Giancarlo
De Cataldo “Un cadavere in cucina” Einaudi euro 18 (in realtà, scontato a 17,10
euro)
[A: 01/08/2025
– I: 24/08/2025 – T: 25/08/2025] &&&
[titolo:
originale; lingua: italiano; pagine: 229; anno: 2025]
Leggo
sempre con rilassatezza le avventure del PM Manrico Spinori, prodotte dalla
penna di Giancarlo De Cataldo. È una lettura estiva, rilassante, che non
impegna troppo il cervello, ma che scorre piacevolmente, specialmente in questa
estate che non è calda come altre estati.
Unica
vera pecca è la mancanza di suspense per la parte di indagine (si intuisce
presto dove si potrebbe andare a parare), rimanendo solo qualche tiepido
interesse per comprendere come le cose possano essere ingarbugliate quando
qualcuno mette i bastoni tra le ruote.
Dovendo
poi barcamenarsi tra pubblico e privato, lasciando il primo a commenti più
avanti, nel secondo non è che ci si sforzi troppo. L’ispettora Deborah è sempre
un buon contraltare delle paturnie del contino, anche se la sua rude romanità
non porta molto alla storia. Le due aiutanti storiche sono presenti con Gavina
sempre più maga dei computer e Brunella pronta al servilismo non becero
d’ufficio, ma con qualche cosa nell’armadio che prima o poi scopriremo.
Dal
punto di vista familiare, il figlio Alex, che sembrava avviato ad un buon
rapporto con la simpatica ma silenziosa Rachele, sembra seguire le orme del
padre, lasciando la bella (si era stancato, ahi come risuona in altri campi), e
proseguendo per la strada di rapporti intensi ma fugaci. Piccoli cammei ci
vengono dalla madre Elena, dal maggiordomo Camillo e dalla new entry tutto
fare, Fatma, simpatica nel suo italiano pasticcione.
E
poi, che dire della vita privata di Manrico? Dopo aver abbandonato il rapporto
con la bella signora melomane, nella scorsa puntata c’era stato un prendersi e
lasciarsi con l’anatomo-patologa Stella, che qui ha un ritorno di fiamma per
poi eclissarsi in ferie alpine. Lasciando così il campo alla star dei Servizi
Segreti, Stefania, che un po’ usa Manrico per depistarlo quanto basta nel caso
servisse, ed un po’, visto che Manrico comunque è un bell’uomo, non disdegnando
una frequentazione leggera, a base di stuzzichini, di cibo e di sesso. La
domanda è se Manrico, prima o poi, crescerà.
Sul
versante “indagini”, c’è un inizio divertente, con uno sballo da peyote in uno
dei ristoranti top della capitale, il “Controcorrente”, gestito da chef
Mancini. Una grossa fetta di clienti dà fuori di testa, ma dopo un veloce
ricovero in ospedale, vengono tutti dimessi. Peccato che due giorni dopo, il
colonnello Micheli venga stroncato per un avvelenamento da Amanita Phalloides.
Qui
le cose man mano si fanno grosse. Il colonnello aveva un colloquio con un finto
giornalista russo. Chi cercava di reclutare chi, per qualche scambio di
informazioni segrete?
Si
scopre anche, al tavolo dei due, una microspia gestita dai servizi della
sunnominata Stefania. Scoprendo poco dopo, nei monti sopra Rieti, che anche lo
chef muore per lo stesso avvelenamento. Domanda che sorge spontanea: c’è
qualche collegamento tra i due che subiscono la stessa morte? Oppure una è una
morte per omicidio ed una accidentale? E nel caso di dolo, chi si cercava di
colpire?
Indagando,
con qualche dritta un po’ storta di Stefania & co., si scopre che il
colonnello era gay, che stava passando delle informazioni ai russi per poter
incastrare altri spioni, che lo chef era malvoluto da quasi tutti, gestendo la
cucina come una caserma di basso rango, ricoprendo il ruolo di padrone assoluto
e senza mitigazioni di sorta. C’è anche tempo per parlare di produzioni
televisive dedicate ai cuochi, imbastendo ne “I Re Mangi” una poco velata
parodia di “Masterchef”. Per dover di giustizia, l’ex-magistrato De Cataldo non
risparmia poi critiche ed appunti anche al mondo giudiziario. Non ci facciamo
mancare nulla.
Quello
che manca, appunto, è la tensione. Che ci si avvia ad un finale scontato, che
leggiamo solo per comprendere come l’autore intende presentarcelo, ma senza che
ciò susciti più che un barlume di interesse.
Interesse,
al contrario, che non può che risvegliarsi in due occasioni topiche. Quando il
finto giornalista russo, arrivando a Roma, alloggia tre settimane all’hotel
Genio. Un albergo che entrò a pieno titolo nelle storie familiari. Costruito
nel 1905, quando mia nonna e mia prozia, scappando da Varazze, vennero a
studiare a Roma, fu lì che andarono ad abitare per un certo periodo. Che era un
albergo ai tempi “normale” (ora è un quattro stelle), ma soprattutto sulla
strada di collegamento tra Piazza Navona ed il Vaticano, passando per il
quartiere Prati.
Quartiere
che viene citato più avanti, quando Manrico si concede una vaschetta di gelato
artigianale (rigorosamente cioccolato e pistacchio) in una delle più buone
gelateria di Roma, quella di via dei Gracchi. Dove io vado spesso e con gusto.
Nunzia
Scalzo “La regola dell’ortica” Feltrinelli euro 15 (in realtà, scontato a 14,25
euro)
[A: 01/08/2025
– I: 04/09/2025 – T: 06/09/2025] &&
[titolo:
originale; lingua: italiano; pagine: 250; anno: 2025]
Nunzia
Scalzo è una new entry della grande scuderia Feltrinelli, fucina di sempre
interessanti scrittori e scrittrici. La particolarità di Nunzia è la sua
professione, grafologa forense, dove, date le sue indubbie conoscenze, decide
di ripercorrerle in un ambito che le è proprio, quello del romanzo poliziesco.
Usando una scrittura che, nella sua costruzione, rimanda alla classica Agatha
Christie: il lettore è a conoscenza di più indizi dell’investigatore, così che
potrebbe indagare per proprio conto. Il plus che usa la nostra è l’utilizzo
della prima persona narrativa, mentre il minus è che la prima persona non
riesce ad avere tutte le nostre informazioni, per cui arriva alla conclusione
molto dopo il lettore.
Intanto,
viene usato come narratore l’alter ego di Nunzia, cioè Bea Navarro, grafologa
forense in quel di Catania, città che assurge anche a protagonista ombra della
storia. Con la sua via Etnea, la montagna che incombe, i giardini, gli
aperitivi, gli arancini, e tutto quanto di siculo non palermitano abbiamo
imparato dalle storie di Vanina Guarrasi (non sarebbe male un incontro tra le
due). Bea ha un figlio che studia in Svizzera e forse avrà una borsa di studio
per l’Australia, ma non sappiamo nulla del padre. Lei si dichiara divorziata,
poi ad un certo punto dice di non sapere chi sia il padre di Teo, nato da una
botta di orgia alcoolica. Qui e altrove ci sono piccole crepe narrative che
andrebbero risolte meglio. E su alcune tornerò in finale.
Per
ora, vediamo Bea farsi aiutare nelle indagini che narreremo da un amico
giornalista, Domenico (ma non sembra ci sia feeling amoroso tra i due), ed
occupata da due indagini. Una, tipica di quella che noi conosciamo generalmente
come grafologia, riguarda l’autenticità di testamenti autografi redatti in
prossimità della morte. Una narrazione parallela, che offre qualche spunto
ironico, ma che nulla porta al fiume principale della narrazione.
La
seconda, sempre incentrata su di un pezzo di carta, riguarda l’ultimo scritto
prima del suicidio di Norma Speranza. Biglietto poco significativo nei rispetti
di un suicidio, e suicidio altrettanto strano, compiuto con una carabina da
parte di Norma alta poco più di 1,50 e quindi con ovvie difficoltà di arrivare
al grilletto e porre contemporaneamente la canna del fucile a contatto della
tempia. Già questo sarebbe un compito difficile ed intrigante, ma la
complicazione vuole che tutta la vicenda si sia svolta nel 1965.
Così
che, testimonianze ed altro, sono affidate o a resoconti vari, dai giornali
dell’epoca o dalle evidenze giuridiche dei processi in tribunale, o ai ricordi
dei protagonisti dell’epoca. Mentre sui primi bisogna affidarsi alle capacità
di lettura tra le righe dei nostri investigatori, sui secondo ci sono grosse
falle da riempire. Le poche persone ancora in vita o sono reticenti o sono
sulla via della demenza senile, con i soliti sprazzi di lucidità che la demenza
concede. Tuttavia, al fine di farci avere quadri più completi della vicenda,
Nunzia inserisce lettere e confessioni di altri personaggi allora presenti, che
noi leggiamo ma che Bea non conosce.
Veniamo
così a sapere, ben prima dei nostri, che Alfredo, il marito di Norma, era
attratto più dagli uomini che dalle donne, e che, dove aver tentato una
discendenza con lei (purtroppo finita in un aborto spontaneo), si dedica alle
sue frequentazioni maschili. Norma, già abbastanza distrutta dalla perdita del
figlio, sarà ovviamente colpita da una mazzata psicologica se e quando saprà
delle inclinazioni maritali. Il tutto condito dagli ambienti, chiusi ed
abbastanza retrogradi, della Catania del ’65. Non abbiamo un grande ritratto di
Alfredo, che dopo essere stato assolto dall’accusa di aver ucciso la moglie,
scompare forse in Argentina.
Conosciamo
invece Vera, la sorella di Norma, convinta della colpevolezza di Alfredo (anche
perché non ha mai accettato la loro differenza sociale, e giudica il cognato
uno sporco arrivista), ed Evelina, l’amica del cuore di famiglia, che forse sa
ma che non dirà mai (o quasi). Anche il portiere sa più di quanto dica. Fatto
sta che, leggendo i resoconti dell’epoca, ci accorgiamo presto che tutti
mentono.
Ma
la parte migliore, e quella che più ci incuriosisce, è l’analisi grafologica
che nel tempo Bea sottopone ai suoi pezzi di carta, le digressioni sulla
scrittura in genere, e sulla sua analisi, citando l’esimio Nazzareno Palaferri,
uno dei padri della grafologia italiana (che fonda l’analisi della personalità
attraverso la scrittura e altre forme non verbali). Tutta la bravura di Bea (e
di Nunzia) ci porta ovviamente alla decisa falsità dello scritto. Sapere poi
cosa sia successo è compito altro, ed in un certo senso di sicuro non interessa
a Bea (nelle sue conseguenze) né agli altri attori della vicenda (ormai come
detto quasi tutti morti). Comunque, almeno sulle poche linee della scrittura,
Bea ci fornisce un elemento che avrebbe dovuto essere scoperto anche
sessant’anni prima, e che lascia dei dubbi sulle prime indagini. Ma tant’è.
Quello
che rimane di dubbio è appunto su alcune non dico imprecisioni, ma piccole
omissioni che fanno dubitare dell’intera calata mentale nel periodo della
trama. Nunzia e Alfredo erano in rotta da tempo, dicono i testimoni, ma la
sorella Vera dice che, per l’onore delle famiglie, non era contemplato il
divorzio. Ora, o ci si dimentica che il divorzio divenne legge di Stato dopo la
legge Fortuna-Baslini del ’70, o ci si riferisce all’annullamento via Sacra
Rota, che però avrebbe comportato tutto un diverso percorso.
Altro
elemento leggermente oscuro, anche se si potrebbe interpretare, è il fatto che
Norma, appena arrivata alla scuola di Inglese, telefoni a qualcuno salutandolo
con parole affettuose. Ora, nel ’65 non c’erano cellulari, quindi Norma dove
chiamare da fissi. E se avesse telefonato da una cabina esterna, nessuno
avrebbe potuto sentire le sue parole; se invece avesse usato il telefono della
Scuola, di certo si sarebbe premurata di non avere ascoltatori indesiderati
intorno.
In
conclusione, una buona idea di base, un discreto ed interessante sviluppo con,
tuttavia, una serie di zavorre da eliminare (e nel finale, si apre subito lo
spazio per una seconda puntata).
Sarah
Savioli “I selvatici” Feltrinelli euro 12 (in realtà, scontato a 11,40 euro)
[A: 01/08/2025
– I: 12/09/2025 – T: 14/09/2025] &&
e ½
[titolo:
originale; lingua: italiano; pagine: 266; anno: 2023]
Episodio
numero quattro delle avventure di Anna Melissari, uscita dalla fortunata penna
di Sarah Savioli, che ha tirato fuori dalle sue fantasie, una storia
improbabile, ma che a me è sempre piaciuta. Certo, non ha spesso un grande
ritmo, ed a volte è più interessata ad un contorno di narrazione piuttosto che
ad un mystery o ad un thriller. Ma sono sempre storie piene di ironia, e qui,
in aggiunta, con un paio di riflessioni che fanno pensare.
Per
chi avesse perso le prime puntate, Anna, in seguito ad uno spiacevole
incidente, riceve in dono la capacità di parlare con i non-umani. Detto così
potrebbe appunto nascere una scrittura favolistica e magari un po’ sballata.
Sarah invece mantiene tutto entro il crinale della credibilità. Anche se,
ovvio, il lettore si deve lasciar andare e deve seguire le avventure senza
cedere al ricatto del realismo. Anna, inoltre, usa questa sua capacità per
avere notizie su eventi criminali o criminosi, cui animali e piante hanno
assistito. Ovvio che ci vuole tempo e modo per interpretare quanto le viene
detto, ma alla fine lei riesce a portare buoni risultati all’agenzia
investigativa del burbero Cantoni, dove lavoro part-time.
Contorni
fissi di Anna sono il piccolo figlio Luca, sempre pronto a far domande, ed a
lamentarsi quando “Mimi” non c’è, il marito Alessandro, imbranato all’ultimo
stadio che senza Anna non trova neanche il termometro (questa l’ho sentita
anche altrove). Poi c’è il cinico gatto Banzai, il timido alano Otto, le
sorelle Tarta e Rughina (indovina, indovinello…). Ed una serie di pianta che
io, da buon pollice nero, ignoro alla grande.
Qui,
la storia però, fa un bel salto in avanti. Cantoni, intanto, propone ad Anna di
entrare a tempo pieno nel lavoro, cosa che fa riflettere per tutto il libro la
nostra sul rapporto lavoro-famiglia che viene chiesto (o imposto) alle donne.
Alla fine prenderà una decisione, ma non vi dico quale.
Secondo
poi, i nostri vengono chiamati in trasferta. Cecilia, una storica amica di
Cantoni, da anni vive con il marito Tullio tra i monti appenninici, dove ha
aperto un rifugio per i chiedenti asilo. Che lì vivono in attesa di capire come
evolve la situazione dei premessi, e pian piano non dico integrandosi, ma
almeno instaurando un rapporto più “umano” con i locali. Questo è tutto il lato
umano reale che Sarah ci butta addosso. Ci sono i migranti, in giro per il
mondo, ognuno con le loro ferite, ed ognuno con la propria individualità, che
rimane anche al di là dell’essere migranti. Magari ci sono aspetti che si
induriscono, elementi di diffidenza o di confidenza che si accentuano.
Tuttavia, non è che si diventa buoni o cattivi perché si è migranti. Come non
si diventa buoni o cattivi convivendo con i migranti.
La
storia appenninica consente anche una seconda digressione: Cecilia, il marito
Tullio e Cantoni erano uniti e sodali da giovani. Uniti anche da comuni ideali
di giustizia ed uguaglianza. Cantoni, per motivazioni familiari (non viene da
famiglia agiata) passa per alcuni anni in polizia, cosa che Tullio bolla come
tradimento. E che non migliora quando Cantoni lo salva da situazioni poco
chiare e potenzialmente carcerabili. E per tutto il romanzo assisteremo a
questo equilibrismo, bilanciato (ma non sempre) da Cecilia che ha sposato l’uno
ed è rimasta amica fraterna dell’altro.
Il
via alla parte gialla viene data quando Yasser, un ospite migrante, scompare.
Yasser che stava imparando un mestiere, che si faceva in quattro aiutando
tutti, e magari anche la piccola Laila per fare i compiti, suscitando la poca
benevolenza della di lei madre, e del maturo Khaled, da anni in attesa, e per
questo indurito nella sua poca empatia. Ma anche con problemi di rapporti con
Fatima la cuoca, e soprattutto con Amal, altro migrante, di quelli però magari
più attenti al proprio tornaconto che al clima generale.
Completano
il quadro della vita di paese Alice, che va a scuola con Laila, e la sorella
Miriam, di cui Yasser si innamora, Mario e Giacomo, due giovinastri di paese
sempre sul crinale dell’illegalità, Benno, con un passato (e forse un
presente?) di spacciatore ed il falegname Caio di cui Yasser era diventato il
braccio destro (e forse anche qualcosa in più).
Ci
vuole poco a capire che qualcosa di poco chiaro è accaduto, e ci vuole tutto il
libro affinché Anna riesca a sbrogliare la matassa. Anche perché, lontano dalla
città con i suoi rumori non umani attutiti, lì nelle case del bosco, Anna viene
colpita da un urlo di piante e animali che non riesce ad interpretare, che non
viene smussato, che la prende come un pugno sul ring, ma dalla parte di chi va
KO.
Qui
ci vuole tutta la bravura di Sarah per farci arrivare pagina dopo pagina a
separare la varie voci. A sentire prima il vecchio cane Thor, che molto tace.
Poi a capire cosa dice un riccio astronomo, quindi a dribblare dei feroci
scoiattoli che si comportano da mafiosi, ed infine ad avere colloqui sereni con
un cinghiale con problemi di identità. Una serie di animali che le porteranno
anche a parlare con i faggi malati ed i fungi del sottobosco. Così che, oltre a
risolvere il caso, fornisce le dritte a Tullio per intervenire sulle malattie
del bosco stesso.
Arriviamo
così all’ultimo importante messaggio di questo forse etichettabile come “green
crime”. Il bisogno, la necessità, di sviluppare empatia tra le genti ma non
solo. Sono gli elementi del bosco che urlano la loro sofferenza, e l’iniziale
incapacità di Anna di sentirla provoca i guasti iniziali (svenimenti ed altro).
Quando Anna capisce i coinvolgimenti emotivi e cognitivi che porta a
rapportarsi con l’altro, capisce il bosco e le sue malattie, capisce Tullio e
le sue ribellioni, capisce le varie posizioni dei migranti.
Questo
messaggio fore, della necessità di capire l’altro è un dono che ci fa la
storia, a volerla leggere oltre la superficie. Per questo continuerò a vedere
se ci sono altri scritti di Sarah, pur se questo, di buona media, alla fine
risultando debole nella parte gialla, non sale troppo in alto.
Unico
divertimento personale, la protervia volontà dell’autrice di stravolgere i
canoni del giallo, che mai, in questi quattro episodi, fa in modo che il
lettore ed i protagonisti siano sullo stesso piano. Ma lo fa in modo garbato,
ed io l’ho già perdonata.
Cristina
Cassar Scalia “Delitto di benvenuto” Einaudi euro 19 (in realtà, scontato a
18,05 euro)
[A: 01/08/2025
– I: 19/09/2025 – T: 21/09/2025] &&&
[titolo:
originale; lingua: italiano; pagine: 313; anno: 2025]
SM1
Avevamo
sentito, nel finale delle ultime prove delle storie di Vanina Guarrasi, che la
tensione stava calando. Penso che anche la scrittrice ne abbia avuto sentore, e
così, come si usa quando c’è bisogno di aria nuova, ecco che la nostra Cristina
si imbarca in una nuova narrazione. Tra l’altro, spostando accuratamente il
baricentro verso la provincia, nella bella cittadina di Noto, che come i più
sanno è ben vicina alla Vigata di Montalbano.
L’altro
notevole spostamento è quello temporale, che la vicenda si colloca nell’ultima
settimana del 1964, quella in cui si svolgevano frenetiche consultazioni e
votazioni per eleggere il nuovo presidente delle Repubblica, dopo le forzate
dimissioni di Antonio Segni causa malattia. Come tutti ricorderanno, il 28
dicembre, alla ventunesima votazione, viene eletto Giuseppe Saragat, primo
presidente di centro-sinistra della Repubblica (con quasi il 70% dei voti).
La
buona presa narrativa fa solo lo sconto di qualche usuale passaggio dovuto
all’epoca del romanzo. Siamo in un’epoca scarsamente tecnologica, quindi tutta
una serie di riscontri devono tener conto dell’andamento lento dei tempi. Così
come gli spostamenti in treno o in auto, rispecchiano tempi e modi che non ci
sono abituali (anche se noi li ricordiamo bene). Comunque, fa bene ai nostri
scarsi neuroni sia sentire delle lunghe traversate da Roma a Noto di alcuni
protagonisti, sia la descrizione di una cittadina da sempre nei nostri cuori
(anche se solo recentemente, dopo il 2000, è diventata patrimonio UNESCO).
Oltre
al riferimento trasversale al grande Salvo, c’è anche un piccolo omaggio agli
epigoni dei trasferiti. Che spesso il commissario di cui si narrano le gesta
non opera nella sua città natale, ma in altra. Sovente anche per motivi non
sempre solo di servizio. Come sarà per Rocco Schiavone, trasferito da Roma ad
Aosta, così qui è per Scipione Macchiavelli, anche lui allontanato da Roma, ma
in direzione Sud. Notate, inoltre, il neanche troppo velato omaggio al padre
della narrativa gialla italiana moderna, Loriano Macchiavelli.
Non
abbiamo ancora tutte le cifre del trasferimento, che si intuisce essere
avvenuto per motivi di vicinanze femminili scottanti. Poi si approfondisce che
di mezzo c’è un qualche personaggio governativo (ricordo che erano gli anni del
Terzo Governo Moro, quello delle aperture ai socialisti di Nenni). Comunque si
saprà solo che il padre gli toglie il saluto, e non fa nulla per tenerlo a
Roma.
Dopo
esserci beati del viaggio in treno insieme a Scipione, compresa la traversata
in traghetto dalla Calabria a Messina, ed in attesa di un viaggio ancor più
lungo che farà verso la fine la sua fida automobile che, guidata dall’amico
Primo, impiegherà due giorni per arrivare a Noto, cominciamo ad immergersi
nell’atmosfera sicula, e nei personaggi che contorneranno il nostro nelle
indagini. Il maresciallo Calogero Catalano, agrigentino ma sposato con prole a
Noto, ed il “single” brigadiere Francesco Mantuso, uomo di buon ingegno e di
pronta azione.
Il
teatro in cui si muovono i nostri, serve proprio per dare il benvenuto a
Scipione che deve prendere servizio il 23 dicembre, ed esattamente in
concomitanza sparisce il dottor Brancaforte, direttore della Banca locale. Si
trova quindi non solo catapultato lontano da casa, ma anche in situazione che
sembrano poco consone, visto che fino ad allora ci viene detto che si occupava
del commissariato di Via Veneto, con annesse incursioni costanti nella Dolce
Vita romana.
I
nostri brancolano nel buio, ma indagando ed accumulando indizi e “rumori” di
piazza, si viene a delineare una figura di bancario non proprio adamantina. Di
sicuro, arrotondava le entrate con una attività sotterranea da piccolo usuraio.
E probabilmente metteva qualche ciliegina sulla torta ingaggiandosi in
avventure extra-coniugali. Tanto si sa che all’epoca la donna era quasi solo un
appendice della vita maschile, il cui compito primario era fare figli e tenere
in ordine la casa. La nostra Cristina non mancherà in più punti di sollevare la
questione e di farcene toccare la pervicace persistenza, allora come ora.
L’autrice
visita tutti i migliori luoghi comuni, allora: tradimenti, ricatti economici e
sessuali, rancori e possibili fughe. Non manca un accenno velato che possa
esserci qualche mano mafiosa, ma l’epoca non era ancora matura per tali
“accuse”. Dopo qualche giro al largo per farci perdere il filo, alla fine si
imbocca la strada maestra di chi ha fatto cosa e perché. Soprattutto dal
momento in poi in cui viene ritrovato il cadavere di Brancaforte. Un finale,
con qualche piccola variazione sul tema, ma ampiamente scontato.
Tuttavia,
non possiamo chiudere senza menzionare una possibile storia che potrebbe
portare ad altre scritture seriali. Parlo della presenza della bella farmacista
Giulia che comincia a far riflettere Scipione su di un ruolo femminile meno
dedito ai soli piaceri del corpo, ma più costruttivo e positivo. Ci sono anche
altre piccole storie potenzialmente rosa di contorno, ma nel caso se ne parlerà
per qualche nuova uscita.
Per
ora, prendiamoci questo benvenuto al commissario Scipione ed alla bellissima
città di Noto (che per chi non ricorda è città natale della scrittrice, e già
usata come diversivo godereccio in alcune parti episodiche delle vicende di
Vanina).
Massimo
Carlotto “A esequie avvenute” Einaudi euro 18 (in realtà, scontato a 17,10
euro)
[A: 16/09/2025
– I: 11/10/2025 – T: 13/10/2025] &&&
[titolo:
originale; lingua: italiano; pagine: 229; anno: 2025]
Il secondo elemento importante del libro (ma
questo lo possiamo dire a posteriori) è che cerca di utilizzare elementi
cross-over come se volesse far rientrare tutta la produzione “noir” legata al
territorio padovano in un unico complesso scenario. Un buon tentativo con
qualche limite.
Comunque, essendo ben due anni che non leggo
nulla del patavino, confermo la mia impressione di sempre: una buona scrittura,
con dei solidi appigli di formale giustizia, anche se, come d’altronde è ovvio,
passando gli anni, qualcosa si attutisce. Non tutto, certo, che la lotta senza
esclusione di colpi dell’Alligatore e dei suoi sodali verso i fuorilegge senza
morale è e rimane senza esclusione di colpi. Mentre resta l’occhio benevolo per
quelle piccole devianze imputabili più al clima generale della vita italiana
che a cattiverie insite nelle persone.
Poiché l’idea di fondo di Carlotto è di fare
una fotografia della realtà, come appunto nella realtà, si intrecciano diverse
storie, con diversa consistenza e sviluppi non coincidenti temporalmente. In
tutta la linea abbiamo i nostri personaggi eponimi che, quasi a voler
sottolineare una certa desistenza verso l’intollerabile modernità, si stanno
ritirano in una cascina nei boschi. C’è Beniamino Rossini, con il pallino
costante di voler salvare giovani traviate con la forza, e l’unico ad aver
sempre a portata di mano potenze di fuoco. C’è Max la Memoria, insostituibile
cervello connettore delle intuizioni del gruppo, sempre dando mano alla massa
di informazioni incamerate tra i suoi neuroni. E c’è Marco, con il suo ruolo di
leader sottotono, perché ha le idee, è corretto, e non ha mai usato le armi.
Inoltre, sta sviluppando un interessante rapporto con Virna, probabilmente
foriero di sviluppi armonici della possibile vita LAT (per i meno informati,
LAT sta per Living Apart Together, cioè vivere separati insieme; ma non è
questa la sede per discuterne).
In ogni caso, la prima storia in cui ci
imbattiamo è il rapimento e la morte dell’amante moldava di un imbroglioncello
di mezza tacca. Uno dei soliti traffici in nero, con pagamenti in contanti, e
piccole fughe fuori dal seminato della legge. È una storia sordida, che i
nostri smascherano presto, e che in fondo, oltre a dar carattere alle loro
personalità, pur dando una certa immagine delle miserie della vita quotidiana
(ricattucci, mogli vendicative, figli succubi, uomini senza midollo, ed altre
amenità) non ci porta molto lontano.
Andiamo lontano invece come spunto a metà
delle indagini di cui sopra. Laddove Rossini salva un’ucraina dalle grinfie
della mafia ucraina, facendosi però scoprire. La giovane ripara in Slovenia,
mentre gli ucraini cercano il modo di vendicarsi di Rossini e dell’affronto
subito. Qui entra il primo cross, che Leonid affida il compito ad una nostra
vecchia conoscenza, il cattivissimo Giorgio Pellegrini. Assistiamo quindi
ancora una volta allo scontro tra Giorgio e Marco, dopo aver pensato che
Giorgio fosse finito qualche storia fa.
Giorgio mette a segno qualche colpo doloroso
per i nostri, ma non vi dico quale ne come. Fatto sta che i nostri, pur
zoppicando, cercano il modo di avere una rivincita. E qui entra in scena il
secondo cross, il malavitoso detto il Francese, che ormai è diventato un
potente infiltrato dell’Arma, così che riesce a fare da tramite tra la legge ed
i nostri. Ovviamente, si arriverà ad un doloroso finale, che metterà qualche
punto fermo alle trame di Carlotto. Che nel futuro dovranno tenerne conto.
Ma la scrittura del nostro è un po’ al di là
della storia contingente. Quello che Massimo vuol farci vedere sempre e
comunque è l’onestà morale dei suoi personaggi positivi, anche quando sono
costretti a fare qualcosa che non pensavano avrebbero mai fatto. Ma Massimo
vuol mostrarci il grigio della vita: ci sono poliziotti corrotti, poliziotti
integerrimi e poliziotti metà e metà. Ci sono rapporti umani che vanno
salvaguardati sempre, che sono la nostra salvezza personale. C’è l’amicizia. E
poi ci sono i cattivi “puri”, laddove Carlotto lancia una strale per bocca di
una vicequestore: la mafia ucraina la teniamo sotto controllo, ma la faremo
completamente fuori a guerra finita. Un discorso pericoloso ma non assurdo.
Come detto, alla fine, quello che interessa
Carlotto, a parte il mondo personale dell’Alligatore (che ci entrò nel cuore
con le edizioni E/O e lì rimane da trent’anni), è farci vedere le immagini
dietro i sequestri, i ricatti, i furti ed altro. C’è la ‘ndrangheta che si
infiltra dove può, ci sono le banche clandestine cinesi che ripuliscono il
denaro sporco, c’è la mercificazione della donna ben gestita dalla mafia
ucraina.
E c’è, questa volta in un esplicito finale,
una colonna sonora degna di noto per chi apprezza il blues, spaziando da Beth
Hart a Eliza Neals, passando per Sheryl Crow e Jane Lee Hooker (se non le
conoscete, provate a sentirle). Al solito, grazie Massimo.
A fronte di cinque italiani, ecco che vi
propongo due donne mediorientali. L’iraniana Elif Shafak con il suo “Latte nero”:
“Quando sei incinta puoi fuggire da tutto e
da tutti, ma non dai cambiamenti del tuo corpo.” (14)
“Per un ateo, la fede non è una questione
molto importante. Per un agnostico, invece, sì. Un ateo è sicuro delle proprie
convinzioni … Un agnostico … seguiterà a riflettere, dubitare, porsi quesiti.”
(288)
“Il fascismo ha prosperato e si è diffuso
non a causa delle persone cattive con obiettivi malvagi, bensì delle persone
ordinarie con buone intenzioni.” (151) [questo è da girare ai nostri politici]
“Questo è il modo in cui procede la mia
vita: faccio un passo, avanzo, cado, riprendo a camminare, inciampo e cado di
nuovo, mi rialzo, proseguo …” (346)
E poi
la turca Esmahan Aykol con il gradevole “Appartamento a Istanbul”:
“Invecchiare
non è sempre una cosa negativa.” (128) [saggissima!]
“Volenti
o nolenti, ogni tanto dobbiamo dedicare un po’ di tempo a chi ci sta intorno.”
(153)
“Camminare
era l’unica attività fisica che facevo … Con l’avanzare dell’età bisogna
cercare di cambiare il proprio stile di vita.” (176)
“Se
ciascuno di noi facesse solo quello che sa fare, sarebbe meglio per tutti.”
(243)
“Mi
preoccupo sempre quando le cose – amore, lavoro e tutto il resto – filano lisce
come l’olio. Sento di non aver fatto abbastanza per meritare tanta felicità,
tanta soddisfazione, tanto amore … Allora comincio a pensare che succederà per
forza qualcosa di brutto, qualcosa che mi farà soffrire terribilmente. Se nella
mia vita è tutto perfetto, non riesco a essere davvero felice.” (306) [niente
altro da aggiungere]
Mancano 45 giorni a Natale, e spero che tutti voi abbiate cominciato ad ipotizzare: alberi, presepi, regali e perché no anche viaggi, vicini o mediamente vicini (lontani no, che c’è poco tempo). Noi, in famiglia, abbiamo cominciato, senza molte certezze, ma con le idee chiare. Certo non vi dico quali, ma vi abbraccio.
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