domenica 2 novembre 2025

Citazioni - 02 novembre 2025

Come sapete, spesso riporto frasi che dalle letture balzano nella mia memoria e lì fanno partire collegamenti e ragionamenti. Ora, questa settimana abbiamo una sufficiente trama dedicata ad alcuni gialli di decente resa. Il “tartan noir” dello scozzese Alan Parks, la saga degli amish di Linda Castillo, la Squadra Omicidi di Dublino di Tana French e una sezione poliziesca municipale del giapponese Hideo Yokoyama. Ma il mio interesse, dopo che avrete lette con calma le trame, e di dirottarvi verso le citazioni di Diane Athill.

Alan Parks “Gennaio di sangue” Bompiani euro 9,90 (in realtà, scontato a 4,95 euro)

[A: 23/02/2022 – I: 01/06/2025 – T: 03/06/2025] - && e ½    

[tit. or.: Bloody January; ling. or.: inglese; pagine: 359; anno 2017]

Alan Parks è un sessantenne scozzese di cui non ho trovato molto di biografico. Laureato in Filosofia Morale e dedito per la maggior parte a musica e campagne pubblicitarie per musicisti. Poi, otto anni fa, concepisce un “concept serial”, immaginandosi una serie di episodi, ognuno dedicato ad un mese dell’anno, ed in cui c’è una coppia che bene o male si pone al centro della narrazione: il poliziotto Harry McCoy ed il malavitoso Stevie Cooper.

Apriamo subito l’inciso sui due personaggi. Entrambi, da bambini, avevano vissuto in case famiglia. Harry perché senza madre e con padre ubriaco da mattina a mattina del giorno dopo. Stevie non è noto, ma durante quel periodo, lui prese a proteggere Harry, che veniva preso spesso e volentieri come capro espiatorio, dagli altri bambini e dai preti che gestivano gli alloggi. Crescendo, i due prendono strade diverse: Stevie diventa uno dei capi della malavita di Glasgow, Harry entra in polizia mosso dal sacro fuoco di dover lottare per la giustizia. Tuttavia, Harry non è uno stinco di santo, viveva da giovane con Angela Dunlop, facendosi di canne tutti i fine settimana. Avevano anche un figlio, che muore per quella che viene chiamata “morte nella culla”. Harry e Angela si lasciano, e Stevie fa consolare Harry concedendogli passaggi gratis nei suoi “speakeasy” e con le donne che controlla.

Pur avendo questa vena un po’ fuori dall’essere semplice poliziotto, Harry ha la capacità di rimanere abbastanza integerrimo, anche se il suo rapporto con Cooper porta qualche ombra. E credo che con l’andar della serie Harry sarà sempre più al centro delle trame, come credo sarà meglio delineato nei successivi, dai titoli molto indicativi: “Figli di Febbraio”, “L'ultima canzone di Bobby March” (dove March sta per marzo), “I morti di Aprile”, “Crepare di maggio” e “I vecchi muoiono a giugno”.

Fatte queste premesse, diciamo subito che Parks è uno degli esponenti della nuova generazione (in termini di scrittura, non di età) di quel fenomeno giallistico noto come “Tartan Noir”, cioè gialli ambientati in Scozia, cominciato con i romanzi di William McIlvanney (che onestamente non conosco) e che ha, per me, la sua punta di diamante in Ian Rankin (che seppur di poco più grande di Parks pubblica la sua prima opera noir trent’anni prima di lui).

Il secondo elemento che caratterizza il “Tartan” è poi una vicinanza di situazioni con l’hard boiled americano. Elemento che il libro di Parks sfrutta in massima misura. Ci sono i poliziotti sboccati, spesso ubriachi, ed anche notevolmente compromessi (anche se non sempre in modo palese). Ci sono le prostitute, gli omosessuali, la droga, i quartieri malfamati, le risse, le torture, i morti. Forse quello che manca è qualche inseguimento tra auto ad alta velocità (si sa che la guida in Scozia è generalmente più pacata che negli States). E che quasi tutti i personaggi non sono bianchi o neri, ma spesso sia bianchi che neri che grigi.

Il maledetto gennaio comincia con una morte annunciata di tal Lorna che un detenuto confessa di aver sentito parlarne e di comunicarlo ad Harry. Che cerca di capire qualcosa, anche chiedendo al suo amico-nemico Stevie, senza successo. Fatto sta che nei primi dieci giorni di gennaio si susseguono una serie di morti. Muore Lorna uccisa con un colpo di pistola da Terry Malone, che subito dopo si suicida. Viene ucciso in carcere il delatore. Così come muoiono escort che sono in qualche modo coinvolte in qualche giro losco.

Perché l’unica cosa che riesce a scoprire presto Harry è che Lorna era una escort di medio livello, spesso ingaggiata anche per prestazioni “al limite”, in orge varie organizzate da Lord Dunlop e figlio (Dunlop come Angela che stava con Harry). Ovviamente chi tocca i Dunlop non ha vita facile, come sapremo da diverse descrizioni delle attività passate di Harry. E rimaniamo così a seguire Harry che viene picchiato a sangue, Harry che minaccia i Dunlop, Harry che trova la chiave di volta di tutta la vicenda quando viene in possesso di una serie di foto compromettenti, Harry che litiga con Stevie che ha rifornito di eroina la donna con cui cerca di alleviare le sue sofferenze, e che si trova in coma, Harry che con l’aiuto (interessato) di Stevie risolve tutta la faccenda, o direttamente o convincendo qui sa a fare qualcosa perché si sappia qualcosa ma non troppo. Perché la morale (sbagliata) che sottende il testo è che denaro e potere insabbiano anche i crimini più turpi.

Insomma, più che un Tartan noir, alla fine, mi è sembrato una dignitosa trasposizione di una trama praticamente americana in un contesto non americano. Così che il risultato è un testo troppo pieno di tutto. Troppe morti, troppa violenza, troppa voglia di colpire l’arroganza del potere. E quando ci sono troppe cose si rischia di lasciarsi sfuggire qualcosa. Come il fatto che in Scozia la legge che puniva gli omosessuali venne promulgata nel 1980, che nel ’73 ere valida solo in Inghilterra. O quando si narra di un ritorno dall’India dopo un viaggio hippie a Katmandu.

Ridateci Rankin e l’ispettore Rebus, please.

Linda Castillo “L’anima del male” Corriere Oggi (le Investigatrici) 20 euro 8,90

[A: 11/05/2023 – I: 30/07/2025 – T: 31/07/2025] - &&&

[tit. or.: A Gathering of Secrets; ling. or.: inglese; pagine: 317; anno 2018]

Non avevo letto mai nulla Linda Castillo, ma una volta letta credo la si possa inquadrare in uno dei tanti filoni che gli scrittori di oltre oceano scelgono per dare un filo di continuità alle loro storie. Mi ricordo, come scelta espressiva, Faye Kellerman e la sua serie di scrittura imperniata sui poliziotti Peter Decker e Rina Lazarus, ed ambientata tra gli ebrei ortodossi. La scelta di Linda invece è di ambientare la sua saga tra gli amish dell’Ohio, il suo stato natale. Unica differenza è che Castillo non è amish.

La serie è inoltre ben avviata, essendo questo il decimo episodio, anche se per me è il primo che leggo. Ma mi sono documentato, sia sulla scrittrice che sugli amish. Una comunità che avevo incontrato in un negozio a New York, ma di cui avevo visto al cinema dei bei film, e letto qualcosa, anche se non di poliziesco.

Ricordo brevemente che gli amish sono una comunità religiosa nata in Svizzera intorno al 1600, poi emigrata in America a seguito di persecuzioni religiose, e radicatasi in una zona tra Ohio e Pennsylvania. Seguendo i loro credo religiosi molto forti, gli amish rifiutano la modernità, ad esempio non usano elettricità, automobili ed altre tecnologie e vivono principalmente di agricoltura e artigianato. La capacità dell’autrice, in questa serie, è di presentarci alcuni aspetti della vita amish in maniera coerente e non semplicistica.

L’eroina della serie è il capo della polizia della cittadina di Painters Mill nell’Ohio, Kate Burkholder. Kate nasce nella comunità amish, dove vive fino al rito di passaggio verso la confermazione nella congregazione, pur essendo sempre in urto con la comunità, trovando troppo rigidi i modi di vivere all’interno degli amish. Kate, comunque, dato il suo passato, conosce non solo le usanze ma anche la lingua, visto che gli amish parlano il “deitsch”, chiamato anche tedesco della Pennsylvania.

Non sappiamo quando né come entra e fa carriera nella polizia. Quello che sappiamo è che, dopo momenti di alti e bassi, sembra aver trovato un rapporto stabile con un agente del Bureau of Criminal Investigation, americano (pur se di origini italiane), John Tomasetti. Tra l’altro, gli incisi domestici sono tra i momenti migliori dei punti in cui la trama riesce a rilassarsi da una tensione abbastanza forte. Anche se, in fin dei conti, molte cose sembrano già indicate sin dall’inizio.

Il rito di passaggio di cui si accennava per Kate si chiama “Rumspringa”, ed inizia ai 14 anni per proseguire sino alla maggior età, dove il giovane decide se restare amish o allontanarsi della comunità. È il rito che sta facendo il giovane Daniel Gingerich, e lo fa eccedendo un po’, soprattutto sul versante dei rapporti con l’altro sesso. Daniel è giovane, piacente e dotato di una buona parlantina che intortora molte giovani donzelle amish, soprattutto quelle anche loro nel periodo di “Rumspringa”.

Il libro inizia in maniera molto crudo: una ragazza, forse incinta, si suicida e sei mesi dopo Daniel viene chiuso nella stalla, cui viene dato fuoco e lui, imprigionato, muore bruciato. Da qui cominciano le indagini di Kate, coadiuvata dal buon John e dalla sua fedele squadra di polizia. Si pensa all’inizio ad una disgrazia, ma la porta bloccata del fienile fa subito pensare ad altro. E le indagini non sono certo facile, essendo il mondo amish chiuso e molto protettivo, nonché volutamente restio ad avere contatti aperti con gli Ennglisher (i non-amish).

Solo Kate, data la sua abilità ed il suo retroterra amish, riesce a penetrare nelle informazioni che sembrano chiuse in cassaforte, a volte quasi eliminate dalla percezione cosciente. Ed a ricostruire l’ultimo anno della vita di Daniel. Dove, come ovvio, aveva messo incinta la ragazza che, non resistendo alla vergogna, si suicida. Segreto dopo segreto, come dice giustamente il titolo inglese rispetto ad un italiano che non si sa come se ne esce con un’anima del male, si arriva alla ricostruzione di tutto il percorso, sia di Daniel sia delle vittime delle sue aggressioni sessuali. Verso un finale giustamente interlocutorio, che sembra una cifra della scrittura di Linda: c’è chi fa del male, chi lo subisce, chi pensa di gestire la giustizia da sé, chi oltrepassa senza volerlo dei limiti.

Oltre a parlare degli amish, cosa che in sé è meritevole, la scrittrice ci fornisce anche un buon ritratto dell’atmosfera della provincia americana, quella che ha portato e porta Trump sugli scudi. Si dice che tutte le province sono simili, ma, avendola vista da vicino, posso affermare che quella americana ha delle sue forti peculiarità, che derivano in massima parte da una mancanza totale della storia e del suo senso. Lì si è come nati ora, mentre nelle nostre province si respira un senso del passato che è servito a costruire il nostro futuro.

Comunque, come prima lettura, merita un piccolo aiuto di incoraggiamento. Un buon prodotto con discrete potenzialità. Vedremo se altre letture lo confermeranno.

Linda Castillo “Il tempo della vendetta” Repubblica Anima Noir 27 euro 8,90

[A: 18/12/2021 – I: 20/08/2025 – T: 22/08/2025] - && e ½

[tit. or.: Shamed; ling. or.: inglese; pagine: 331; anno 2019]

Ed ecco che, dopo poco meno di un mese, ci imbarchiamo in una nuova lettura della saga di Linda Castillo, ambientata a Painters Mill, in Ohio, una cittadina di 5300 di cui un terzo amish, e dove seguiamo le gesta di Kate Burkholder. Ho già detto molto, nella precedente trama, sia di Kate che degli amish, per cui cerco di non tornarci sopra, al fine di evitare inutili ripetizioni.

Quindi, come mio solito, comincio dal lamentarmi sulle modalità di invenzione dei titoli italiani. Laddove in originale abbiamo un “Disonorata” (o anche “Disonorato” che in inglese è invariante) che dipinge la situazione di qualcuno all’interno del complesso del romanzo, il titolo italiano si pone subito sul secondo passo, non consequenziale, ma spesso logicamente perseguito, che se qualcuno o qualcuna viene disonorata prima o poi ci sarà bisogno di una vendetta.

Detto ciò, Castillo, come suo costume, ci immerge subito nel mezzo dell’azione e del dramma. L’anziana (per i tempi amish) Mary (ha sessant’anni) va in una villa abbandonata, dove ci sono degli alberi di noci, insieme alle sue nipotine Annie (5 anni) ed Elsie (7 anni), per raccogliere i frutti e farne delle torte. Ma nella villa Mary viene uccisa, non prima che le abbiamo sentito dire “Tu!”, ed Elsie viene rapita. Qui partono le indagini della nostra Kate.

Ovvio che Mary e parenti sono tutti amish, e vediamo che la famiglia è anche composta dei genitori (Ivan e Miriam) e da otto figli. Veniamo anche a sapere, dai primi interrogatori, che Elsie è lievemente disabile (presenta la sindrome di Cohen, con leggero ritardo mentale, miopia precoce e tendenza all’obesità). Ed è altrettanto ovvio che Kate è spinta con urgenza sulla strada delle ricerche, che le prime ore, i primi giorni, in un rapimento infantile sono cruciali.

Battuta subito, ma anche presto scartata, la pista della pedofilia, ci si arrocca su altre possibilità, che vanno ad incidere sulla natura amish della trama narrativa. Due sono poi gli elementi che fanno scattare Kate su di una complessa direzione ma foriera di sviluppi positivi. La prima quando Annie ricorda che l’uomo che ha rapito Elsie ha detto “Sie is meiner”, che nel tedesco locale significa “Lei è mia”. La seconda, quando uno dei fratelli si lascia sfuggire “… il giorno che il vescovo Troyer l’ha portata…”.

Da ciò, noi capiamo che ci deve essere stato un inserimento forzato di Elsie nella famiglia, anche perché essendoci solo tredici mesi tra i due fratelli più vicini, era difficile inserire un nuovo concepimento. Ma non è facile, neanche per Kate, demolire il muro di gomma dell’omertà amish, laddove, come detto altrove, si tende a risolvere tutto all’interno della comunità. Kate, perseverando negli interrogatori, risale dal vescovo Troyer al vescovo di una vicina comunità amish, ancora più rigida di quella in cui è cresciuta Kate.

Ma questo vescovo è da poco morto, investito da un SUV mentre era alla guida del suo calesse (sappiamo che gli amish tradizionalisti, non guidano auto). Tuttavia, dalla moglie del vescovo, risaliamo ad una levatrice, che impapocchia frasi poco connesse (è stata colpita da un ictus) che rafforzano l’idea di Kate. Prima che riesca a terminare i suoi discorsi, comunque, anche la levatrice viene fatta fuori.

Tuttavia, a questo punto veniamo anche a sapere che in quella comunità viveva Marlene, la sorella di Mary, che circa trent’anni prima, sopraffatta da dicerie sui suoi comportamenti, si era gettata da un ponte, pare con una neonata in braccio. Risalendo allora per cercare notizie di Marlene (qui c’è il famoso caso che secondo Camilleri è l’unico che permette di risolvere i gialli reali o di finzione), si imbatte in una signora, trentenne, che potrebbe essere stata quella neonata. Si imbatte in un piccolo cimitero sul retro del casale dove abita, con tante piccole tombe di bambini che non hanno vissuto più di uno o due anni, a parte una che ha lo stesso giorno di nascita e di morte. Giorno che coincide con quello comunicato alla polizia di Elsie.

Sarete ben capaci, allora di unire i puntini del rompicapo, ricostruire la trama che in effetti si è dipanata per molti decenni, e solo per altrettanta casualità (uno sproloquio di un autista ubriaco) ha portato all’attuale tragedia. In ogni caso, nonostante abbia risolto il caso in solo 4 giorni e 21 ore, grossi dilemmi morali attanagliano Kate. Che il vescovo di Scioto e la levatrice hanno giudicato la madre non degna di allevare la bambina (gli altri figli erano morti naturalmente, o per percosse o per denutrizione?), e si sono arrogati il giudizio di toglierla. Altrettanto arrogante nel giudicare è il vescovo Troyer che li ha assecondati. Colpevoli solo fino ad un certo grado i genitori finto-adottivi, che alla fine Elsie è la figlia dell’unica loro cugina.

Così entriamo nel giro di una nuova, anche se già ipotizzata, peculiarità degli amish, che decidono e giudicano all’interno della comunità, laddove sarebbe stato corretto far intervenire (se ne fosse stato il caso) i servizi sociali. E Kate, a lungo, nei finali del libro, ci invita rifletterci sopra.

Rimanendo sempre un discreto prodotto, ed un interesse modo di vedere uno spaccato della vita amish, la parte giallo-nera-thriller è abbastanza scontata e moscia (dopo cinquanta pagine era ben chiaro che qualche parente ribelle stava organizzando il tutto per riprendersi Elsie e punire che l’aveva portata altrove). Per cui, certo, è ancora un libro di sufficiente gradimento, ma niente di più.

Tana French “Il rifugio” Corriere Noir 11 euro 8,90

[A: 12/10/2022 – I: 23/09/2025 – T: 26/09/2025] - & e ½  

[tit. or.: Broken Harbour; ling. or.: inglese; pagine: 645; anno 2012]

Mi ero accostato speranzoso a questo nuovo romanzone poliziesco: compreso nella collana con i titoli scelti da Carlo Lucarelli (uno dei miei must), scrittrice americana ma naturalizzata irlandese, ambientazione a Dublino e clima generale, si dice nelle letture a latere, da procedural thriller, cioè non un personaggio seriale, ma una squadra, come quella epigona dell’87° distretto scritta da Ed McBain.

Purtroppo, le premesse non sono state mantenute a pieno. Intanto l’elevato numero di pagine se abbiamo di fronte un romanzo dal buon ritmo, passano veloci. Qui, al contrario, sin dall’inizio si fatica molto ad ingranare, ci si dilunga in aspetti non marginali, ma di certo comprimibili in narrazioni più veloci. 

Poiché dopo poco, l’azione si sposta in una baia, il cui nome originario era “Broken Harbour”, mi è saltato agli occhi il secondo problema: perché in italiano è diventato “rifugio”? Mi sono anche chiesto come si fossero comportate le altre traduzioni, trovando per tutte un grosso punto di domanda. In francese diviene “La Maison des absents” (la casa degli assenti), in spagnolo “No hay lugar seguro” (non ci sono posti sicuri), in tedesco “Schattenstill” (ancora ombre) ed in portoghese “Porto Inseguro” (Porto insicuro, che forse è l’unico che si avvicina al “porto rotto” dell’originale). Comunque, un altro punto in meno ai traduttori di tutto il mondo (che bisogno c’è di tradurre un luogo? Come se un giallo ambientato a Porto Ercole venisse ambientato in un posto chiamato “Hercules Marina”).

Venendo al testo, riporto l’idea del contesto: dal 2007, anno in cui pubblica la sua fortunata opera prima “Nel bosco”, Tana French pubblica credo 6 romanzi ambientati nella Squadra Omicidi di Dublino. Tuttavia, ogni volta viene messo in primo piano un personaggio diverso, membro della Squadra, con qualche elemento che torna, ma che rimane come vista d’assieme Dublino, la polizia e le situazioni poliziesche. Quello che si vede, inoltrandosi nel libro, è che, rispetto ad un classico alla McBain, French ha un occhio attento alla psicologia dei personaggi, positivi o negativi che siano, fornendo alla fine un ibrido “psyco-procedural thriller”.

Qui, il narratore in prima persona è il detective Mick “Scorcher” Kennedy (e sul soprannome torneremo in seguito), che già di suo ha dei problemi da gestire. Il ricordo del suicidio della madre, nonché una sorella giovane e fuori di testa, quasi avesse preso il DNA materno. Il problema è che, nonostante tutta la buona volontà, non si riesce mai ad entrare in empatia con lui. Ne seguiamo le evoluzioni pubbliche e private, spesso anche mescolate tra loro, ma solo nell’ultima parte fa un piccolo scatto in avanti. Non nella simpatia, ma nella trovata che permette al rompicapo di andare al proprio posto.

Il contesto giallo è dato dal ritrovamento di una famiglia sterminata. Due figli (sei e tre anni) soffocati, padre dissanguato da diversi colpi di coltello, madre in fin di vita anche lei con diverse ferite, che il medico legale esclude siano state autoinflitte, cosa che mette in dubbio dalle prime pagine il fatto che ci troviamo in una situazione “alla Cogne”. Anche perché, non si trova il coltello in questione. Ed altre incongruenze minori che tralascio per onor di spazio.

Attraverso lunghe e faticose pagine di scrittura (e non di indagine, che alla fine tutto si risolve in meno di una settimana), con la madre Jenny che con lentezza esce dal coma ma che alle prime domande dice di non ricordare nulla (shock post-traumatico facilmente diagnosticabile), i nostri detective riescono a costruire una serie di quadri possibili. Tutti comunque inseriti nel contesto globale di denuncia che interessava alla scrittrice: l’impatto tremendo che la recessione del 2008 ha avuto sulla società irlandese.

Fino ad allora, e fin dall’infanzia, Pat (il marito) e Jenny erano inseriti in un quadro di valori in evoluzione. Gruppo coeso con gli amici, tra cui Fiona la sorella di Jenny e Conor, timido e da sempre innamorato di Jenny. Buon lavoro, economia in crescita, due figli, acquisto di una casa in un comprensorio fronte mare che promette “riposi caraibici e servizi”. Poi … il crack del 2008. Pat viene licenziato, nessuno compra altre case, anzi la società fallisce e loro rimangono isolati lì, a Broken Harbour. Litigando con tutti, anche con Conor.

Qui si inserisce il dramma psicologico. Pat non trova lavoro, e si ossessiona per la casa isolata e la presenza (supposta) di animali che vogliono entrare in casa. Ne veniamo a sapere a spizzichi e bocconi da Fiona, ma soprattutto da Conor che nell’ultimo anno, anche lui licenziato, vive in una casa prospicente la loro e li spia silenzioso con binocoli e incursioni notturne. Jenny cerca di tenere insieme i cocci, ma anche lei si avvicina allo sbroccaggio completo, si dimentica le azioni che compie, e monta una spirale di risentimenti verso Pat, prima, e verso il mondo intero.

Alla fine, sono loro, i quattro personaggi alla Cogne che si contendono la palma dell’assassino. Sarà Pat che oltrepassato il limite della ricerca degli animali non vede altro che una morte per tutta la famiglia. Sarà Jenny che persa nel delirio uccidi i figli e poi ingaggia una lotta omicida con il marito. Sarà Fiona che, conscia della pazzia della famiglia, ed anche lei non indenne da momenti rancorosi, decide che non hanno più forze e capacità di risalire ed è meglio spariscano. Sarà Conor che al di là dell’amore, vedendo la deriva, prima si avvicina per salvare il salvabile, poi viene travolta dalla insalvabilità del tutto.

Vi lascio scoprire il lato psicologico della soluzione, rimarcando solo un “trucco” che Fiona mette in scena per mezzo del detective. Che ha le prove morali e vocali di chi ha fatto cosa, ma non avendo prove materiali, pensa di poterle ricavare subornando la legge.

Ripeto, ci sono elementi di interesse: la crisi irlandese, la coralità del testo, gli spunti di alcune figure. Ma da un lato rimangono bozzetti di un quadro che non riesce, dall’altro se un sapiente editor avesse convinto Tana a tagliare almeno 400 pagine, avremmo una confezione ed un risultato di interesse.

Terminiamo con il soprannome del detective Kennedy, chiamato “Scorcher” indicando il fatto che è un elemento di punta della Squadra, uno che risolve i casi complicati. Nel testo si menziona il termine come tiro molto forte, una “cannonata”. Cercando nei meandri gergali potrebbe, e con più senso, riferirsi ad un giocatore particolarmente brillante, che "incendia" il gioco (essendo il significato primario riferito ad una giornata di caldo torrido).

Mi dispiace per le premesse, ma a consuntivo, una lunga lettura evitabile.

Hideo Yokoyama “Sei quattro” Corriere Giappone 8 euro 8,90

[A: 22/06/2021 – I: 26/09/2025 – T: 29/09/2025] - &&---

[tit. or.: ロクヨン, Rokuyon; ling. or.: giapponese; pagine: 594; anno 2012]

Uscito nella collana dedicata alla letteratura giapponese, pensavo che questo libro di Hideo Yokoyama si inserisse nella linea della scrittura classica. Primo errore, che ho poi scoperto che Hideo, dopo aver fatto il giornalista (e si sente in queste pagine) si è dedicato al mystery, inserendo questo libro in un filone, ironicamente battezzato “bureaucracy thriller”. Non solo, ma anche inserito in una serie di romanzi riuniti sotto il titolo di “Serie della Prefettura di D”. Infine, piccola ciliegina, non è il primo libro della serie, ma il sesto.

Facendo allora la tara di tutto ciò, ribadisco i lamenti verso chi, pubblicando romanzi seriali, non si perita di avvertire il lettore. O quanto meno, ed io farei così, fornirei una piccola introduzione, spiegando cosa è successo fino a questo episodio. Questo si somma agli altri elementi poco positivi del testo: lunghezza eccessiva e non giustificabile dal contesto narrativo, storia flebile ed in un certo senso riecheggiante altro di occidentale, caratteri non tutti ben resi, presenza di un numero elevato di personaggi, taluni anche con nomi simili, tanto che a volte si rischia una bella confusione.

Quello che invece è sicuramente positivo è la fotografia di un Giappone che non si immagina chi non lo ha mai visitato. Non solo il testo è intrinsecamente localizzato, ma ci sono elementi che compongono la vita ed i riti quotidiani del paese del Sol Levante, che vengono descritti e resi con una precisione cristallina.

Faccio solo due esempi. C’è da organizzare una seduta fotografica che include il commissario capo della polizia e la famiglia di una vittima. Prima della foto, bisognerà bruciare dell’incenso. Bisogna interrogare un testimone, che dovrebbe fornire notizie utili, e quindi lo si va ad interrogare a casa. Bisogna allora portare un regalo come si usa nelle visite a domicilio; quindi, i poliziotti si fermano per strada a comperare i cracker di riso.

Intanto focalizziamo un nome: Yoshinobu Mikami. È il protagonista del romanzo, che, dopo alcuni anni presso la Divisione nelle Indagini Criminali, poco prima dell’inizio del romanzo viene nominato Direttore dell’Ufficio Stampa ed incaricato di mantenere i rapporti con i giornalisti. Comunque, per tutte le 600 pagine verrà chiamato solo Mikami, lasciandomi varie volte in confusione quando entra in scena la sua sottoposta, Mikumo, o sua moglie Minako o l’ex-poliziotta Mizuko. Se poi ad un certo punto irrompe sulla scena un certo Mezaki, o siete degli iamatologi  di classe o, come me, avete già perso la bussola. Spero comunque che la iamatologia vi sia ben nota.

Hideo fa uscire il testo nel 2012, avendo impiegato almeno dieci anni (o forse più) per la sua scrittura, volendo infatti far agire i nostri personaggi nel 2002. Perché quello è l’anno in cui sono trascorsi quattordici anni dall’evento principale che dà il via a tutto il testo. E quello è il lasso di tempo dopo il quale una vicenda criminale, se non conclusa, viene chiusa di fatto. Questo ci riporta che il là è dato nei primi giorni del 1989.

Non è un esercizio sterile tutto ciò. Il 7 gennaio 1989 infatti muore l’imperatore Hirohito. Nella cultura nipponica, ogni regnante dà un nome al suo regno, e quello di Hirohito era denominato Shōwa, così che le date della vita quotidiana venivano scandite con il termine 1 Shōwa, 2 Shōwa e così via. L’evento delittuoso che dà il via alla vicenda avviene proprio in quel gennaio, anno 64 Shōwa. Ma al trono sale Akihito, che dà il via all’era Heisei. Allora la polizia per ricordare il caso in questione, gli dà internamente il nome “64” (in giapponese “Rokuyon”) per legare il fatto all’era Shōwa.

Ma cosa successe quel 64? Viene rapita la piccola Shoko di sette anni. Il padre riceve due telefonate che chiedono il riscatto, telefonate che ascolta solo lui non essendo stata ancora coinvolta la polizia. Che quando sarà coinvolta non si sentirà più la voce del telefono che, secondo il padre di Shoko, sarebbe riconoscibile. Fatto sta che il riscatto, in tre giorni, viene pagato e Shoko viene trovata morta, essendo stata uccisa appena rapita.

Per dare un riferimento al contesto, Mikami all’epoca, faceva parte della squadra investigativa che non trovò il rapitore di Shoko.

Ora, da capo ufficio stampa, Mikami deve affrontare una serie di problemi non banali. Il primo personale: sua figlia sedicenne è fuggita di casa tre mesi prima e si suppone possa essersi suicidata; ci sono quindi alcune forze di polizia che agiscono sul territorio alla sua ricerca. Gli altri lavorativi: c’è stato un incidente mortale, ma la polizia non vuole comunicare il nome della guidatrice (incinta di otto mesi) creando una grossa frizione con la stampa ed il commissario capo da Tokyo vuole incontrare il padre di Shoko, per provare a trovare il modo di allungare i tempi di 14 anni della chiusura del caso.

Il primo problema innesca tutta una serie di azioni e considerazioni tipicamente giapponesi fondate sul rispetto reciproco e sull’onestà. Una spirale di avvenimenti che sembra impossibile arrestare in modo positivo. Anche perché i giornalisti, per ripicca, tenderanno a boicottare l’attività legate al secondo problema. Che tuttavia è lì per nasconderne un terzo: è vero che il commissario capo viene ad omaggiare il padre della rapita, ma intende farlo proponendo un cambio epocale. Mettere cioè le strutture periferiche della polizia direttamente sotto il comando centrale di Tokyo.

Qui, Mikami deve affrontare un nuovo problema nipponico. Lui sa della proposta, lui viene dagli operativi, ma ora è nell’amministrazione, visto come ibrido da entrambe le parti.

Il desiderio di complicazione che spinge Hideo alla scrittura pone qui un ulteriore tassello di dubbi. Mikami ha una figlia scomparsa, e riceve delle telefonate mute, come se la figlia volesse comunicare con lui. Ma andando avanti nella trama scopre che molta gente nella provincia ha ricevuto telefonate mute.

Tutto arriva al punto di rottura quando viene rapita, forse, una nuova ragazza, ed al padre viene chiesto un riscatto con le stesse modalità di quello di quattordici anni prima. Mikami allora si chiede: è un gioco al massacro degli operativi per boicottare Tokyo o qualcuno ha scoperto nuove vie rispetto al precedente rapimento. Vie che potrebbero essere collegate ad un filone messo a tacere dagli operativi che non erano riusciti, per errori tecnici, a registrare la voce del primo rapitore, che solo il padre della bimba aveva sentito.

Quell’errore, tra l’altro, aveva generato rancori, dimissioni e malesseri che alla fine solo Mikami riesce a comprendere ed a collegare.

Tutto arriverà ad una fine, anche se Hideo, una volta indicateci tutte le strade che abbiamo davanti, ci lascia insalutato ospite, con la sensazione che qualcosa poteva ancora essere detto. Come, ad esempio, qualche ipotesi più solida sugli accadimenti della figlia di Mikami.

Ho detto, e ripeto, una mattone giapponese. Ma con qualche spunto occidentale, laddove non possiamo non veder spuntare il sorriso sornione dello svizzero Dürrenmatt. Come tutti i mattoni, mi è piaciuto il giusto, ma so anche che, volendone sezionare tutte le tematiche si arriverebbe a comprendere meglio il mondo giapponese (ad esempio, la paura di perdere la faccia o la descrizione dei corpi amministrativi come coacervo di persone disilluse dal lavoro). Forse una fatica troppo impegnativa per le nostre deboli forze.

“Forse non riusciremo mai a capire … [nostra figlia], anche sforzandoci al massimo. Solo perché siamo i suoi genitori, non è detto che riusciamo a capirla.” (415)

Comincia il penultimo mese dell’anno, quindi vi toccano le letture di agosto. Un mese di letture robuste (in numero) e di buona resa. Con due romanzi che si staccano per gradimento: la sorpresa del primo romanzo di Simon Mason ed un buon Simenon d’annata. E con due romanzi da evitare: “Sa morte secada” di Nicola Verde e “Pensa d Fleba” di Iain M. Banks.

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Clive Cussler & Justin Scott

Il Gangster

TEA

9,90

2

2

Cristina Cassar Scalia

Il castagno dei cento cavalli

Einaudi

s.p.

2,5

3

Chiara Valerio

La fila alle poste

Sellerio

16

3

4

Claudio Bandi

La città e l’abisso

Mondadori

7,50

2

5

Roberto Ampuero

L’ultimo tango di Salvator Allende

Repubblica Latinoamericana

9,90

3,5

6

Arnaldur Indridason

Opération Napoléon

Points

26

2,5

7

Anne-Laure Bondoux

Attraverseremo le bufere

E/O

19,50

3

8

Nicola Verde

Sa morte secada

Corriere Gazzetta

7,99

1

9

Nnedi Okorafor

Binti + Ritorno a casa

Mondadori

6,99

2,5

10

Simon Mason

Un omicidio a novembre

Sellerio

16

4

11

Iain M. Banks

Pensa a Fleba

Mondadori

6,99

1

12

Linda Castillo

Il tempo della vendetta

Repubblica Anima Noir

8,90

2,5

13

Lisa See

Fiore di Neve e il ventaglio segreto

Repubblica Voci d’Oriente

9,90

2

14

Giancarlo De Cataldo

Un cadavere in cucina

Einaudi

18

3

15

Georges Simenon

Il borgomastro di Furnes

Repubblica

9,90

4

16

Anne Perry

Errore fatale

Mondadori

5,90

3

17

Abilio Estévez

Tuo è il regno

Repubblica Latinoamericana

9,90

2

 

Poiché avete visto fin dall’inizio che è una trama votata alle citazioni, eccoci allora prima ad una secca uscita di Michela Murgia in un vecchio racconto, “L’incontro”:  Chi sono loro?... Loro sono quello che noi non siamo” (32).

Poi una lunga serie di citazioni di Diana Athill in un libro letto più di dieci anni fa, “Da qualche parte verso la fine”, con una serie per me coinvolgente di considerazioni sulla vecchiaia e sulla morte: “Siamo riusciti a prolungare a tal punto la fase di decadimento che spesso essa dura più di quella dello sviluppo.” (17)

“Un cuore spezzato con un colpo secco e deciso si ripara molto più in fretta che dopo un lento strangolamento.” (28)

“Quando si comincia ad accusare l’età è consolante stare con qualcuno che ha i tuoi stessi acciacchi.” (39)

“Ciò che aveva dentro, man mano che si avvicinava la morte, non era la paura dell’eventuale abbattimento fisico che avrebbe dovuto sopportare … bensì il dolore di dover dire addio a qualcosa di cui non era mai sazio.” (83)

“La cosa buona non è solo l’affetto che i giovani riescono ad ispirare … La loro presenza è un antidoto ad un’inclinazione spiacevole e fastidiosa nella vita di una persona anziana. Tendiamo a convincerci che tutto peggiori … diventiamo meno capaci di fare cose che ci piacerebbe fare, sentiamo di meno, vediamo di meno, mangiamo di meno, soffriamo di più, i nostri amici muoiono … [avere intorno] persone per cui gli anni a venire sono ancora lunghi e pieni di chissà che cosa, … ci permette di sentire ancora … che non siamo semplici puntini alla fine di esili linee nere proiettate verso il nulla, bensì facciamo parte dell’ampio fiume che pullula di inizi, maturazioni, decadimenti e nuovi inizi.” (92)

“Mi sembra che chiunque si guardi indietro a ottantanove anni non possa non vedere un panorama segnato da rimpianti …. I rimpianti sono inutili, tanto vale dimenticarli.” (163)

“[Ho] conosciuto l’insofferenza all’idea di avere una sola vita a disposizione. Gran parte delle mie letture le ho fatte proprio per il piacere di calarmi dentro ad altre vite, ed un discreto numero delle mie storie d’amore sono nate per lo stesso motivo.” (170)

“Quando sei vecchio … sei grato per qualsiasi cosa. Qualsiasi.” (175)

“Se mi guardo indietro da quassù mi rendo conto che la vita umana all’interno dei propri confini è sorprendentemente capiente e capace di contenere molti opposti … per esempio l’assurda convinzione di essere una persona fallita insieme ad una consapevolezza del proprio successo.” (177)

“[come ultime parole prima di morire] mi piacerebbe dire ‘Va bene così…’ [e spero] che l’occasione giusta per quella frase non si affretti troppo a venire.” (183)

Spero che queste riflessioni non vi suscitino tristezza, ma voglia. Siamo grati per tutto quello che c’è, ma io sono ancora più grato verso tutto quello che ci sarà. Forse non viaggeremo subito (o almeno per un paio di mesi). Forse leggeremo di meno. Forse scriveremo di più. Di sicuro continueremo ad abbracciarci in grade amicizia e comunanza.

Nessun commento:

Posta un commento