domenica 9 novembre 2025

Italiani, bravi giallisti - 09 novembre 2025

Mi scuso della cine-citazione, che vuol rendere omaggio ad un bello e misconosciuto film solo per collegarsi ad una cinquina di autori italiani di vario interesse. C’è l’opera prima di Nunzia Scalzo molto sponsorizzata fa Feltrinelli, ma non particolarmente riuscita. Mezzo gradino sopra la nuova opera di Anna Melissari e le sue indagini con gli aiutanti non umani (non alieni, ma animali e piante, che tutti sanno non essere umani). E poi su di un buon livello di eccellenza un trio di collaudati scrittori: Giancarlo De Cataldo con il PM Manrico Spinori, Massimo Carlotto con l’Alligatore e Cristina Cassar Scalia con il suo nuovo personaggio, Scipione Macchiavelli.

Giancarlo De Cataldo “Un cadavere in cucina” Einaudi euro 18 (in realtà, scontato a 17,10 euro)

[A: 01/08/2025 – I: 24/08/2025 – T: 25/08/2025] &&&   

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 229; anno: 2025]

Leggo sempre con rilassatezza le avventure del PM Manrico Spinori, prodotte dalla penna di Giancarlo De Cataldo. È una lettura estiva, rilassante, che non impegna troppo il cervello, ma che scorre piacevolmente, specialmente in questa estate che non è calda come altre estati.

Unica vera pecca è la mancanza di suspense per la parte di indagine (si intuisce presto dove si potrebbe andare a parare), rimanendo solo qualche tiepido interesse per comprendere come le cose possano essere ingarbugliate quando qualcuno mette i bastoni tra le ruote.

Dovendo poi barcamenarsi tra pubblico e privato, lasciando il primo a commenti più avanti, nel secondo non è che ci si sforzi troppo. L’ispettora Deborah è sempre un buon contraltare delle paturnie del contino, anche se la sua rude romanità non porta molto alla storia. Le due aiutanti storiche sono presenti con Gavina sempre più maga dei computer e Brunella pronta al servilismo non becero d’ufficio, ma con qualche cosa nell’armadio che prima o poi scopriremo.

Dal punto di vista familiare, il figlio Alex, che sembrava avviato ad un buon rapporto con la simpatica ma silenziosa Rachele, sembra seguire le orme del padre, lasciando la bella (si era stancato, ahi come risuona in altri campi), e proseguendo per la strada di rapporti intensi ma fugaci. Piccoli cammei ci vengono dalla madre Elena, dal maggiordomo Camillo e dalla new entry tutto fare, Fatma, simpatica nel suo italiano pasticcione.

E poi, che dire della vita privata di Manrico? Dopo aver abbandonato il rapporto con la bella signora melomane, nella scorsa puntata c’era stato un prendersi e lasciarsi con l’anatomo-patologa Stella, che qui ha un ritorno di fiamma per poi eclissarsi in ferie alpine. Lasciando così il campo alla star dei Servizi Segreti, Stefania, che un po’ usa Manrico per depistarlo quanto basta nel caso servisse, ed un po’, visto che Manrico comunque è un bell’uomo, non disdegnando una frequentazione leggera, a base di stuzzichini, di cibo e di sesso. La domanda è se Manrico, prima o poi, crescerà.

Sul versante “indagini”, c’è un inizio divertente, con uno sballo da peyote in uno dei ristoranti top della capitale, il “Controcorrente”, gestito da chef Mancini. Una grossa fetta di clienti dà fuori di testa, ma dopo un veloce ricovero in ospedale, vengono tutti dimessi. Peccato che due giorni dopo, il colonnello Micheli venga stroncato per un avvelenamento da Amanita Phalloides.

Qui le cose man mano si fanno grosse. Il colonnello aveva un colloquio con un finto giornalista russo. Chi cercava di reclutare chi, per qualche scambio di informazioni segrete?

Si scopre anche, al tavolo dei due, una microspia gestita dai servizi della sunnominata Stefania. Scoprendo poco dopo, nei monti sopra Rieti, che anche lo chef muore per lo stesso avvelenamento. Domanda che sorge spontanea: c’è qualche collegamento tra i due che subiscono la stessa morte? Oppure una è una morte per omicidio ed una accidentale? E nel caso di dolo, chi si cercava di colpire?

Indagando, con qualche dritta un po’ storta di Stefania & co., si scopre che il colonnello era gay, che stava passando delle informazioni ai russi per poter incastrare altri spioni, che lo chef era malvoluto da quasi tutti, gestendo la cucina come una caserma di basso rango, ricoprendo il ruolo di padrone assoluto e senza mitigazioni di sorta. C’è anche tempo per parlare di produzioni televisive dedicate ai cuochi, imbastendo ne “I Re Mangi” una poco velata parodia di “Masterchef”. Per dover di giustizia, l’ex-magistrato De Cataldo non risparmia poi critiche ed appunti anche al mondo giudiziario. Non ci facciamo mancare nulla.

Quello che manca, appunto, è la tensione. Che ci si avvia ad un finale scontato, che leggiamo solo per comprendere come l’autore intende presentarcelo, ma senza che ciò susciti più che un barlume di interesse.

Interesse, al contrario, che non può che risvegliarsi in due occasioni topiche. Quando il finto giornalista russo, arrivando a Roma, alloggia tre settimane all’hotel Genio. Un albergo che entrò a pieno titolo nelle storie familiari. Costruito nel 1905, quando mia nonna e mia prozia, scappando da Varazze, vennero a studiare a Roma, fu lì che andarono ad abitare per un certo periodo. Che era un albergo ai tempi “normale” (ora è un quattro stelle), ma soprattutto sulla strada di collegamento tra Piazza Navona ed il Vaticano, passando per il quartiere Prati.

Quartiere che viene citato più avanti, quando Manrico si concede una vaschetta di gelato artigianale (rigorosamente cioccolato e pistacchio) in una delle più buone gelateria di Roma, quella di via dei Gracchi. Dove io vado spesso e con gusto.

Nunzia Scalzo “La regola dell’ortica” Feltrinelli euro 15 (in realtà, scontato a 14,25 euro)

[A: 01/08/2025 – I: 04/09/2025 – T: 06/09/2025] &&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 250; anno: 2025]

Nunzia Scalzo è una new entry della grande scuderia Feltrinelli, fucina di sempre interessanti scrittori e scrittrici. La particolarità di Nunzia è la sua professione, grafologa forense, dove, date le sue indubbie conoscenze, decide di ripercorrerle in un ambito che le è proprio, quello del romanzo poliziesco. Usando una scrittura che, nella sua costruzione, rimanda alla classica Agatha Christie: il lettore è a conoscenza di più indizi dell’investigatore, così che potrebbe indagare per proprio conto. Il plus che usa la nostra è l’utilizzo della prima persona narrativa, mentre il minus è che la prima persona non riesce ad avere tutte le nostre informazioni, per cui arriva alla conclusione molto dopo il lettore.

Intanto, viene usato come narratore l’alter ego di Nunzia, cioè Bea Navarro, grafologa forense in quel di Catania, città che assurge anche a protagonista ombra della storia. Con la sua via Etnea, la montagna che incombe, i giardini, gli aperitivi, gli arancini, e tutto quanto di siculo non palermitano abbiamo imparato dalle storie di Vanina Guarrasi (non sarebbe male un incontro tra le due). Bea ha un figlio che studia in Svizzera e forse avrà una borsa di studio per l’Australia, ma non sappiamo nulla del padre. Lei si dichiara divorziata, poi ad un certo punto dice di non sapere chi sia il padre di Teo, nato da una botta di orgia alcoolica. Qui e altrove ci sono piccole crepe narrative che andrebbero risolte meglio. E su alcune tornerò in finale.

Per ora, vediamo Bea farsi aiutare nelle indagini che narreremo da un amico giornalista, Domenico (ma non sembra ci sia feeling amoroso tra i due), ed occupata da due indagini. Una, tipica di quella che noi conosciamo generalmente come grafologia, riguarda l’autenticità di testamenti autografi redatti in prossimità della morte. Una narrazione parallela, che offre qualche spunto ironico, ma che nulla porta al fiume principale della narrazione.

La seconda, sempre incentrata su di un pezzo di carta, riguarda l’ultimo scritto prima del suicidio di Norma Speranza. Biglietto poco significativo nei rispetti di un suicidio, e suicidio altrettanto strano, compiuto con una carabina da parte di Norma alta poco più di 1,50 e quindi con ovvie difficoltà di arrivare al grilletto e porre contemporaneamente la canna del fucile a contatto della tempia. Già questo sarebbe un compito difficile ed intrigante, ma la complicazione vuole che tutta la vicenda si sia svolta nel 1965.

Così che, testimonianze ed altro, sono affidate o a resoconti vari, dai giornali dell’epoca o dalle evidenze giuridiche dei processi in tribunale, o ai ricordi dei protagonisti dell’epoca. Mentre sui primi bisogna affidarsi alle capacità di lettura tra le righe dei nostri investigatori, sui secondo ci sono grosse falle da riempire. Le poche persone ancora in vita o sono reticenti o sono sulla via della demenza senile, con i soliti sprazzi di lucidità che la demenza concede. Tuttavia, al fine di farci avere quadri più completi della vicenda, Nunzia inserisce lettere e confessioni di altri personaggi allora presenti, che noi leggiamo ma che Bea non conosce.

Veniamo così a sapere, ben prima dei nostri, che Alfredo, il marito di Norma, era attratto più dagli uomini che dalle donne, e che, dove aver tentato una discendenza con lei (purtroppo finita in un aborto spontaneo), si dedica alle sue frequentazioni maschili. Norma, già abbastanza distrutta dalla perdita del figlio, sarà ovviamente colpita da una mazzata psicologica se e quando saprà delle inclinazioni maritali. Il tutto condito dagli ambienti, chiusi ed abbastanza retrogradi, della Catania del ’65. Non abbiamo un grande ritratto di Alfredo, che dopo essere stato assolto dall’accusa di aver ucciso la moglie, scompare forse in Argentina.

Conosciamo invece Vera, la sorella di Norma, convinta della colpevolezza di Alfredo (anche perché non ha mai accettato la loro differenza sociale, e giudica il cognato uno sporco arrivista), ed Evelina, l’amica del cuore di famiglia, che forse sa ma che non dirà mai (o quasi). Anche il portiere sa più di quanto dica. Fatto sta che, leggendo i resoconti dell’epoca, ci accorgiamo presto che tutti mentono.

Ma la parte migliore, e quella che più ci incuriosisce, è l’analisi grafologica che nel tempo Bea sottopone ai suoi pezzi di carta, le digressioni sulla scrittura in genere, e sulla sua analisi, citando l’esimio Nazzareno Palaferri, uno dei padri della grafologia italiana (che fonda l’analisi della personalità attraverso la scrittura e altre forme non verbali). Tutta la bravura di Bea (e di Nunzia) ci porta ovviamente alla decisa falsità dello scritto. Sapere poi cosa sia successo è compito altro, ed in un certo senso di sicuro non interessa a Bea (nelle sue conseguenze) né agli altri attori della vicenda (ormai come detto quasi tutti morti). Comunque, almeno sulle poche linee della scrittura, Bea ci fornisce un elemento che avrebbe dovuto essere scoperto anche sessant’anni prima, e che lascia dei dubbi sulle prime indagini. Ma tant’è.

Quello che rimane di dubbio è appunto su alcune non dico imprecisioni, ma piccole omissioni che fanno dubitare dell’intera calata mentale nel periodo della trama. Nunzia e Alfredo erano in rotta da tempo, dicono i testimoni, ma la sorella Vera dice che, per l’onore delle famiglie, non era contemplato il divorzio. Ora, o ci si dimentica che il divorzio divenne legge di Stato dopo la legge Fortuna-Baslini del ’70, o ci si riferisce all’annullamento via Sacra Rota, che però avrebbe comportato tutto un diverso percorso.

Altro elemento leggermente oscuro, anche se si potrebbe interpretare, è il fatto che Norma, appena arrivata alla scuola di Inglese, telefoni a qualcuno salutandolo con parole affettuose. Ora, nel ’65 non c’erano cellulari, quindi Norma dove chiamare da fissi. E se avesse telefonato da una cabina esterna, nessuno avrebbe potuto sentire le sue parole; se invece avesse usato il telefono della Scuola, di certo si sarebbe premurata di non avere ascoltatori indesiderati intorno.

In conclusione, una buona idea di base, un discreto ed interessante sviluppo con, tuttavia, una serie di zavorre da eliminare (e nel finale, si apre subito lo spazio per una seconda puntata).

Sarah Savioli “I selvatici” Feltrinelli euro 12 (in realtà, scontato a 11,40 euro)

[A: 01/08/2025 – I: 12/09/2025 – T: 14/09/2025] && e ½   

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 266; anno: 2023]

Episodio numero quattro delle avventure di Anna Melissari, uscita dalla fortunata penna di Sarah Savioli, che ha tirato fuori dalle sue fantasie, una storia improbabile, ma che a me è sempre piaciuta. Certo, non ha spesso un grande ritmo, ed a volte è più interessata ad un contorno di narrazione piuttosto che ad un mystery o ad un thriller. Ma sono sempre storie piene di ironia, e qui, in aggiunta, con un paio di riflessioni che fanno pensare.

Per chi avesse perso le prime puntate, Anna, in seguito ad uno spiacevole incidente, riceve in dono la capacità di parlare con i non-umani. Detto così potrebbe appunto nascere una scrittura favolistica e magari un po’ sballata. Sarah invece mantiene tutto entro il crinale della credibilità. Anche se, ovvio, il lettore si deve lasciar andare e deve seguire le avventure senza cedere al ricatto del realismo. Anna, inoltre, usa questa sua capacità per avere notizie su eventi criminali o criminosi, cui animali e piante hanno assistito. Ovvio che ci vuole tempo e modo per interpretare quanto le viene detto, ma alla fine lei riesce a portare buoni risultati all’agenzia investigativa del burbero Cantoni, dove lavoro part-time.

Contorni fissi di Anna sono il piccolo figlio Luca, sempre pronto a far domande, ed a lamentarsi quando “Mimi” non c’è, il marito Alessandro, imbranato all’ultimo stadio che senza Anna non trova neanche il termometro (questa l’ho sentita anche altrove). Poi c’è il cinico gatto Banzai, il timido alano Otto, le sorelle Tarta e Rughina (indovina, indovinello…). Ed una serie di pianta che io, da buon pollice nero, ignoro alla grande.

Qui, la storia però, fa un bel salto in avanti. Cantoni, intanto, propone ad Anna di entrare a tempo pieno nel lavoro, cosa che fa riflettere per tutto il libro la nostra sul rapporto lavoro-famiglia che viene chiesto (o imposto) alle donne. Alla fine prenderà una decisione, ma non vi dico quale.

Secondo poi, i nostri vengono chiamati in trasferta. Cecilia, una storica amica di Cantoni, da anni vive con il marito Tullio tra i monti appenninici, dove ha aperto un rifugio per i chiedenti asilo. Che lì vivono in attesa di capire come evolve la situazione dei premessi, e pian piano non dico integrandosi, ma almeno instaurando un rapporto più “umano” con i locali. Questo è tutto il lato umano reale che Sarah ci butta addosso. Ci sono i migranti, in giro per il mondo, ognuno con le loro ferite, ed ognuno con la propria individualità, che rimane anche al di là dell’essere migranti. Magari ci sono aspetti che si induriscono, elementi di diffidenza o di confidenza che si accentuano. Tuttavia, non è che si diventa buoni o cattivi perché si è migranti. Come non si diventa buoni o cattivi convivendo con i migranti.

La storia appenninica consente anche una seconda digressione: Cecilia, il marito Tullio e Cantoni erano uniti e sodali da giovani. Uniti anche da comuni ideali di giustizia ed uguaglianza. Cantoni, per motivazioni familiari (non viene da famiglia agiata) passa per alcuni anni in polizia, cosa che Tullio bolla come tradimento. E che non migliora quando Cantoni lo salva da situazioni poco chiare e potenzialmente carcerabili. E per tutto il romanzo assisteremo a questo equilibrismo, bilanciato (ma non sempre) da Cecilia che ha sposato l’uno ed è rimasta amica fraterna dell’altro.

Il via alla parte gialla viene data quando Yasser, un ospite migrante, scompare. Yasser che stava imparando un mestiere, che si faceva in quattro aiutando tutti, e magari anche la piccola Laila per fare i compiti, suscitando la poca benevolenza della di lei madre, e del maturo Khaled, da anni in attesa, e per questo indurito nella sua poca empatia. Ma anche con problemi di rapporti con Fatima la cuoca, e soprattutto con Amal, altro migrante, di quelli però magari più attenti al proprio tornaconto che al clima generale.

Completano il quadro della vita di paese Alice, che va a scuola con Laila, e la sorella Miriam, di cui Yasser si innamora, Mario e Giacomo, due giovinastri di paese sempre sul crinale dell’illegalità, Benno, con un passato (e forse un presente?) di spacciatore ed il falegname Caio di cui Yasser era diventato il braccio destro (e forse anche qualcosa in più).

Ci vuole poco a capire che qualcosa di poco chiaro è accaduto, e ci vuole tutto il libro affinché Anna riesca a sbrogliare la matassa. Anche perché, lontano dalla città con i suoi rumori non umani attutiti, lì nelle case del bosco, Anna viene colpita da un urlo di piante e animali che non riesce ad interpretare, che non viene smussato, che la prende come un pugno sul ring, ma dalla parte di chi va KO.

Qui ci vuole tutta la bravura di Sarah per farci arrivare pagina dopo pagina a separare la varie voci. A sentire prima il vecchio cane Thor, che molto tace. Poi a capire cosa dice un riccio astronomo, quindi a dribblare dei feroci scoiattoli che si comportano da mafiosi, ed infine ad avere colloqui sereni con un cinghiale con problemi di identità. Una serie di animali che le porteranno anche a parlare con i faggi malati ed i fungi del sottobosco. Così che, oltre a risolvere il caso, fornisce le dritte a Tullio per intervenire sulle malattie del bosco stesso.

Arriviamo così all’ultimo importante messaggio di questo forse etichettabile come “green crime”. Il bisogno, la necessità, di sviluppare empatia tra le genti ma non solo. Sono gli elementi del bosco che urlano la loro sofferenza, e l’iniziale incapacità di Anna di sentirla provoca i guasti iniziali (svenimenti ed altro). Quando Anna capisce i coinvolgimenti emotivi e cognitivi che porta a rapportarsi con l’altro, capisce il bosco e le sue malattie, capisce Tullio e le sue ribellioni, capisce le varie posizioni dei migranti.

Questo messaggio fore, della necessità di capire l’altro è un dono che ci fa la storia, a volerla leggere oltre la superficie. Per questo continuerò a vedere se ci sono altri scritti di Sarah, pur se questo, di buona media, alla fine risultando debole nella parte gialla, non sale troppo in alto.

Unico divertimento personale, la protervia volontà dell’autrice di stravolgere i canoni del giallo, che mai, in questi quattro episodi, fa in modo che il lettore ed i protagonisti siano sullo stesso piano. Ma lo fa in modo garbato, ed io l’ho già perdonata.

Cristina Cassar Scalia “Delitto di benvenuto” Einaudi euro 19 (in realtà, scontato a 18,05 euro)

[A: 01/08/2025 – I: 19/09/2025 – T: 21/09/2025] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 313; anno: 2025]

SM1

Avevamo sentito, nel finale delle ultime prove delle storie di Vanina Guarrasi, che la tensione stava calando. Penso che anche la scrittrice ne abbia avuto sentore, e così, come si usa quando c’è bisogno di aria nuova, ecco che la nostra Cristina si imbarca in una nuova narrazione. Tra l’altro, spostando accuratamente il baricentro verso la provincia, nella bella cittadina di Noto, che come i più sanno è ben vicina alla Vigata di Montalbano.

L’altro notevole spostamento è quello temporale, che la vicenda si colloca nell’ultima settimana del 1964, quella in cui si svolgevano frenetiche consultazioni e votazioni per eleggere il nuovo presidente delle Repubblica, dopo le forzate dimissioni di Antonio Segni causa malattia. Come tutti ricorderanno, il 28 dicembre, alla ventunesima votazione, viene eletto Giuseppe Saragat, primo presidente di centro-sinistra della Repubblica (con quasi il 70% dei voti).

La buona presa narrativa fa solo lo sconto di qualche usuale passaggio dovuto all’epoca del romanzo. Siamo in un’epoca scarsamente tecnologica, quindi tutta una serie di riscontri devono tener conto dell’andamento lento dei tempi. Così come gli spostamenti in treno o in auto, rispecchiano tempi e modi che non ci sono abituali (anche se noi li ricordiamo bene). Comunque, fa bene ai nostri scarsi neuroni sia sentire delle lunghe traversate da Roma a Noto di alcuni protagonisti, sia la descrizione di una cittadina da sempre nei nostri cuori (anche se solo recentemente, dopo il 2000, è diventata patrimonio UNESCO).

Oltre al riferimento trasversale al grande Salvo, c’è anche un piccolo omaggio agli epigoni dei trasferiti. Che spesso il commissario di cui si narrano le gesta non opera nella sua città natale, ma in altra. Sovente anche per motivi non sempre solo di servizio. Come sarà per Rocco Schiavone, trasferito da Roma ad Aosta, così qui è per Scipione Macchiavelli, anche lui allontanato da Roma, ma in direzione Sud. Notate, inoltre, il neanche troppo velato omaggio al padre della narrativa gialla italiana moderna, Loriano Macchiavelli.

Non abbiamo ancora tutte le cifre del trasferimento, che si intuisce essere avvenuto per motivi di vicinanze femminili scottanti. Poi si approfondisce che di mezzo c’è un qualche personaggio governativo (ricordo che erano gli anni del Terzo Governo Moro, quello delle aperture ai socialisti di Nenni). Comunque si saprà solo che il padre gli toglie il saluto, e non fa nulla per tenerlo a Roma.

Dopo esserci beati del viaggio in treno insieme a Scipione, compresa la traversata in traghetto dalla Calabria a Messina, ed in attesa di un viaggio ancor più lungo che farà verso la fine la sua fida automobile che, guidata dall’amico Primo, impiegherà due giorni per arrivare a Noto, cominciamo ad immergersi nell’atmosfera sicula, e nei personaggi che contorneranno il nostro nelle indagini. Il maresciallo Calogero Catalano, agrigentino ma sposato con prole a Noto, ed il “single” brigadiere Francesco Mantuso, uomo di buon ingegno e di pronta azione.

Il teatro in cui si muovono i nostri, serve proprio per dare il benvenuto a Scipione che deve prendere servizio il 23 dicembre, ed esattamente in concomitanza sparisce il dottor Brancaforte, direttore della Banca locale. Si trova quindi non solo catapultato lontano da casa, ma anche in situazione che sembrano poco consone, visto che fino ad allora ci viene detto che si occupava del commissariato di Via Veneto, con annesse incursioni costanti nella Dolce Vita romana.

I nostri brancolano nel buio, ma indagando ed accumulando indizi e “rumori” di piazza, si viene a delineare una figura di bancario non proprio adamantina. Di sicuro, arrotondava le entrate con una attività sotterranea da piccolo usuraio. E probabilmente metteva qualche ciliegina sulla torta ingaggiandosi in avventure extra-coniugali. Tanto si sa che all’epoca la donna era quasi solo un appendice della vita maschile, il cui compito primario era fare figli e tenere in ordine la casa. La nostra Cristina non mancherà in più punti di sollevare la questione e di farcene toccare la pervicace persistenza, allora come ora.

L’autrice visita tutti i migliori luoghi comuni, allora: tradimenti, ricatti economici e sessuali, rancori e possibili fughe. Non manca un accenno velato che possa esserci qualche mano mafiosa, ma l’epoca non era ancora matura per tali “accuse”. Dopo qualche giro al largo per farci perdere il filo, alla fine si imbocca la strada maestra di chi ha fatto cosa e perché. Soprattutto dal momento in poi in cui viene ritrovato il cadavere di Brancaforte. Un finale, con qualche piccola variazione sul tema, ma ampiamente scontato.

Tuttavia, non possiamo chiudere senza menzionare una possibile storia che potrebbe portare ad altre scritture seriali. Parlo della presenza della bella farmacista Giulia che comincia a far riflettere Scipione su di un ruolo femminile meno dedito ai soli piaceri del corpo, ma più costruttivo e positivo. Ci sono anche altre piccole storie potenzialmente rosa di contorno, ma nel caso se ne parlerà per qualche nuova uscita.

Per ora, prendiamoci questo benvenuto al commissario Scipione ed alla bellissima città di Noto (che per chi non ricorda è città natale della scrittrice, e già usata come diversivo godereccio in alcune parti episodiche delle vicende di Vanina).

Massimo Carlotto “A esequie avvenute” Einaudi euro 18 (in realtà, scontato a 17,10 euro)

[A: 16/09/2025 – I: 11/10/2025 – T: 13/10/2025] &&&   

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 229; anno: 2025]

Se togliamo libri omnibus e “graphic novel” sono dieci gli episodi che Massimo Carlotto ha dedicato al suo personaggio principale, quasi alter ego morale, cioè Marco Buratti detto l’Alligatore. Ne mancano due alla mia collezione di Carlotto (che presto vedremo di colmare), ma questo è un episodio fondamentale. Anche perché segna il trentesimo anniversario del primo libro della serie (il bellissimo “La verità dell’Alligatore”).

Il secondo elemento importante del libro (ma questo lo possiamo dire a posteriori) è che cerca di utilizzare elementi cross-over come se volesse far rientrare tutta la produzione “noir” legata al territorio padovano in un unico complesso scenario. Un buon tentativo con qualche limite.

Comunque, essendo ben due anni che non leggo nulla del patavino, confermo la mia impressione di sempre: una buona scrittura, con dei solidi appigli di formale giustizia, anche se, come d’altronde è ovvio, passando gli anni, qualcosa si attutisce. Non tutto, certo, che la lotta senza esclusione di colpi dell’Alligatore e dei suoi sodali verso i fuorilegge senza morale è e rimane senza esclusione di colpi. Mentre resta l’occhio benevolo per quelle piccole devianze imputabili più al clima generale della vita italiana che a cattiverie insite nelle persone.

Poiché l’idea di fondo di Carlotto è di fare una fotografia della realtà, come appunto nella realtà, si intrecciano diverse storie, con diversa consistenza e sviluppi non coincidenti temporalmente. In tutta la linea abbiamo i nostri personaggi eponimi che, quasi a voler sottolineare una certa desistenza verso l’intollerabile modernità, si stanno ritirano in una cascina nei boschi. C’è Beniamino Rossini, con il pallino costante di voler salvare giovani traviate con la forza, e l’unico ad aver sempre a portata di mano potenze di fuoco. C’è Max la Memoria, insostituibile cervello connettore delle intuizioni del gruppo, sempre dando mano alla massa di informazioni incamerate tra i suoi neuroni. E c’è Marco, con il suo ruolo di leader sottotono, perché ha le idee, è corretto, e non ha mai usato le armi. Inoltre, sta sviluppando un interessante rapporto con Virna, probabilmente foriero di sviluppi armonici della possibile vita LAT (per i meno informati, LAT sta per Living Apart Together, cioè vivere separati insieme; ma non è questa la sede per discuterne).

In ogni caso, la prima storia in cui ci imbattiamo è il rapimento e la morte dell’amante moldava di un imbroglioncello di mezza tacca. Uno dei soliti traffici in nero, con pagamenti in contanti, e piccole fughe fuori dal seminato della legge. È una storia sordida, che i nostri smascherano presto, e che in fondo, oltre a dar carattere alle loro personalità, pur dando una certa immagine delle miserie della vita quotidiana (ricattucci, mogli vendicative, figli succubi, uomini senza midollo, ed altre amenità) non ci porta molto lontano.

Andiamo lontano invece come spunto a metà delle indagini di cui sopra. Laddove Rossini salva un’ucraina dalle grinfie della mafia ucraina, facendosi però scoprire. La giovane ripara in Slovenia, mentre gli ucraini cercano il modo di vendicarsi di Rossini e dell’affronto subito. Qui entra il primo cross, che Leonid affida il compito ad una nostra vecchia conoscenza, il cattivissimo Giorgio Pellegrini. Assistiamo quindi ancora una volta allo scontro tra Giorgio e Marco, dopo aver pensato che Giorgio fosse finito qualche storia fa.

Giorgio mette a segno qualche colpo doloroso per i nostri, ma non vi dico quale ne come. Fatto sta che i nostri, pur zoppicando, cercano il modo di avere una rivincita. E qui entra in scena il secondo cross, il malavitoso detto il Francese, che ormai è diventato un potente infiltrato dell’Arma, così che riesce a fare da tramite tra la legge ed i nostri. Ovviamente, si arriverà ad un doloroso finale, che metterà qualche punto fermo alle trame di Carlotto. Che nel futuro dovranno tenerne conto.

Ma la scrittura del nostro è un po’ al di là della storia contingente. Quello che Massimo vuol farci vedere sempre e comunque è l’onestà morale dei suoi personaggi positivi, anche quando sono costretti a fare qualcosa che non pensavano avrebbero mai fatto. Ma Massimo vuol mostrarci il grigio della vita: ci sono poliziotti corrotti, poliziotti integerrimi e poliziotti metà e metà. Ci sono rapporti umani che vanno salvaguardati sempre, che sono la nostra salvezza personale. C’è l’amicizia. E poi ci sono i cattivi “puri”, laddove Carlotto lancia una strale per bocca di una vicequestore: la mafia ucraina la teniamo sotto controllo, ma la faremo completamente fuori a guerra finita. Un discorso pericoloso ma non assurdo.

Come detto, alla fine, quello che interessa Carlotto, a parte il mondo personale dell’Alligatore (che ci entrò nel cuore con le edizioni E/O e lì rimane da trent’anni), è farci vedere le immagini dietro i sequestri, i ricatti, i furti ed altro. C’è la ‘ndrangheta che si infiltra dove può, ci sono le banche clandestine cinesi che ripuliscono il denaro sporco, c’è la mercificazione della donna ben gestita dalla mafia ucraina.

E c’è, questa volta in un esplicito finale, una colonna sonora degna di noto per chi apprezza il blues, spaziando da Beth Hart a Eliza Neals, passando per Sheryl Crow e Jane Lee Hooker (se non le conoscete, provate a sentirle). Al solito, grazie Massimo.

A fronte di cinque italiani, ecco che vi propongo due donne mediorientali. L’iraniana Elif Shafak con il suo “Latte nero”:

“Quando sei incinta puoi fuggire da tutto e da tutti, ma non dai cambiamenti del tuo corpo.” (14)

“Per un ateo, la fede non è una questione molto importante. Per un agnostico, invece, sì. Un ateo è sicuro delle proprie convinzioni … Un agnostico … seguiterà a riflettere, dubitare, porsi quesiti.” (288)

“Il fascismo ha prosperato e si è diffuso non a causa delle persone cattive con obiettivi malvagi, bensì delle persone ordinarie con buone intenzioni.” (151) [questo è da girare ai nostri politici]

“Questo è il modo in cui procede la mia vita: faccio un passo, avanzo, cado, riprendo a camminare, inciampo e cado di nuovo, mi rialzo, proseguo …” (346)

E poi la turca Esmahan Aykol con il gradevole “Appartamento a Istanbul”:

“Invecchiare non è sempre una cosa negativa.” (128) [saggissima!]

“Volenti o nolenti, ogni tanto dobbiamo dedicare un po’ di tempo a chi ci sta intorno.” (153)

“Camminare era l’unica attività fisica che facevo … Con l’avanzare dell’età bisogna cercare di cambiare il proprio stile di vita.” (176)

“Se ciascuno di noi facesse solo quello che sa fare, sarebbe meglio per tutti.” (243)

“Mi preoccupo sempre quando le cose – amore, lavoro e tutto il resto – filano lisce come l’olio. Sento di non aver fatto abbastanza per meritare tanta felicità, tanta soddisfazione, tanto amore … Allora comincio a pensare che succederà per forza qualcosa di brutto, qualcosa che mi farà soffrire terribilmente. Se nella mia vita è tutto perfetto, non riesco a essere davvero felice.” (306) [niente altro da aggiungere]

Mancano 45 giorni a Natale, e spero che tutti voi abbiate cominciato ad ipotizzare: alberi, presepi, regali e perché no anche viaggi, vicini o mediamente vicini (lontani no, che c’è poco tempo). Noi, in famiglia, abbiamo cominciato, senza molte certezze, ma con le idee chiare. Certo non vi dico quali, ma vi abbraccio.

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