi e timori, la novella va avanti, finendo, senza risolverci il dilemma rabbinico, con un’immagine molto quotidiana: il rabbino protagonista, prima di andare a casa, va al mercato per comperare frutta e verdura.

La metafora quadro del testo è la critica all’ebraismo religioso, portato a governare un paese suppostamente democratico, e, per la sua intransigenza, non atto a portare a termine il suo mandato. La sotto-metafora è quel messaggio di pace e di speranza verso una convivenza, in Israele ma anche ovunque nel mondo, senza prevaricazioni reciproche.

Per capire meglio poi alcuni passaggi, il tribunale di Nissim è deputato alle dispute intorno alle “agunot”. Un termine che letteralmente significa “ancoraggi”, ma che indica la situazione di quelle donne che, per qualche motivo, non riescono a raggiungere lo statuto di divorziate. Tipico esempio, una donna sposata con militare che risulta disperso in combattimento. Ma il messaggio di Yehoshua va oltre questo primo livello, che “agunà” (il singolare di agunot) è il titolo della prima novella scritta da Shmuel Yosef Agnon, israeliano premio Nobel per la letteratura nel 1966.

Profondo conoscitore di tutte le letterature, abbiamo anche abbastanza scopertamente due riferimenti alla letteratura italiana. Il Manzoni dei “Promessi Sposi”, visto che il matrimonio di Esther e David “non s'ha da fare, né domani né mai”. Ed il Dante Alighieri dell’episodio di Paolo e Francesca, quando Esther confessa di essersi innamorata di David studiando insieme a lui (“galeotto fu il libro e chi lo scrisse”).

Ancora più simbolici sono i nomi dei promessi. Esther è infatti un caposaldo della Bibbia ebraica (colei che difende gli ebrei dal nemico e li salva), ma con il tempo è diventata anche paladina delle “agunot”, cui sono dedicati i giorni di digiuno che precedono la festa di Purim. Lo sposo promesso, poi, fa di cognome Mashiah, cioè Messia, e di nome David, l’eponimo re di Israele da cui discenderà il Messia (doppia citazione).

Poi c’è il rabbino Shoshani il cui nome rimanda ad un filosofo ebreo leggendario, Monsieur Chouchani, che scompare misteriosamente in Uruguay nel 1968. Non manca anche un segnale politico-religioso quando Esther, per illustrare il suo progetto di Terzo Tempio, toglie dal muro le foto di Ovadia Yosef e Abraham Isaac Kook. Il primo fondatore del partito ultraortodosso Shas negli anni Ottanta, il secondo di un movimento sionista religioso degli anni Trenta.

Infine, l’immagine finale del rabbino al mercato riprende pari pari un testo poetico di Yehuda Amichai, considerato da molti il più grande poeta israeliano moderno, che usa quell’immagine come rappresentazione della redenzione di Gerusalemme.

Volendo fare quindi un sunto dei sunti, attraverso dialoghi ben orchestrati che affrontano, direttamente o velatamente, i temi fondanti dell’ebraismo, come il messianesimo, l’identità ebraica, le regole, i precetti e il loro rapporto con le cose umane: amore, eros, gelosia, voglia di felicità, Yehoshua ci proietta la sua visione sul futuro destino d’Israele, laddove la donna che cade in una trappola rappresenta la trappola in cui è caduto il popolo d’Israele, che ne potrà uscire soltanto trovando una “Soluzione”, che magari sparigli il campo come la soluzione proposta da Esther.

Un libro densamente difficile, ma che letto in questi giorni fa sicuramente riflettere sulla presenza di voci diverse dall’omologazione trumpiana. Speriamo bene in un futuro diverso.

Kenzaburō Ōe “La foresta d'acqua” Corriere Giappone 9 euro 8,90

[A: 05/07/2021 – I: 29/06/2025 – T: 02/07/2025] - &&& e ½

[tit. or.: Suishi 水死; ling. or.: giapponese; pagine: 478; anno 2001]

Pur se abbastanza vasta è la mia lettura di scrittori giapponesi, non avevo mai letto nulla di Kenzaburō Ōe, pur avendo lui ricevuto, nel 1994, il Premio Nobel per la letteratura. Devo dire che con questo libro, pieno di tante cose, è come se avessi letto un compendio di tutte le opere dell’autore. Un libro difficile, forse non sempre riuscito al massimo, ma che, in molte maniere, contiene Ōe, la sua poetica e le sue idee sulla scrittura e sul mondo.

È anche un libro profondamente giapponese. C’è sempre una grande calma nel rapportarsi all’altro, si parla (tantissimo), si usano immagini che rimandano ad immagini e pensieri altri, sembra quasi che si attraversi la vita senza far rumore. Anche se poi, quando si arriva a tirare la corda oltre un certo limite, quando si va oltre, può scattare molta violenza, contro gli altri, ma anche contro di sé. Una delle cose che più mi aveva affascinato nei miei primi approccio con il Giappone, ad esempio, era il tipo di protesta inscenato da Folco Maraini (il padre di Dacia, grande orientalista) che, internato in Giappone dopo l’8 settembre in quanto l’Italia era diventata nemica, per protestare contro il modo che non riteneva urbano di essere trattati, lui e la sua famiglia, si recise una falange del mignolo della mano sinistra. La sua, non quella del cattivo giapponese. Questo illustra, anche se non spiega, alcuni significati del suicidio rituale praticato dai giapponesi.

Per iniziare ad entrare nello spirito del testo, cominciamo con l’usuale critica e domanda sul titolo. “Suishi” in giapponese sta per annegamento, motivo che ricorre come un filo rosso attraverso tutto il testo (e vedremo perché). Ora, “La foresta d’acqua” fa di sicuro riferimento ad un certo passo del testo, immerso in mille altre parole. Ma soprattutto può far riferimento a due termini: la foresta, usata dall’autore come simbolo della dipartita (“Non hai preparato … a salire su nella foresta” è una poesia della madre che rimprovera il figlio di non aver al momento preparato il nipote all’evenienza della morte) e l’acqua che ritorna per il motivo principale per cui l’autore sta scrivendo questo testo.

Che è un testo “watakushi shosetsu”, termine giapponese che indica un tipo di letteratura, sorta all’inizio del XX secolo, dove l’autore come io narrante tratta di riflesso i suoi personali avvenimenti come fossero le avventure personali del protagonista. In pratica, ora verrebbe etichettata come “autofiction”.

Abbiamo quindi l’io narrante, il protagonista Kogito Chōkō (uso la traslitterazione più nota, dopo aver visto scritto questo stesso nome in cento modi diversi) che è una sorta di alter-ego di Kenzaburō. Tra l’altro, compare anche in altri scritti del nostro. L’idea di base del libro è che Kogito, scrittore abbastanza affermato avviatosi alla settantina, voglia scrivere un libro che ha sempre rimandato di affrontare, un libro che dovrebbe intitolarsi (capite subito il perché del titolo originale) “Il romanzo dell’annegamento”, e che narra le vicende del padre di Kogito, annegato nel 1945, poco prima della fine della Seconda Guerra Mondiale. Ha sempre rimandato la scrittura, mancandogli alcuni elementi, che solo ora, sua sorella Asa gli può fornire, portandogli una valigia rossa, che la madre aveva lasciato come eredità solo che gli fosse consegnata dieci anni dopo la morte della madre stessa.

Kogito allora torna nella valle della sua giovinezza, dove vive tuttora la sorella, e nella casa avita riceve la valigia, e con l’ausilio del lascito immagina di scrivere il famoso romanzo. Da qui, tuttavia, si dipanano mille rivoli narrativi che prima ingarbugliano e poi, forse, alla fine, danno un senso al testo, anche se ad ogni passo dobbiamo fare sforzi immani di ricostruzioni e di collegamenti.

Per ora facciamo una prima pausa, che anche Kenzaburō soffrì della morte del padre, che avvenne per infarto nel 1944. Padre cui l’autore aveva già parlato in due libri. Uno inedito in Italia (“Padre, dove stai andando?”), il secondo (“Il giorno in cui lui mi asciugherà le lacrime”, uscito in Italia come uno dei quattro testi inserito in “Insegnaci a superare la nostra pazzia”).

Poi ci si può immettere nel flusso narrativo e nei suoi tanti aspetti. Il contenuto della valigia non porta nessun elemento nuovo, tanto che lo scrittore decide di abbandonare il progetto. E qui alcune digressioni interessanti sullo scrivere e sulla mancanza di scrittura. Nella campagna poi, la sorella gli presenta un gruppo teatrale, gestito da un bravo regista (Anai Masao) e da un’attrice emergente (Unaiko), che intende mettere su uno spettacolo teatrale che sia il compendio di tutti gli scritti di Kogito. Ciò permette a Kenzaburō di intrappolare nel tessuto narrativo testi che ha scritto lui ma che nel testo vengono attribuiti a Kogito. Si citano così di passaggio uno dei primi testi “Aghwee il mostro celeste” oppure il molto noto “M/T e la storia delle meraviglie della foresta” (conosciuto in italiano con il titolo di “Gli anni della nostalgia”). Con molti intrecci di metaletteratura. Il maestro e mentore di Anai viene indicato con il nome di Hanawa Goro, che non è altro che il protagonista del libro di Kenzaburō “Il bambino scambiato”. Infine, parlando de “La vergine eterna”, Kogito e Anai mettono in discussione tutta la poetica di Kenzaburō.

Ma Kogito non scrive il libro sull’annegamento del padre, il progetto teatrale fallisce, rimanendo solo un legame forte, foriero di nuove scritture con Unaiko. Anche perché (introduzione di un nuovo tema) Unaiko riesce non a riconciliare ma almeno a far convivere Kogito con il di lui figlio autistico Akari, che, potente conoscitore di musica, sarà responsabile delle musiche degli eventuali testi teatrali che usciranno dalla collaborazione.

Questo è l’ulteriore filone, il rapporto padre – figlio in presenza dell’autismo del figlio. Difficile rapporto che ricalca quello reale, avendo Kenzaburō un figlio autistico, Ikari, che fa il musicista. Ed in questa parte c’è molto del privato di Kenzaburō, quello che riuscì a riportare nel libro “Un’esperienza personale”.

Il successivo e penultimo filone porta in primo piano Unaiko che, sganciatasi da Anai, convince Kogito a riproporre in teatro una sceneggiatura di un film scritto da lui ma mai finito, “La madre di Meisuke sul campo di battaglia”, pieno di tanti spunti, ma che fondamentalmente si incerta sul vissuto di Unaiko e dello stupro da lei subito da parte dello zio, ora persona molto influente a livello governativo. Uno zio tanto influente che riesce a bloccare la produzione, producendo un grande scontro tra Unaiko, lo zio, Kogito, ed un personaggio che arriva verso la fine, il vecchio Dalō, una volta aiutante del padre di Kogito. Però questa parte permette a Kenzaburō-Kogito di parlare a lungo della violenza sulle donne, cosa di cui non si può non ringraziare l’autore (che apre anche piccoli scorci nella vita giapponese meno nota).

L’ultima parte è dedicata a Dalō, ed alle confessioni che fa a Kogito, ribaltando tutte le prospettive private dell’autore (che non vi svelo). Ma soprattutto nella parte pubblica del padre, di tutta la prosopopea ultranazionalista del padre e dei suoi amici. Scopre in fondo che si trattava tutto di un complotto per uccidere l’imperatore prima che cedesse al nemico. Il padre però ha un momento di “rinsavimento”, fuggendo con la barca dagli altri ufficiali. Però c’è tempesta, la barca si rivolta, il padre muore. Dalō fa capire che erano tutte scelte del padre, anche quella di non farlo salire sulla barca.

Tutta questa scrittura porta Kogito a capire che non riesce a scrivere dell’annegamento, e che quindi non riuscirà ascrivere altro. Kenzaburō scrive questo testo a 74 anni e non produrrà più nulla di nuovo sino alla morte, nel 2023 a 88 anni.

Non è un libro semplice da leggere e interpretare. Soprattutto, per apprezzarne le sfumature, c’è bisogna di un grosso sforzo di collegamenti tra lo scritto e le altre opere di Kenzaburō, nonché con il quotidiano giapponese, nei vari momenti della sua storia. Dalla Seconda Guerra mondiale ad oggi.

Un potente esercizio di metaletteratura, non solo pieno degli spunti che ho citato, ma anche di tanti altri (ricordo al volo poesie di T. S. Elliot e Rimbaud, o citazioni da “Il ramo d’oro” di Frazer), per creare un mondo che è quello delle pagine, ma che è anche quello nella testa di Kenzaburō. Non raggiunge le più alte vette solo perché alla fine, il troppo legame con il Giappone non riesce ad essere risolto e comunicato (sarebbe stato necessario un forte corredo di note esplicative?).

“Un particolare che ho notato man mano che passano gli anni e si invecchia è che si viene pervasi sempre più dal desiderio di sistemare la cose nel miglior modo possibile, senza lasciare niente di irrisolto. Ed è inevitabile, in questa fase, pensare con molta frequenza alla morte.” (33)

“La lista dei miei amici e conoscenti che purtroppo non fanno più parte di questo mondo va allungandosi di giorno in giorno.” (251)

Antonio Pascale “Cose umane” Einaudi euro 19 (in realtà, scontato a 18,05 euro)

[A: 15/07/2025 – I: 28/07/2025 – T: 30/07/2025] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 214; anno: 2025]

Ho letto diverse espressioni letterarie di Pascale, trovandole sempre di un buon livello di interesse e di curiosità. Ricordo in particolare quei racconti dedicati a Caserta, letti ormai tanto tempo fa. Anche in questa prova, confermo il mio giudizio positivo: qui al solito compare un alter ego che è Pascale ma anche no, dove si parla di tanto, ma non è né un romanzo né un racconto né altro. Sono duecento pagine un po’ a briglia sciolta, laddove seguiamo il protagonista in uno spaccato della sua vita.

Sappiamo (o meglio, sapremo) a tratti della sua vita prima dell’inizio del testo, e accompagniamo Tonino (così nella finzione) per un tratto di strada. E poi… Come si dice, l’autore esaurisce il suo compito, e noi ci portiamo dentro le riflessioni che ci ha suscitato. Se ci è riuscito, allora il libro è un buon libro.

Tonino, che si avvicina ai sessant’anni (Pascale è nato il 22 gennaio del ’66), lavora a Roma ad un Ministero (Pascale è ispettore agrario presso il Ministero delle Politiche Agricole), collabora a giornali, ha scritto testi, libri, spettacoli, ha realizzato istallazioni artistiche con il suo grande e passato amore, Caterina, ed ha una figlia da generazione Z, Susanna. Ma soprattutto ha ancora un padre ed una madre novantenni, che vivono ancora a Caserta.

Sono proprio i genitori anziani a farlo riflettere; in un estate senza tante prospettive, potrebbe dedicare loro qualche fine settimana in più, perché, in fondo, non avranno molto da vivere. Così comincia un periodo da pendolare sui treni, un viaggio lento che stimola pensieri, bilanci sulla propria vita, considerazioni sui genitori che invecchiano, e meraviglie sulla figlia che cresce (si sta laureando…).

Questa riflessione sulla famiglia, lo porta (ci porta) a riflettere come noi italiani, ma anche in  generale in quasi tutto il mondo occidentale, siamo passati da un periodo di miseria, fame, malnutrizione e lavoro nei campi (visto che siamo nel nord della Campania, dove solo con un trattore si poteva alleggerire il lavoro e ci si poteva permettere di studiare), ad un mondo di abbondanza, dove quasi tutto è permesso, avendo i soldi per comprarlo, per mettersi in mostro, anche senza nessun contenuto reale.

Pascale battezza questa “rivoluzione” come il passaggio dal paese di Pinocchio al mondo di MasterChef. Un’idea che, da sola, vale tutto il viaggio del libro.

Da questa idea partono concatenazioni di suggerimenti, possibili nuove uscite artistiche, colloqui telefonici con Susanna, che lo riporta sempre con i piedi per terra, e con lei si riflette anche di Intelligenza Artificiale ed altre avanguardie tecnologiche.

Ma i ritorni più ravvicinati nelle strade dell’infanzia, consentono anche di ripercorrere antiche amicizie, personaggi che si stampano nella memoria, come il sensitivo Domenico. E soprattutto i genitori. La madre che si alza solo per bisogno, che vuole mangiare sempre prima (si avviano ad una cena alle 18:30, da paura), che chiude le finestre e si butta sotto le coperte. Inoltre, si avvia anche verso una qualche forma di dimenticanza senile (più demenza che Alzheimer). Il padre che cerca di arginarla, che si adatta, e che, aprendo un ricordo dolce e triste nella mia memoria, è un patito de “La Settimana Enigmistica” (un bel pensiero, mamma).

Così, in un flusso di parole, fuori dalle gabbie di inutili romanzi (“scrivere romanzi è da coglioni”), seguiamo Tonino e le sue storie. Appunto genitori che invecchiano, giovani che sognano, amori che iniziano, che si evolvono, che non maturano, che a volte finiscono ed a volte no. E senza parlarne più di tanto (nessun spoiler) un’interessante galleria di personaggi, descritti con la solita abilità da Pascale. Sono teneri, meschini, sono violenti, spesso vulnerabili. In una parola sono persone vere.

Non possiamo che salutare la massa di parole che abbiamo condiviso con Pascale, riflettendo sul messaggio trasversale che le unisce. Quale saranno, al termine del nostro viaggio, le cose che saranno degne di essere ricordate?

Mi sembra una domanda che consente l’apertura di un flusso di parole che non si può contenere qui. Ci sarà modo di tornarci. Ringraziando, per ora, Pascale dei suoi pensieri in treno.

“Uno vive tutta la vita in un modo e poi alla fine scopre che era in un altro modo.” (184)

E dopo tanto scritto al maschile, mi siano consentite alcune citazioni al femminile dagli scritti di Patricia Cornwell.

Cominciamo da “Predatore”: “È una regola, una loro vecchia usanza: non lasciar mai tramontare il sole sulla tua ira, non salire in macchina o in aereo arrabbiati, non uscire neanche di casa. … Sanno con quanta velocità e casualità può succedere una tragedia.” (241)

Continuando con “Il libro dei morti”: “I rapporti tra due persone cambiano di giorno in giorno” (45) e “Non credo che ci sia una ragione logica, lineare, per ciò che diventiamo, per quello che facciamo” (163)

Per poi finire con “Key Scarpetta”: “Era una donna organizzatissima. Non gettava mai nulla che potesse essere importante e aveva un posto per tutto. Se appendevo la camicia a una sedia, la metteva nell’armadio. Non avevo ancora finito di mangiare che i piatti erano già nella lavastoviglie. Odiava il disordine. Non sopportava di vedere le cose fuori posto.” (158)

Ragioni personali non mi danno modo di parlare dell’ultimo viaggio, riponendo i trascorsi e cominciando a pensare a come e quando ci sarà il prossimo (sempre che si riuscirà ad uscire da queste sabbie mobili). Quindi, solo un caldo e grande abbraccio.

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