domenica 16 novembre 2025

Storie e Storia - 16 novembre 2025

Una settimana di letture tra omaggi alla Grande Storia e piccole storie, non sempre riuscite. Ci sono ricordi legati al colpo di stato cileno del ‘73 (Roberto Ampuero), realismo magico per anticipare la Rivoluzione cubana del ’59 (Abilio Estevez) e un grande omaggio ai piccoli avvenimenti della nostra guerra civile del ’43 (Pier Vittorio Buffa). E poi ci sono le piccole storie, con una poco gradevole (per me) scrittura per adolescenti (Giuseppe Ferrandino) ed una autobiografia in tre passi non centrata ma promettente (Giulio Somazzi).

Pur nelle disparità di resa, ho cercato di mantenere sempre il mio giudizio e le mie analisi sul filo di quanto ho elaborato in tutti questi anni. Anche quando momenti personali potevano portare ammorbidimenti. Come direbbe il buon Battisti, lo scoprirete solo leggendo.

Roberto Ampuero “L’ultimo tango di Salvator Allende” Repubblica Latinoamericana 18 euro 9,90

[A: 03/06/2020 – I: 06/08/2025 – T: 08/08/2025] - &&& e ½

[tit. or.: El ultimo tango de Salvador Allende; ling. or.: spagnolo; pagine: 332; anno 2011]

Non è il primo libro di Ampuero che leggo, anche se gli altri erano tutti incentrati sul versante giallo, dove il protagonista era il disincantato detective Cayetano Brulé. Ne lessi or quasi vent’anni fa, e mi lasciarono poco sulla pelle, anche se ricordo che mi appuntai, in un angolo dei ricordi, che forse l’autore avrebbe meritato un approfondimento. Cosa che posso finalmente fare con questo libro che non è un giallo, ma un romanzo “puro e duro”, scritto da questo mio coetaneo di Valparaiso che, come si intuisce dal titolo, (ri)costruisce il golpe cileno con qualche speranza credo poco credibile, non di cambiare il passato, ma di avere un futuro “migliorabile”.

Anche se il Cile non è l’Argentina dei tanghi, come filo rosso della narrazione, Ampuero ricorre al tango, alla sua forze possibilmente eversiva (si legga il bellissimo saggio di Borges in proposito). E tra tutti i testi, Ampuero sceglie “Cambalache”, un tango composto dal grande Enrique Santos Discépolo, per denunciare i guasti degli anni Trenta in Argentina (quello noto nella storia come “Decennio Infame”, di cui non parlo qui che se ne trova tanto in rete). Ricordo solo che questo tango è una lunga note dolente sulla denuncia delle falsità e delle ingiustizie, non a caso inizia citando il 1506, anno in cui a Lisbona, una massa di un migliaio di cattolici sobillati dai domenicani, massacrarono senza motivo circa cinquecento ebrei.

Ampuero, in ogni caso, aveva vissuto in prima persona gli avvenimenti dell’11/9 (quello del ’73, quando aveva vent’anni) e dalla parte “giusta”, per poi fuggire all’estero, dove seguirà nel corso degli anni una parabola di vita e di maturazione. Mai rinnegando gli ideali giovanili, ma andando avanti nella consapevolezza che c’è tutta una file di comportamenti dittatoriali che non sono giustificabili, né da destra né da sinistra. Una lunga riflessione che lo porta, a sessant’anni, alla scrittura di questo testo, che, ripercorrendo la fine di Allende, ne sottolinea pregi e difetti, in unione di difetti esterni che non si possono negare, ma con un fondo di “pietas” che non so interpretare completamente.

La storia si sviluppa su due piani temporali. Quella del ’73, seguendo gli ultimi mesi della presidenza Allende, e quella del ’08, dove invece seguiamo le vicende, attuali e retrospettive di David Kurtz (notare il cognome conradiano). A David, nel 2008, muore di cancro la figlia Victoria, poco più che cinquantenne, che, come ultimo desiderio chiede che le sue ceneri ed un diario vengano restituite ad un suo amico cileno, Héctor Aníbal. Scopriamo subito così che, l’americano David, negli anni ’70, era in Cile con la famiglia, lui agente della CIA sotto copertura, con la famiglia ignara. Tanto che Victoria si iscrive ad Antropologia (la stessa facoltà che seguì Ampuero), venendo in contatto con i giovani comunisti cileni.

Le vicende del ’73 le seguiamo dal diario consegnato a David e che lui ci va traducendo. Diario scritto da tal Rufino, che si scopre essere stato sodale di Allende in gioventù. Entrambi frequentavano il calzolaio italiano Demarchi, attivista anarchico, Rufino proletario e tale rimasto, Salvador figlio della borghesia ed avviato alla politica “aristocratica”. Rufino che reincontra Allende, lui presidente. Rufino che cerca di aprirgli gli occhi sulla crisi economica del paese, generata non solo dalle ingerenze americane, ma anche da carenze strutturali dell’economia cilena. Il tutto, appunto, sull’onda dei tanghi che si ballano, e dei colloqui tra i due.

David, tornando a Santiago, cerca tracce del percorso della figlia e dei suoi amici, scontrandosi, com’è ovvio con il suo passato. Scontro che lo induce ad una riflessione sui suoi e gli altrui comportamenti all’epoca. Non ci sorprende quindi che scopriamo: le ingerenze nefaste della CIA nella politica cilena, i lavori clandestini di Vittoria e dei suoi amici, la fuga di David con la famiglia, compresa Victoria, subito a valle dell’assalto di Pinochet alla Moneda, la successiva lotta di Hector e dei suoi amici, conclusa, probabilmente, come molti all’epoca, o con la morte in carcere dopo torture, o con un tuffo senza paracadute nelle acque del Pacifico.

Seguiamo con curiosità le discussioni tra Rufino e Salvador, sul tango e sulla politica. Seguiamo, ma noi già ne immaginiamo gli esiti, le agnizioni di David. Sappiamo come finirà Allende. Sappiamo come potrà finire David quando la CIA si stufa delle sue indagini retrospettive, e lo dichiara “vogelfrei” (così viene lasciato nella scrittura, ma non si poteva scrivere “fuorilegge”?). Non sono sempre in accordo con Ampuero, pur capendone il percorso, e soprattutto condividendo i dubbi interni su quella politica (vogliamo dire delle riflessioni che suscitarono queste vicende al grande Enrico Berlinguer?).

Finisco con alcune piccole note personali. Ad un certo punto, David, per incontrare un suo sodale della CIA, va a Bruxelles. E nelle sue parole ripercorro alcuni miei percorsi europei. David scende all’Hotel Amigo, dietro alla Grand Place, dove soggiornava sempre il mio capo dell’epoca. Poi con il suo amico prende un liquore al bar del Metropole (lì invece ero io che vi scendevo) per poi andare a mangiare in un ristorante in rue des Chapeliers (dove facevo delle scorpacciate di cozze, birra e patate fritte). Un salto indietro di trent’anni, mentre tutto il libro me ne ha fatto fare uno di cinquanta.

Non è un capolavoro, come detto, a volte non sono in accordo con lo scritto, ma sono in sintonia con il suo spirito.

“Quel che è fatto è fatto … nella vita non c’è rewind.” (41)

“[C’è] qualcosa di essenziale che ci separa … lei crede che il mondo possa essere migliore e io credo, invece, … che il mondo è stato e sarà sempre una porcheria.” (299)

Abilio Estévez “Tuo è il regno” Repubblica Latinoamericana 20 euro 9,90

[A: 18/06/2020 – I: 28/08/2025 – T: 31/08/2025] - &&

[tit. or.: Tuyo es el reino; ling. or.: spagnolo; pagine: 377; anno 1977]

Abilio Estévez è uno dei maggiori scrittori nati a Cuba, pur se controversa è la sua posizione generale. Pur comprensibile, visto un certo ostracismo subito in patria. Si è sempre mosso nell’ambito letterario, ed ha scritto e pubblicato molte e differenti forme testuali (romanzi, racconti, saggi, poesie). Essendo del ’54, poco ha vissuto dell’inizio della Rivoluzione Cubana, ma dalle sue prime manifestazioni pubbliche, pur critiche, rimangono all’interno di una spinta favorevole verso il castrismo.

Il punto di svolto avviene quando, ventenne, conosce uno dei grandi della letteratura cubana, Virgilio Piñera, di cui diventa amico, mentre Virgilio (nomen omen) è quasi un suo mentore. Anche Virgilio è interno alla rivoluzione, pur se, sin dall’inizio, viene osteggiato per la sua omosessualità. Cui Abilio viene associato, che gli amici dei miei amici sono anche loro amici. Abilio resisterà alle continue discussioni (ed altro, che fu anche imprigionato per qualche tempo) sino al 2000, quando si trasferisce in Spagna, ottiene la cittadinanza spagnola e da allora vive a Palma de Majorca.

Detto quindi tutto il bene possibile di un intellettuale, che, per quello che ho letto, mi è sembrato di posizioni coerenti, non posso parlar troppo bene di questo libro, per il fatto fondamentale di questa sua totale immersione nel realismo magico, che pervade molta letteratura sudamericana, dove io non riesco ad entrare in sintonia. Ed è un realismo magico in cui il giovane Abilio (all’epoca ventitreenne) si immerge tenuto per mano da Virgilio. In una immersione che è una critica ed una proposizione.

Infatti l’andamento corale del racconto si svolge poco prima della Rivoluzione Cubana del 1959. L’ambiente è un luogo in periferia della capitale, dai confini labili, ma che viene subito descritto con una precisione pittorica che rimarrà nel fondo della mente per tutto il romanzo. L’ambiente è chiamato l’Isola dai suoi abitanti, e è diviso in due parti: l’Aldiquà (“Más Acá” nell’originale) un agglomerato di edifici in stato precario, con portici, cortili e tutti gli abitanti che partecipano al racconto, e l’Aldilà (“Más Allá” nell’originale) di cui si percepisce solo un meraviglioso giardino, che molti abitanti dell’Isola vi si sono inoltrati, ma nessuno è tornato.

Intanto, prima di conoscere i protagonisti, conosciamo due cose, le statue in rovina dell’Aldiquà, riproduzione del Discobolo di Milone, della Venere di Milo, del Laocoonte ed altre che non ricordo, e dell’unica libreria dell’Isola, la Eleusis. Prendiamo allora parte, anche solo per una volta, al gioco di Abilio. Che Eleusi, nell’Antica Grecia, era un luogo intriso di storia, mitologia e spiritualità, legato a rituali (i “misteri eleusini”) che promettevano la speranza di una vita migliore nell’Aldilà. Già capite tutti gli sforzi che bisognerebbe fare per decifrare tutto, ed allora, meglio lasciarsi trasportare…

Così che conosciamo Merengue ed il suo figlio perduto, Chavito, la Casta Diva, Chacho, Tingo, Titina, Lucio, Fortunato Rolo, la señorita Berta, Irene, e Marta e Mercedes e. Ognuno porterà avanti pezzi della propria storia, così che, avanzando la narrazione conosciamo e ricollochiamo il dandy, l’anziana dormiente, il vedovo che attende i fantasmi, la prostituta bambina, l’uomo che piange per aver venduto l’ombra, la donna dannata per aver baciato suo cognato, e colui che ha ucciso una vecchia. Seguiamo a lungo le donne con le loro ossessioni di essere osservate, in particolare Berta, con la mamma che mai si sveglia.

E vedremo il giovane Sebástian che cerca di costruire una barca per fuggire, ed il suo incontro con il Ferito, il primo che parlò al giovane per aprirgli l’occhio sulla realtà. Ferito trafitto dalle frecce del Paradiso, come un pagano San Sebastiano (non a caso molto amato dai gay). Ferito che si rivela trasposizione del Virgilio di Abilio, che quando l’Isola cadrà, dopo il susseguirsi di piccoli incidenti apparentemente innocenti, che poi si fanno sempre più vicini e pericolosi, riuscirà a far salvare Sebástian, lanciandogli un ultimo monito: “scrivi, che aspetti?”. Solo la scrittura permetterò di ricordare l’Isola ed i suoi abitanti. Solo la scrittura ci farà ricordare il prima ed il dopo del 1959, senza nascondere nulla. Solo la narrazione della realtà può portare linfa nuova e vitale in qualsiasi mondo le cui ali vengano tarpate ogni giorno dalla menzogna.

È una storia piena di tante storie, con il narratore onnisciente che ogni tanto si palesa, cercando di interagire con il lettore, cambiando soggetto, uscendo dal testo. Un esempio? Ad un certo punto Abilio interrompe una descrizione e scrive: “Se il lettore non ha altro da proporre, potrebbero essere le cinque del pomeriggio”. Queste invenzioni, i giochi, le citazioni, sono senz’altro i momenti migliori.

L’allegoria finisce, seguiamo tutti, ad uno ad uno, con le loro storie (di cui non vi narro, che sono l’ossatura che regge lo scheletro del libro), ma solo per adombrare la metafora: l’Isola-Cuba era meglio nell’Aldiquà, con tutti i suoi guasti, o sarà meglio in un Aldilà promesso che però nessuno vede o conosce?

Purtroppo, questo tipo di narrazione mi stanca, e non riesco a tenerne sempre in mano il filo. Quindi un plauso al giovane Abilio, alla sua scrittura, alla sua abilità narrativa, ma non sarà un libro che rimarrà nei miei olimpi privati.

Pier Vittorio Buffa “Il pane non può aspettare” Neri Pozza euro 20

A: 25/09/2025 – I: 01/10/2025 – T: 03/10/2025] &&& e ½

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 277; anno: 2025]

Come dissi per l’uscita del primo romanzo dedicato a quelle che mi verrebbe di chiamare “Cronache di Cabiaglio”, mai risulta facile parlare di un libro e di un autore che ben si conoscono. Ancora peggiore quando l’autore è anche un amico, con cui si condivise tanto in gioventù, e che, “carichi d’anni” ma non di sventura, baciamo la terra che ancora ci vede presenti ed in un certo senso ricongiunti.

Quindi, saltando subito nel vivo del discorso, e del romanzo, pur con qualche punto che mi vede meno in sintonia con la scrittura, l’ho trovato, al solito, scritto caparbiamente bene, e foriero di piccole frecce che si insinuano nella mente fornendo materia di pensieri e riflessioni. Dico subito che la poco sintonia è dovuta ad una visione corale della storia che mi trova in accordo con la testa, ma che il cuore avrebbe voluto essere meglio tratteggiata in qualche personaggio.

Vorrei subito iniziare sgombrando il campo dall’idea che sia una prosecuzione “tout court” della casa dell’uva fragola. È vero, ci sono personaggi che ritornano (d’altronde Cabiaglio ha sempre avuto un numero contenuto di abitanti, sicché non ci si può che ritrovare), ma l’accento si sposta da una dimensione soltanto familiare, ad una narrazione che avvicina sempre più la storia con la Storia. Perché le vicende, il nucleo forte dello scritto, si colloca tra il ’43 ed il ’45, e quindi non può certo prescindere da quanto succedeva in tutta l’Italia, ed in special modo, nel Nord della nostra penisola.

Cominciamo comunque dal titolo, carico di significati, ma che poteva anche essere diverso. Mi spiego, fatto salvo che Aristide, uno dei personaggi centrali è un fornaio (anzi, come dice l’autore in dialetto, un prestinaio), e che quindi il pane è congruente al discorso, l’idea ci viene da Innocenta, la madre di Aristide, che, durante un momento topico della trama, avendo il pane caldo a lievitare, avverte appunto che il pane non può aspettare, bisogna infornarlo e fornire da mangiare a chi serve, se no brucia e non serve più. Cioè, fuor di metafora, anche nei momenti più difficili qualcuno deve trovare il modo di proseguire, di andare avanti.

Ecco, questo va bene e mi convince. Tuttavia mi avrebbe convinto anche se Buffa e gli editor di Neri Pozza avessero scelto qualcosa tipo “La banda del fischio”. Perché sono loro, Vincenzo, Gianernesto, Renato, Francesco, Leonardo, Aristide ed Enrico, i sette ragazzi della banda che, con diverso incedere, attraversano la “linea d’ombra” di memoria conradiana, per passare da una fanciullezza spensierata ad un mondo adulto. Dove, per dirla con Paolo Conte, se si sbaglia da professionisti, bisogna saperne accettarne le conseguenze. Una banda che vediamo nel ’38 scorrazzare per le valli, riconoscendosi, appunto, al suono di un fischio.

Pier Vittorio riesce a tratteggiare le vicende dei sette della banda del fischio senza perderne di vista i tratti essenziali. Magari qualcuno sarà seguito più da vicino, ma tutti avranno i loro spazi. Certo, i più grandi quando si entra nel vivo del racconto, l’8 settembre del ’43, stanno facendo o hanno fatto, il militare. Gianernesto e Renato hanno fatto la campagna di Russia, riuscendo anche a tornare. Renato rimanendo in paese e Gianernesto continuando a fare il carabiniere. Con alterne fortune, sino a riuscire a passare le linee nemiche, ricongiungendosi con il padre in quel di Roma, con un episodio su cui torneremo. Poi, arrestato e deportato verso la Germania riesce comunque a salvarsi ed a tornare in paese alla fine della guerra.

Vincenzo imboscato per problemi fisici, dovrà fare delle scelte essendo il Nord Italia in mano ai Repubblichini di Salò. Riscattandosi alla fine con un gesto incoscientemente coraggioso. Scelte che dovrà fare anche Aristide, pur dovendole fare più tardi, essendo ancora giovane. Renato, Francesco e Aristide, per non essere fucilati, decidono di aderire alla RSI, con un’avventura che durerà poco tempo, e che non farà in tempo a segnarli come purtroppo avvenne a molti giovani dell’epoca. Detto che Enrico, forse il più politico della banda, con il secondo episodio su cui si ritorna, dopo l’8 settembre, capendo meglio di altri l’andamento della guerra, spinto anche da altre urgenze, decide di riparare in Svizzera aiutato da un bella (reale e sfortunata) figura di antifascista, Calogero Marrone (ora giusto tra i giusti nelle memorie ebraiche) rimane, prima di tornare ad Aristide, di dare uno sguardo a Leonardo.

Leonardo era nipote di tal Gianluca, morto in una contesa nel ’21 per mano dei “rossi”, così da diventare, localmente, un simbolo del fascismo. Pur non avendo mai avuto una gran voglia di mostrarsi, alla fine, sotto la spinta del padre, sarà il primo a aderire ai repubblichini. Sarà anche l’unico a farlo non costretto e con coscienza, forse anche a partecipare a fucilazioni dei partigiani. E sarà l’unico a non tornare poi in quel di Cabiaglio.

Ma l’elemento centrale è e sarà Aristide. Con il padre ucciso dai fascisti nel ’30. Con la madre Innocenta che si prende in carico il forno di famiglia, fino a che Aristide non la sostituisce al forno e lei rimarrà in bottega alla vendita. Intorno al forno, ed al pane che va lavorato se no si brucia, si sviluppano le parti significative del testo.

Aristide ed il forno, Aristide e l’incontro con Dolores, la bella milanesina sfollata in Cabiaglio, Aristide che scappa sui monti, che incontra i partigiani, che forse è troppo giovane (ma è possibile essere troppo giovani?) per lottare con loro, Aristide che, con tutta Cabiaglio, assiste alla battaglia di Monte San Martino (episodio storico, che l’autore ben tratteggia dal punto di vista di chi l’ha visto ma non vi ha partecipato), Aristide e le spie dei fascisti, in particolare Berenice, colei che denunciandoli li costringerà alla scelta se morire od arruolarsi, Aristide e la madre Innocenta, lei si occhio ed orecchio dei partigiani, così come tante donne in quegli anni.

Così che posso aprire una piccola parentesi. Che si, molto testo è dedicato alla banda. Ma molto vede protagonista le donne, che Buffa riesce a farci incontrare senza cadere in descrizioni sterili ed asettiche. Vediamo Innocenta, e tutta la sua volontà di resistere e la sua rabbia verso le prevaricazioni e le delazioni, con ovvio riferimento a Berenice. Ma vediamo anche Dolores e le piccole e grandi decisioni che accompagnano l’adolescenza dei giovani della guerra. Vediamo le madri dei ragazzi della banda, forse, e giustamente, più preoccupate dalla salute dei figli, rispetto alla correttezza di una posizione politica. E vediamo, in piccoli ma significativi cammei, le donne della casa dell’uva fragola. In particolare Lina, sempre descritta con un occhio benevolo e ringraziante. Dove i motivi di tutto ciò li troverete leggendo.

In meno di trecento pagine tanti sono i piccoli episodi che fanno andare avanti un racconto anch’esso corale, come l’autore ci ha abituato, che sono le persone, ognuna con la propria individualità a portare avanti le redini del mondo. Riuscendo, in questa scrittura corale, mescolando sapientemente storia e memoria ci fornisce un nuovo romanzo di formazione. La casa dell’uva formava una famiglia. Qui, i destini individuali incominciano a formare una nazione.

Dicevo di passaggio di due momenti di scrittura che mi hanno portato altrove. Il primo, ad inizio libro, quando il 25 luglio si annuncia la caduta di Mussolini, ed Ernestino sale su di un carretto per arringare la folla mi ha riportato alla mente un passo del bellissimo libro “Il clandestino” di Mario Tobino, dove si svolge una scena analoga, anche se ovviamente in Piemonte.

L’altra invece è un po’ più personale e famigliare (nel senso di famiglia). Che Gianernesto partecipa dal 10 al 13 settembre alla battaglia di Porta San Paolo a Roma. Non entro nel merito della descrizione, che è un evento fin troppo noto. Cui tuttavia partecipò gran parte della mia famiglia, sotto la guida di mio zio, “capo della banda omonima”, come dice il mandato d’arresto del Regime Fascista.

Tuttavia, non essendo prestinai, ma solo attenti lettori, poniamo una fine qui alle idee che lo scritto di Pier Vittorio ci ha fatto sorgere alla mente. Con un dovuto ringraziamento alla fine scrittura giornalistica dell’autore, e sperando che dopo l’uva ed il pane (elementi fondamentali di uno dei cibi locali più gustosi, il “pan con l’üga”) l’autore ci regali altro cibo per le nostre letture.

Giuseppe Ferrandino “Lidia e i Turchi” Mondadori s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 03/10/2025 – T: 04/10/2025] &   

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 101; anno: 1999]

Nell’onnivoracità delle mie letture, se capita, non tralascio di certo libri che, forse, non avrei mai avuto l’idea di leggere. Ma il lascito ereditario di zia Serenella, con i suoi circa cinquanta volumi, merita di essere integrato nella mia biblioteca. E merita di essere letto. Che tutto può, potrebbe, dovrebbe lasciare un segno.

Così, meravigliandomi della presenza di un autore che con un suo solo libro ha secondo me meritato un posto imperituro nei ricordi di chi legge (mi riferisco ovviamente al suo “Percile il nero”), ho preso in mano questo libro di Giuseppe Ferrandino, leggendone con tutta la velocità che le sue cento scarse pagine imponevano. Una lettura, dico subito, che non mi è piaciuta, non mi ha convinto, né mi dato materiali di riflessioni profonde. Forse un paio di spunti su cui torneremo.

Dispiace perché oltre al bellissimo Pericle, l’autore ha bazzicato a lungo il mondo dei fumetti, fornendo egregie sceneggiature per il mitico Lancio Story (dal 1983 al 1990), per tre episodi di Dylan Dog e due di Martin Mystère, ed altre numerose pubblicazioni. Qui, incartandosi nella scrittura, ci propone un piccolo apologo dedicato ai giovani “dai 14 anni in su”, che tuttavia ha veramente poco da essere ricordato.

La storia è scarna e per di più, di concetti datati. In un tempo imprecisato (ma che collocherei almeno nell’Ottocento) seguiamo le avventure della giovane Lidia, russa di quattordici anni. Una ragazza scapestrata e spensierata, che sta vivendo la propria gioventù senza particolari pensieri. Se non quello di fare colpo sul suo coetaneo Anton. Fatto sta che, senza un vero perché e senza una vera tensione emotiva, i due finiscono dietro un muretto dove "Anton, affannando e senza guardarla per la vergogna, le sollevò la gonna e in quattro e quattr’otto, senza che neanche se ne accorgessero, la faccenda era sbrigata".

Ma questo è solo un incidente della vita, che il motivo centrale del testo è che, poco dopo, Lidia viene rapita da Mustafà Lekani, un mercante turco di 67 anni. Lekani con i suoi commerci si può definire un “ricco mercante”, ma il tradimento di un suo segretario lo costringe a dover far fronte a debiti inaspettati. Laddove chiedendo soldi a banche ed altre strutture, il nostro si vede rispondere che per debiti a lungo termine, sarebbe bene fosse presente una prole, e magari maschile.

Poiché Lekani non aveva prodotto eredi con le sue tre mogli, ipotizza la possibilità di usare Lidia alla bisogna. Seguiamo tutto un presentarsi, parlare (senza capirsi) descrivere ad altro, alla fine dei giochi risultando che: primo, Lidia non essendo vergine già perde dei punti, secondo, Mustafà, data l’età, non sempre ha la riproduzione facile, terzo Lidia e Mustafà inscenano un balletto pieno di incomprensioni, alla fine del quale, lei fugge con una paccata di gioielli e Mustafà rimane senza donna, senza gioielli, senza eredi e senza i soldi delle banche.

Con poche ed inutili pagine vediamo Lidia attraversare in lungo ed in largo il Mediterraneo, per poi trovare, anche qui senza che si capisca bene né come né perché, la strada di casa. E finalmente di nuovo a casa, riprenderà la vita di prima, solo con molto rispetto in più per essere riuscita a sfuggire ad una sorte avversa.

Ora, tutti i personaggi non hanno un grande rilievo. Poiché sono persone di luoghi diversi e di lingue diverse, non si capisce il metro adottato da Ferrandino: quando sono in Russia i dialoghi sono compresi da tutti, quando sono in Turchia, i locali parlano la loro lingua e Lidia, essendo russa, non capisce né parla. Ma anche le lor psicologie sono di poco accenno. Mustafà potrebbe avere un suo ruolo da orco, ma è solo un povero mercante che si avvia al fallimento. Le sue mogli sono figure ad una dimensione, e non si capisce perché la terza voglia tornare a casa. Anche Anton, dopo aver approfittato di Lidia, sparisce insalutato ospite.

Se l’idea dell’autore è mostrare come l’innocenza (o la stupidità) degli adolescenti possa aver ragione delle manovre degli adulti, spesso troppo complicate per essere comprese, bene questo lo possiamo vedere. Ma è un messaggio di basso profilo e di corto respiro. Come quello che i deboli possono vincere contro i potenti se usano la loro astuzia è, nel nostro mondo ed ora, poco coinvolgente.

È di certo un libro datato di un autore che non è certo prolifico (scrive un romanzo ogni dieci anni) che a me, tuttavia, è piaciuto solo in Pericle.

Giulio Somazzi “La mia personale idea d’inferno” Accento euro 18 (in realtà, scontato a 17,10 euro)

A: 16/09/2025 – I: 16/10/2025 – T: 17/10/2025] && e ½    

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 248; anno: 2025]

Non conoscevo l’autore né la casa editrice, per cui mi sono immerso nella lettura senza preconcetti. Arrivando ad una fine in cui, pur scontando alcune pecche, ho trovato la lettura gradevole. Si sente che è un autore giovane (sui quarantacinque), ma si sente (anche troppo) la sua romanità. E di certo usa qualche piccolo trucco accattivante, ma anche scivola in qualche luogo forse troppo comune. Comunque, al solito, alla fine, inizio ricerche e documentazioni.

Quindi, per chi non lo sapesse, “Accento” è una casa editrice fondata da Alessandro Cattelan, cosa che comincia a portare qualche stortura che il signore non mi è particolarmente simpatico. Direttore editoriale è poi Matteo B. Bianchi, persona anch’essa ben addentro nel mondo editoriale, di cui lessi un racconto più di dieci anni fa e non mi fece una grande impressione. Ho poi scoperto che Somazzi è anche uno degli sceneggiatori di supporto agli spettacoli di Lundini, e questo spiega una serie di battute “lundinesche” che puntellano il testo.

Ma che alla fine mi è piaciuto il giusto, forse perché sono anch’io romano e conosco (ma non frequento) il mondo in cui si trova immerso Damiano Rodetti, il protagonista. Il cognome del narratore ci introduce in una dimensione del testo extra-testuale. Rodetti rimanda a “rodere” tipica espressione di disappunto romana, che ci illumina anche sul titolo del libro, che anch’esso rimanda ad altro: mi viene in mente “My own private Idaho”, malamente tradotto in italiano con “Belli e dannati” (e qui si potrebbe aprire una parentesi su un linguaggio che orami ha invaso i mezzi di comunicazione: il doppiaggese, ciò quella lingua semplificata e spesso piena di errori che viene utilizzata nel doppiare le produzioni straniere, al fine di non far discostare molto la bocca dell’attore dai suoni emessi).

Però qui parliamo di Somazzi e del suo libro. Diviso in tre parti, che aulicamente si vedono riflessi come momenti di passato, presente e futuro (mentre è meglio non scomodare Dante che qui, a malapena si arriva al Purgatorio). Il presente inteso come momento che Damiano vorrebbe fosse sempre la sua vita è nel primo capitolo, intitolato “Hotel” dove appunto in un hotel di lusso Damiano aspetta Isabel Huppert per intervistarla, ed intanto pensa alla notte appena trascorsa in compagnia di Lidia. La diva non arriva, per ingannare il tempo Damiano si organizza una cena lussuosa in hotel invitando una sua amica. Che, nel bel mezzo delle portate gli dà una ferale notizia: quel pomeriggio Lidia si sposa.

Vi lascio immaginare le pippe mentali che Damiano si fa, ripercorrendo poi il suo rapporto di anni con Lidia. Un rapporto intermittente, dove lui si trova sempre innamorato e imbranato e Lidia, ad un certo punto, sparisce. Per mesi, per anni e poi… pouf eccola di nuovo. Damiano, spinto dalla Huppert, decide di irrompere al matrimonio, ma mentre va riceve una seconda ferale notizia: è morta Paola, la carissima amica dei suoi genitori.

Qui comincia il secondo capitolo, “Funerale”, dove al funerale, appunto, Damiano ci sciorina tutto il suo passato, e tutto l’astio che ha sempre avuto per Paola, senza riuscire a manifestarlo o a trovare una via d’uscita. È un lungo elenco di prevaricazioni e soprusi, inscenati da Paola, maestra delle elementari di Damiano, per fare in modo da esaltare le scarse virtù di suo figlio Massimo rispetto all’intelligenza, vivace ma disordinata di Damiano. È un lungo accumulo di prove dove verrebbe voglia di prendere a schiaffi Paola prima che morisse. Ma ci si domanda come mai nessuno si è mai ribellato a quelle manipolazioni.

La terza parte fa un salto, appunto collocandosi come futuro, e svolgendosi ad una “Festa” (questo il titolo del capitolo), organizzata in una villa romana, da una delle tante donne di buona influenza nel mondo dell’arte (cinema, libri, televisioni, pittura, tutto quello che volete). Sono passati alcuni anni (almeno tre). Damiano ha scritto un libro partendo dalle sensazioni del funerale, intitolato “I figli degli stronzi”, che ha avuto un discreto successo. Ha una fidanzata con cui va alla festa, dove ci sono tutti. E soprattutto c’è Lidia con marito, tipico esempio di politicante romano, con tanti scheletri nell’armadio.

È un capitolo di una noia mortale. Ci si aspetta una resa dei conti fra tutte le persone incontrate. Ma la bolla delle sensazioni sale, sino a fare un flop, sgonfiandosi senza produrre nulla. Se non la constatazione che quel mondo andrebbe raso al suolo. Ogni personaggio ha solo aspetti negativi, e l’autore non riscatta nessuno, in un nichilismo globale.

Insomma, la scrittura è nelle mie corde, ma la trama e la resa lo rendono un prodotto facilmente criticabile e di scarso futuro. Credo tuttavia che Somazzi possa avere altre frecce al suo arco, ed è per questo che ho dato un voto di incoraggiamento.

Finisco con una nota personale. A pagina 135, parlando della sua infanzia, e dei rapporti con Paola ed il di lei figlio, Damiano ricorda che ad un certo punto lui molla gli Scout, mentre Massimo prosegue, facendo anche molti campi in quel di Vitorchiano. In effetti, si tratta della Base Scout “Brownsea” che si trova sulla Sorianese dopo la località Il Pallone. Che ben conosco in quanto sorianese ed in quanto conosco chi c’è andato (almeno me ne ha parlato anni dopo).

Per la parte dedicata alle vecchie citazioni, questa volta ci rivolgiamo a due grandi vecchi, W. Somerset Maugham e Edward M. Forster, con due classici.

Il primo lo ritroviamo in “Acque morte”:

“Era un uomo tranquillo, di conversazione gradevole, ma alieno dall’imporla; capace di divertirsi a una sua facezia senza desiderare di farne parte ad altri.” (23)

“Per lei era una soddisfazione pensarlo immerso nei suoi libri, a leggere, scrivere, prendere appunti. Lo riteneva un genio, e pensava che tutto ciò che faceva per lui gli fosse dovuto.” (136)

“Ora so qual è il guaio di quell’uomo… Aveva un sogno e si è avverato. Ciò che dà bellezza a un ideale è la sua irraggiungibilità.” (148)

“Lei è vecchio, non sa com’è.  ... Lei ha cinquant’anni.” (167)

“Non ho mai avuto simpatia per l’ascetismo. Il saggio combina i piaceri dei sensi e i piaceri dello spirito in modo da accrescere la soddisfazione che riceve da entrambi. La cosa più preziosa che ho imparato dalla vita è di non rimpiangere niente.” (142)

“Agli sciocchi e ai furfanti generalmente dispiace subire le conseguenze delle loro azioni.” (191)

“Gli uomini assennati sono tutti della stessa religione. E qual è questa religione? Gli uomini assennati non lo dicono.” (195)

“Io sono io. Non voglio sognare un sogno altrui, voglio sognare il mio.” (205)

Mentre il secondo lo rileggiamo in “Camera con vista”:

“Voi siete giovani, miei cari, e i giovani, nonostante tutta la loro intelligenza, nonostante tutti i libri che leggono, non possono avere idea di cosa voglia dire invecchiare.” (149) [lasciatecelo dire]

“È facile raccontare la vita, difficile viverla.” (151)

Accogliendo l’esortazione di Forster, cerchiamo la via difficile. Niente racconti sulle feste, su Ognissanti (e mai su Halloween), sui viaggi mancati e su quelli negati o rifiutati. Siamo a metà novembre, ributtando la palla a Vasco, accendiamo i termosifoni e non le televisioni, cercando di mantenere quell’equilibrio che ci serve come il pane con la cioccolata. Unica digressioni, se posso, invio i complimenti ai Borg Brothers per il loro spettacolo. Chi lo sa capisce, chi non lo sa capirà, sentendo forte il mio abbraccio.

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