Pur nelle disparità di resa, ho cercato di
mantenere sempre il mio giudizio e le mie analisi sul filo di quanto ho
elaborato in tutti questi anni. Anche quando momenti personali potevano portare
ammorbidimenti. Come direbbe il buon Battisti, lo scoprirete solo leggendo.
Roberto
Ampuero “L’ultimo tango di Salvator Allende” Repubblica Latinoamericana 18 euro
9,90
[A:
03/06/2020 – I: 06/08/2025 – T: 08/08/2025] - &&&
e ½
[tit.
or.: El ultimo tango de Salvador
Allende; ling. or.: spagnolo; pagine: 332; anno 2011]
Non
è il primo libro di Ampuero che leggo, anche se gli altri erano tutti
incentrati sul versante giallo, dove il protagonista era il disincantato
detective Cayetano Brulé. Ne lessi or quasi vent’anni fa, e mi lasciarono poco
sulla pelle, anche se ricordo che mi appuntai, in un angolo dei ricordi, che
forse l’autore avrebbe meritato un approfondimento. Cosa che posso finalmente
fare con questo libro che non è un giallo, ma un romanzo “puro e duro”, scritto
da questo mio coetaneo di Valparaiso che, come si intuisce dal titolo,
(ri)costruisce il golpe cileno con qualche speranza credo poco credibile, non
di cambiare il passato, ma di avere un futuro “migliorabile”.
Anche
se il Cile non è l’Argentina dei tanghi, come filo rosso della narrazione,
Ampuero ricorre al tango, alla sua forze possibilmente eversiva (si legga il
bellissimo saggio di Borges in proposito). E tra tutti i testi, Ampuero sceglie
“Cambalache”, un tango composto dal grande Enrique Santos Discépolo, per
denunciare i guasti degli anni Trenta in Argentina (quello noto nella storia
come “Decennio Infame”, di cui non parlo qui che se ne trova tanto in rete).
Ricordo solo che questo tango è una lunga note dolente sulla denuncia delle
falsità e delle ingiustizie, non a caso inizia citando il 1506, anno in cui a
Lisbona, una massa di un migliaio di cattolici sobillati dai domenicani,
massacrarono senza motivo circa cinquecento ebrei.
Ampuero,
in ogni caso, aveva vissuto in prima persona gli avvenimenti dell’11/9 (quello
del ’73, quando aveva vent’anni) e dalla parte “giusta”, per poi fuggire
all’estero, dove seguirà nel corso degli anni una parabola di vita e di
maturazione. Mai rinnegando gli ideali giovanili, ma andando avanti nella
consapevolezza che c’è tutta una file di comportamenti dittatoriali che non
sono giustificabili, né da destra né da sinistra. Una lunga riflessione che lo
porta, a sessant’anni, alla scrittura di questo testo, che, ripercorrendo la
fine di Allende, ne sottolinea pregi e difetti, in unione di difetti esterni
che non si possono negare, ma con un fondo di “pietas” che non so interpretare
completamente.
La
storia si sviluppa su due piani temporali. Quella del ’73, seguendo gli ultimi
mesi della presidenza Allende, e quella del ’08, dove invece seguiamo le
vicende, attuali e retrospettive di David Kurtz (notare il cognome conradiano).
A David, nel 2008, muore di cancro la figlia Victoria, poco più che
cinquantenne, che, come ultimo desiderio chiede che le sue ceneri ed un diario
vengano restituite ad un suo amico cileno, Héctor Aníbal. Scopriamo subito così
che, l’americano David, negli anni ’70, era in Cile con la famiglia, lui agente
della CIA sotto copertura, con la famiglia ignara. Tanto che Victoria si
iscrive ad Antropologia (la stessa facoltà che seguì Ampuero), venendo in
contatto con i giovani comunisti cileni.
Le
vicende del ’73 le seguiamo dal diario consegnato a David e che lui ci va
traducendo. Diario scritto da tal Rufino, che si scopre essere stato sodale di
Allende in gioventù. Entrambi frequentavano il calzolaio italiano Demarchi,
attivista anarchico, Rufino proletario e tale rimasto, Salvador figlio della
borghesia ed avviato alla politica “aristocratica”. Rufino che reincontra
Allende, lui presidente. Rufino che cerca di aprirgli gli occhi sulla crisi
economica del paese, generata non solo dalle ingerenze americane, ma anche da
carenze strutturali dell’economia cilena. Il tutto, appunto, sull’onda dei
tanghi che si ballano, e dei colloqui tra i due.
David,
tornando a Santiago, cerca tracce del percorso della figlia e dei suoi amici,
scontrandosi, com’è ovvio con il suo passato. Scontro che lo induce ad una
riflessione sui suoi e gli altrui comportamenti all’epoca. Non ci sorprende
quindi che scopriamo: le ingerenze nefaste della CIA nella politica cilena, i
lavori clandestini di Vittoria e dei suoi amici, la fuga di David con la
famiglia, compresa Victoria, subito a valle dell’assalto di Pinochet alla
Moneda, la successiva lotta di Hector e dei suoi amici, conclusa,
probabilmente, come molti all’epoca, o con la morte in carcere dopo torture, o
con un tuffo senza paracadute nelle acque del Pacifico.
Seguiamo
con curiosità le discussioni tra Rufino e Salvador, sul tango e sulla politica.
Seguiamo, ma noi già ne immaginiamo gli esiti, le agnizioni di David. Sappiamo
come finirà Allende. Sappiamo come potrà finire David quando la CIA si stufa
delle sue indagini retrospettive, e lo dichiara “vogelfrei” (così viene
lasciato nella scrittura, ma non si poteva scrivere “fuorilegge”?). Non sono
sempre in accordo con Ampuero, pur capendone il percorso, e soprattutto
condividendo i dubbi interni su quella politica (vogliamo dire delle
riflessioni che suscitarono queste vicende al grande Enrico Berlinguer?).
Finisco
con alcune piccole note personali. Ad un certo punto, David, per incontrare un
suo sodale della CIA, va a Bruxelles. E nelle sue parole ripercorro alcuni miei
percorsi europei. David scende all’Hotel Amigo, dietro alla Grand Place, dove
soggiornava sempre il mio capo dell’epoca. Poi con il suo amico prende un
liquore al bar del Metropole (lì invece ero io che vi scendevo) per poi andare
a mangiare in un ristorante in rue des Chapeliers (dove facevo delle
scorpacciate di cozze, birra e patate fritte). Un salto indietro di trent’anni,
mentre tutto il libro me ne ha fatto fare uno di cinquanta.
Non
è un capolavoro, come detto, a volte non sono in accordo con lo scritto, ma
sono in sintonia con il suo spirito.
“Quel
che è fatto è fatto … nella vita non c’è rewind.” (41)
“[C’è]
qualcosa di essenziale che ci separa … lei crede che il mondo possa essere
migliore e io credo, invece, … che il mondo è stato e sarà sempre una
porcheria.” (299)
Abilio
Estévez “Tuo è il regno” Repubblica Latinoamericana 20 euro 9,90
[A: 18/06/2020
– I: 28/08/2025 – T: 31/08/2025] - &&
[tit.
or.: Tuyo es el reino; ling. or.: spagnolo; pagine: 377;
anno 1977]
Il punto di svolto avviene quando, ventenne,
conosce uno dei grandi della letteratura cubana, Virgilio Piñera, di cui
diventa amico, mentre Virgilio (nomen omen) è quasi un suo mentore. Anche
Virgilio è interno alla rivoluzione, pur se, sin dall’inizio, viene osteggiato
per la sua omosessualità. Cui Abilio viene associato, che gli amici dei miei
amici sono anche loro amici. Abilio resisterà alle continue discussioni (ed
altro, che fu anche imprigionato per qualche tempo) sino al 2000, quando si
trasferisce in Spagna, ottiene la cittadinanza spagnola e da allora vive a
Palma de Majorca.
Detto quindi tutto il bene possibile di un
intellettuale, che, per quello che ho letto, mi è sembrato di posizioni
coerenti, non posso parlar troppo bene di questo libro, per il fatto
fondamentale di questa sua totale immersione nel realismo magico, che pervade
molta letteratura sudamericana, dove io non riesco ad entrare in sintonia. Ed è
un realismo magico in cui il giovane Abilio (all’epoca ventitreenne) si immerge
tenuto per mano da Virgilio. In una immersione che è una critica ed una
proposizione.
Infatti l’andamento corale del racconto si
svolge poco prima della Rivoluzione Cubana del 1959. L’ambiente è un luogo in
periferia della capitale, dai confini labili, ma che viene subito descritto con
una precisione pittorica che rimarrà nel fondo della mente per tutto il
romanzo. L’ambiente è chiamato l’Isola dai suoi abitanti, e è diviso in due
parti: l’Aldiquà (“Más Acá” nell’originale) un agglomerato di edifici in stato
precario, con portici, cortili e tutti gli abitanti che partecipano al
racconto, e l’Aldilà (“Más Allá” nell’originale) di cui si percepisce solo un
meraviglioso giardino, che molti abitanti dell’Isola vi si sono inoltrati, ma
nessuno è tornato.
Intanto, prima di conoscere i protagonisti,
conosciamo due cose, le statue in rovina dell’Aldiquà, riproduzione del
Discobolo di Milone, della Venere di Milo, del Laocoonte ed altre che non
ricordo, e dell’unica libreria dell’Isola, la Eleusis. Prendiamo allora parte,
anche solo per una volta, al gioco di Abilio. Che Eleusi, nell’Antica Grecia,
era un luogo intriso di storia, mitologia e spiritualità, legato a rituali (i
“misteri eleusini”) che promettevano la speranza di una vita migliore
nell’Aldilà. Già capite tutti gli sforzi che bisognerebbe fare per decifrare
tutto, ed allora, meglio lasciarsi trasportare…
Così che conosciamo Merengue ed il suo figlio
perduto, Chavito, la Casta Diva, Chacho, Tingo, Titina, Lucio, Fortunato Rolo,
la señorita Berta, Irene, e Marta e Mercedes e. Ognuno porterà avanti pezzi
della propria storia, così che, avanzando la narrazione conosciamo e
ricollochiamo il dandy, l’anziana dormiente, il vedovo che attende i fantasmi,
la prostituta bambina, l’uomo che piange per aver venduto l’ombra, la donna
dannata per aver baciato suo cognato, e colui che ha ucciso una vecchia.
Seguiamo a lungo le donne con le loro ossessioni di essere osservate, in
particolare Berta, con la mamma che mai si sveglia.
E vedremo il giovane Sebástian che cerca di
costruire una barca per fuggire, ed il suo incontro con il Ferito, il primo che
parlò al giovane per aprirgli l’occhio sulla realtà. Ferito trafitto dalle
frecce del Paradiso, come un pagano San Sebastiano (non a caso molto amato dai
gay). Ferito che si rivela trasposizione del Virgilio di Abilio, che quando
l’Isola cadrà, dopo il susseguirsi di piccoli incidenti apparentemente
innocenti, che poi si fanno sempre più vicini e pericolosi, riuscirà a far
salvare Sebástian, lanciandogli un ultimo monito: “scrivi, che aspetti?”. Solo
la scrittura permetterò di ricordare l’Isola ed i suoi abitanti. Solo la
scrittura ci farà ricordare il prima ed il dopo del 1959, senza nascondere
nulla. Solo la narrazione della realtà può portare linfa nuova e vitale in
qualsiasi mondo le cui ali vengano tarpate ogni giorno dalla menzogna.
È una storia piena di tante storie, con il
narratore onnisciente che ogni tanto si palesa, cercando di interagire con il
lettore, cambiando soggetto, uscendo dal testo. Un esempio? Ad un certo punto
Abilio interrompe una descrizione e scrive: “Se il lettore non ha altro da
proporre, potrebbero essere le cinque del pomeriggio”. Queste invenzioni, i
giochi, le citazioni, sono senz’altro i momenti migliori.
L’allegoria finisce, seguiamo tutti, ad uno
ad uno, con le loro storie (di cui non vi narro, che sono l’ossatura che regge
lo scheletro del libro), ma solo per adombrare la metafora: l’Isola-Cuba era
meglio nell’Aldiquà, con tutti i suoi guasti, o sarà meglio in un Aldilà
promesso che però nessuno vede o conosce?
Purtroppo, questo tipo di narrazione mi
stanca, e non riesco a tenerne sempre in mano il filo. Quindi un plauso al
giovane Abilio, alla sua scrittura, alla sua abilità narrativa, ma non sarà un
libro che rimarrà nei miei olimpi privati.
Pier
Vittorio Buffa “Il pane non può aspettare” Neri Pozza euro 20
A: 25/09/2025
– I: 01/10/2025 – T: 03/10/2025] &&&
e ½
[titolo:
originale; lingua: italiano; pagine: 277; anno: 2025]
Quindi, saltando subito nel vivo del
discorso, e del romanzo, pur con qualche punto che mi vede meno in sintonia con
la scrittura, l’ho trovato, al solito, scritto caparbiamente bene, e foriero di
piccole frecce che si insinuano nella mente fornendo materia di pensieri e
riflessioni. Dico subito che la poco sintonia è dovuta ad una visione corale
della storia che mi trova in accordo con la testa, ma che il cuore avrebbe
voluto essere meglio tratteggiata in qualche personaggio.
Vorrei subito iniziare sgombrando il campo
dall’idea che sia una prosecuzione “tout court” della casa dell’uva fragola. È
vero, ci sono personaggi che ritornano (d’altronde Cabiaglio ha sempre avuto un
numero contenuto di abitanti, sicché non ci si può che ritrovare), ma l’accento
si sposta da una dimensione soltanto familiare, ad una narrazione che avvicina
sempre più la storia con la Storia. Perché le vicende, il nucleo forte dello
scritto, si colloca tra il ’43 ed il ’45, e quindi non può certo prescindere da
quanto succedeva in tutta l’Italia, ed in special modo, nel Nord della nostra
penisola.
Cominciamo comunque dal titolo, carico di
significati, ma che poteva anche essere diverso. Mi spiego, fatto salvo che
Aristide, uno dei personaggi centrali è un fornaio (anzi, come dice l’autore in
dialetto, un prestinaio), e che quindi il pane è congruente al discorso, l’idea
ci viene da Innocenta, la madre di Aristide, che, durante un momento topico
della trama, avendo il pane caldo a lievitare, avverte appunto che il pane non
può aspettare, bisogna infornarlo e fornire da mangiare a chi serve, se no brucia
e non serve più. Cioè, fuor di metafora, anche nei momenti più difficili
qualcuno deve trovare il modo di proseguire, di andare avanti.
Ecco, questo va bene e mi convince. Tuttavia
mi avrebbe convinto anche se Buffa e gli editor di Neri Pozza avessero scelto
qualcosa tipo “La banda del fischio”. Perché sono loro, Vincenzo, Gianernesto,
Renato, Francesco, Leonardo, Aristide ed Enrico, i sette ragazzi della banda
che, con diverso incedere, attraversano la “linea d’ombra” di memoria
conradiana, per passare da una fanciullezza spensierata ad un mondo adulto.
Dove, per dirla con Paolo Conte, se si sbaglia da professionisti, bisogna
saperne accettarne le conseguenze. Una banda che vediamo nel ’38 scorrazzare
per le valli, riconoscendosi, appunto, al suono di un fischio.
Pier Vittorio riesce a tratteggiare le
vicende dei sette della banda del fischio senza perderne di vista i tratti
essenziali. Magari qualcuno sarà seguito più da vicino, ma tutti avranno i loro
spazi. Certo, i più grandi quando si entra nel vivo del racconto, l’8 settembre
del ’43, stanno facendo o hanno fatto, il militare. Gianernesto e Renato hanno
fatto la campagna di Russia, riuscendo anche a tornare. Renato rimanendo in
paese e Gianernesto continuando a fare il carabiniere. Con alterne fortune, sino
a riuscire a passare le linee nemiche, ricongiungendosi con il padre in quel di
Roma, con un episodio su cui torneremo. Poi, arrestato e deportato verso la
Germania riesce comunque a salvarsi ed a tornare in paese alla fine della
guerra.
Vincenzo imboscato per problemi fisici,
dovrà fare delle scelte essendo il Nord Italia in mano ai Repubblichini di
Salò. Riscattandosi alla fine con un gesto incoscientemente coraggioso. Scelte
che dovrà fare anche Aristide, pur dovendole fare più tardi, essendo ancora
giovane. Renato, Francesco e Aristide, per non essere fucilati, decidono di
aderire alla RSI, con un’avventura che durerà poco tempo, e che non farà in
tempo a segnarli come purtroppo avvenne a molti giovani dell’epoca. Detto che
Enrico, forse il più politico della banda, con il secondo episodio su cui si
ritorna, dopo l’8 settembre, capendo meglio di altri l’andamento della guerra,
spinto anche da altre urgenze, decide di riparare in Svizzera aiutato da un
bella (reale e sfortunata) figura di antifascista, Calogero Marrone (ora giusto
tra i giusti nelle memorie ebraiche) rimane, prima di tornare ad Aristide, di
dare uno sguardo a Leonardo.
Leonardo era nipote di tal Gianluca, morto
in una contesa nel ’21 per mano dei “rossi”, così da diventare, localmente, un
simbolo del fascismo. Pur non avendo mai avuto una gran voglia di mostrarsi,
alla fine, sotto la spinta del padre, sarà il primo a aderire ai repubblichini.
Sarà anche l’unico a farlo non costretto e con coscienza, forse anche a
partecipare a fucilazioni dei partigiani. E sarà l’unico a non tornare poi in
quel di Cabiaglio.
Ma l’elemento centrale è e sarà Aristide.
Con il padre ucciso dai fascisti nel ’30. Con la madre Innocenta che si prende
in carico il forno di famiglia, fino a che Aristide non la sostituisce al forno
e lei rimarrà in bottega alla vendita. Intorno al forno, ed al pane che va
lavorato se no si brucia, si sviluppano le parti significative del testo.
Aristide ed il forno, Aristide e l’incontro
con Dolores, la bella milanesina sfollata in Cabiaglio, Aristide che scappa sui
monti, che incontra i partigiani, che forse è troppo giovane (ma è possibile
essere troppo giovani?) per lottare con loro, Aristide che, con tutta
Cabiaglio, assiste alla battaglia di Monte San Martino (episodio storico, che
l’autore ben tratteggia dal punto di vista di chi l’ha visto ma non vi ha
partecipato), Aristide e le spie dei fascisti, in particolare Berenice, colei
che denunciandoli li costringerà alla scelta se morire od arruolarsi, Aristide
e la madre Innocenta, lei si occhio ed orecchio dei partigiani, così come tante
donne in quegli anni.
Così che posso aprire una piccola parentesi.
Che si, molto testo è dedicato alla banda. Ma molto vede protagonista le donne,
che Buffa riesce a farci incontrare senza cadere in descrizioni sterili ed
asettiche. Vediamo Innocenta, e tutta la sua volontà di resistere e la sua
rabbia verso le prevaricazioni e le delazioni, con ovvio riferimento a
Berenice. Ma vediamo anche Dolores e le piccole e grandi decisioni che
accompagnano l’adolescenza dei giovani della guerra. Vediamo le madri dei
ragazzi della banda, forse, e giustamente, più preoccupate dalla salute dei
figli, rispetto alla correttezza di una posizione politica. E vediamo, in
piccoli ma significativi cammei, le donne della casa dell’uva fragola. In
particolare Lina, sempre descritta con un occhio benevolo e ringraziante. Dove
i motivi di tutto ciò li troverete leggendo.
In meno di trecento pagine tanti sono i
piccoli episodi che fanno andare avanti un racconto anch’esso corale, come
l’autore ci ha abituato, che sono le persone, ognuna con la propria
individualità a portare avanti le redini del mondo. Riuscendo, in questa
scrittura corale, mescolando sapientemente storia e memoria ci fornisce un
nuovo romanzo di formazione. La casa dell’uva formava una famiglia. Qui, i
destini individuali incominciano a formare una nazione.
Dicevo di passaggio di due momenti di
scrittura che mi hanno portato altrove. Il primo, ad inizio libro, quando il 25
luglio si annuncia la caduta di Mussolini, ed Ernestino sale su di un carretto
per arringare la folla mi ha riportato alla mente un passo del bellissimo libro
“Il clandestino” di Mario Tobino, dove si svolge una scena analoga, anche se
ovviamente in Piemonte.
L’altra invece è un po’ più personale e
famigliare (nel senso di famiglia). Che Gianernesto partecipa dal 10 al 13
settembre alla battaglia di Porta San Paolo a Roma. Non entro nel merito della
descrizione, che è un evento fin troppo noto. Cui tuttavia partecipò gran parte
della mia famiglia, sotto la guida di mio zio, “capo della banda omonima”, come
dice il mandato d’arresto del Regime Fascista.
Tuttavia, non essendo prestinai, ma solo
attenti lettori, poniamo una fine qui alle idee che lo scritto di Pier Vittorio
ci ha fatto sorgere alla mente. Con un dovuto ringraziamento alla fine
scrittura giornalistica dell’autore, e sperando che dopo l’uva ed il pane
(elementi fondamentali di uno dei cibi locali più gustosi, il “pan con l’üga”)
l’autore ci regali altro cibo per le nostre letture.
Giuseppe
Ferrandino “Lidia e i Turchi” Mondadori s.p. (lasciato in eredità da zia
Serenella)
A: 01/10/2025
– I: 03/10/2025 – T: 04/10/2025] &
[titolo:
originale; lingua: italiano; pagine: 101; anno: 1999]
Così, meravigliandomi della presenza di un
autore che con un suo solo libro ha secondo me meritato un posto imperituro nei
ricordi di chi legge (mi riferisco ovviamente al suo “Percile il nero”), ho
preso in mano questo libro di Giuseppe Ferrandino, leggendone con tutta la
velocità che le sue cento scarse pagine imponevano. Una lettura, dico subito,
che non mi è piaciuta, non mi ha convinto, né mi dato materiali di riflessioni
profonde. Forse un paio di spunti su cui torneremo.
Dispiace perché oltre al bellissimo Pericle,
l’autore ha bazzicato a lungo il mondo dei fumetti, fornendo egregie sceneggiature
per il mitico Lancio Story (dal 1983 al 1990), per tre episodi di Dylan Dog e
due di Martin Mystère, ed altre numerose pubblicazioni. Qui, incartandosi nella
scrittura, ci propone un piccolo apologo dedicato ai giovani “dai 14 anni in
su”, che tuttavia ha veramente poco da essere ricordato.
La storia è scarna e per di più, di concetti
datati. In un tempo imprecisato (ma che collocherei almeno nell’Ottocento)
seguiamo le avventure della giovane Lidia, russa di quattordici anni. Una
ragazza scapestrata e spensierata, che sta vivendo la propria gioventù senza
particolari pensieri. Se non quello di fare colpo sul suo coetaneo Anton. Fatto
sta che, senza un vero perché e senza una vera tensione emotiva, i due
finiscono dietro un muretto dove "Anton, affannando e senza guardarla per
la vergogna, le sollevò la gonna e in quattro e quattr’otto, senza che neanche
se ne accorgessero, la faccenda era sbrigata".
Ma questo è solo un incidente della vita,
che il motivo centrale del testo è che, poco dopo, Lidia viene rapita da
Mustafà Lekani, un mercante turco di 67 anni. Lekani con i suoi commerci si può
definire un “ricco mercante”, ma il tradimento di un suo segretario lo
costringe a dover far fronte a debiti inaspettati. Laddove chiedendo soldi a
banche ed altre strutture, il nostro si vede rispondere che per debiti a lungo
termine, sarebbe bene fosse presente una prole, e magari maschile.
Poiché Lekani non aveva prodotto eredi con
le sue tre mogli, ipotizza la possibilità di usare Lidia alla bisogna. Seguiamo
tutto un presentarsi, parlare (senza capirsi) descrivere ad altro, alla fine
dei giochi risultando che: primo, Lidia non essendo vergine già perde dei
punti, secondo, Mustafà, data l’età, non sempre ha la riproduzione facile,
terzo Lidia e Mustafà inscenano un balletto pieno di incomprensioni, alla fine
del quale, lei fugge con una paccata di gioielli e Mustafà rimane senza donna,
senza gioielli, senza eredi e senza i soldi delle banche.
Con poche ed inutili pagine vediamo Lidia
attraversare in lungo ed in largo il Mediterraneo, per poi trovare, anche qui
senza che si capisca bene né come né perché, la strada di casa. E finalmente di
nuovo a casa, riprenderà la vita di prima, solo con molto rispetto in più per
essere riuscita a sfuggire ad una sorte avversa.
Ora, tutti i personaggi non hanno un grande
rilievo. Poiché sono persone di luoghi diversi e di lingue diverse, non si
capisce il metro adottato da Ferrandino: quando sono in Russia i dialoghi sono
compresi da tutti, quando sono in Turchia, i locali parlano la loro lingua e
Lidia, essendo russa, non capisce né parla. Ma anche le lor psicologie sono di
poco accenno. Mustafà potrebbe avere un suo ruolo da orco, ma è solo un povero
mercante che si avvia al fallimento. Le sue mogli sono figure ad una dimensione,
e non si capisce perché la terza voglia tornare a casa. Anche Anton, dopo aver
approfittato di Lidia, sparisce insalutato ospite.
Se l’idea dell’autore è mostrare come
l’innocenza (o la stupidità) degli adolescenti possa aver ragione delle manovre
degli adulti, spesso troppo complicate per essere comprese, bene questo lo
possiamo vedere. Ma è un messaggio di basso profilo e di corto respiro. Come
quello che i deboli possono vincere contro i potenti se usano la loro astuzia
è, nel nostro mondo ed ora, poco coinvolgente.
È di certo un libro datato di un autore che
non è certo prolifico (scrive un romanzo ogni dieci anni) che a me, tuttavia, è
piaciuto solo in Pericle.
Giulio
Somazzi “La mia personale idea d’inferno” Accento euro 18 (in realtà, scontato
a 17,10 euro)
A: 16/09/2025
– I: 16/10/2025 – T: 17/10/2025] &&
e ½
[titolo:
originale; lingua: italiano; pagine: 248; anno: 2025]
Non
conoscevo l’autore né la casa editrice, per cui mi sono immerso nella lettura
senza preconcetti. Arrivando ad una fine in cui, pur scontando alcune pecche,
ho trovato la lettura gradevole. Si sente che è un autore giovane (sui
quarantacinque), ma si sente (anche troppo) la sua romanità. E di certo usa
qualche piccolo trucco accattivante, ma anche scivola in qualche luogo forse
troppo comune. Comunque, al solito, alla fine, inizio ricerche e
documentazioni.
Quindi,
per chi non lo sapesse, “Accento” è una casa editrice fondata da Alessandro
Cattelan, cosa che comincia a portare qualche stortura che il signore non mi è
particolarmente simpatico. Direttore editoriale è poi Matteo B. Bianchi,
persona anch’essa ben addentro nel mondo editoriale, di cui lessi un racconto
più di dieci anni fa e non mi fece una grande impressione. Ho poi scoperto che
Somazzi è anche uno degli sceneggiatori di supporto agli spettacoli di Lundini,
e questo spiega una serie di battute “lundinesche” che puntellano il testo.
Ma
che alla fine mi è piaciuto il giusto, forse perché sono anch’io romano e
conosco (ma non frequento) il mondo in cui si trova immerso Damiano Rodetti, il
protagonista. Il cognome del narratore ci introduce in una dimensione del testo
extra-testuale. Rodetti rimanda a “rodere” tipica espressione di disappunto
romana, che ci illumina anche sul titolo del libro, che anch’esso rimanda ad
altro: mi viene in mente “My own private Idaho”, malamente tradotto in italiano
con “Belli e dannati” (e qui si potrebbe aprire una parentesi su un linguaggio
che orami ha invaso i mezzi di comunicazione: il doppiaggese, ciò quella lingua
semplificata e spesso piena di errori che viene utilizzata nel doppiare le
produzioni straniere, al fine di non far discostare molto la bocca dell’attore
dai suoni emessi).
Però
qui parliamo di Somazzi e del suo libro. Diviso in tre parti, che aulicamente
si vedono riflessi come momenti di passato, presente e futuro (mentre è meglio
non scomodare Dante che qui, a malapena si arriva al Purgatorio). Il presente
inteso come momento che Damiano vorrebbe fosse sempre la sua vita è nel primo
capitolo, intitolato “Hotel” dove appunto in un hotel di lusso Damiano aspetta
Isabel Huppert per intervistarla, ed intanto pensa alla notte appena trascorsa
in compagnia di Lidia. La diva non arriva, per ingannare il tempo Damiano si
organizza una cena lussuosa in hotel invitando una sua amica. Che, nel bel
mezzo delle portate gli dà una ferale notizia: quel pomeriggio Lidia si sposa.
Vi
lascio immaginare le pippe mentali che Damiano si fa, ripercorrendo poi il suo
rapporto di anni con Lidia. Un rapporto intermittente, dove lui si trova sempre
innamorato e imbranato e Lidia, ad un certo punto, sparisce. Per mesi, per anni
e poi… pouf eccola di nuovo. Damiano, spinto dalla Huppert, decide di irrompere
al matrimonio, ma mentre va riceve una seconda ferale notizia: è morta Paola,
la carissima amica dei suoi genitori.
Qui
comincia il secondo capitolo, “Funerale”, dove al funerale, appunto, Damiano ci
sciorina tutto il suo passato, e tutto l’astio che ha sempre avuto per Paola,
senza riuscire a manifestarlo o a trovare una via d’uscita. È un lungo elenco
di prevaricazioni e soprusi, inscenati da Paola, maestra delle elementari di
Damiano, per fare in modo da esaltare le scarse virtù di suo figlio Massimo
rispetto all’intelligenza, vivace ma disordinata di Damiano. È un lungo
accumulo di prove dove verrebbe voglia di prendere a schiaffi Paola prima che
morisse. Ma ci si domanda come mai nessuno si è mai ribellato a quelle
manipolazioni.
La
terza parte fa un salto, appunto collocandosi come futuro, e svolgendosi ad una
“Festa” (questo il titolo del capitolo), organizzata in una villa romana, da
una delle tante donne di buona influenza nel mondo dell’arte (cinema, libri,
televisioni, pittura, tutto quello che volete). Sono passati alcuni anni
(almeno tre). Damiano ha scritto un libro partendo dalle sensazioni del
funerale, intitolato “I figli degli stronzi”, che ha avuto un discreto
successo. Ha una fidanzata con cui va alla festa, dove ci sono tutti. E
soprattutto c’è Lidia con marito, tipico esempio di politicante romano, con
tanti scheletri nell’armadio.
È
un capitolo di una noia mortale. Ci si aspetta una resa dei conti fra tutte le
persone incontrate. Ma la bolla delle sensazioni sale, sino a fare un flop,
sgonfiandosi senza produrre nulla. Se non la constatazione che quel mondo
andrebbe raso al suolo. Ogni personaggio ha solo aspetti negativi, e l’autore
non riscatta nessuno, in un nichilismo globale.
Insomma,
la scrittura è nelle mie corde, ma la trama e la resa lo rendono un prodotto
facilmente criticabile e di scarso futuro. Credo tuttavia che Somazzi possa
avere altre frecce al suo arco, ed è per questo che ho dato un voto di
incoraggiamento.
Finisco
con una nota personale. A pagina 135, parlando della sua infanzia, e dei
rapporti con Paola ed il di lei figlio, Damiano ricorda che ad un certo punto
lui molla gli Scout, mentre Massimo prosegue, facendo anche molti campi in quel
di Vitorchiano. In effetti, si tratta della Base Scout “Brownsea” che si trova
sulla Sorianese dopo la località Il Pallone. Che ben conosco in quanto
sorianese ed in quanto conosco chi c’è andato (almeno me ne ha parlato anni
dopo).
Per
la parte dedicata alle vecchie citazioni, questa volta ci rivolgiamo a due
grandi vecchi, W. Somerset Maugham e Edward
M. Forster, con due classici.
Il primo lo ritroviamo in “Acque morte”:
“Era un uomo tranquillo, di conversazione
gradevole, ma alieno dall’imporla; capace di divertirsi a una sua facezia senza
desiderare di farne parte ad altri.” (23)
“Per lei era una soddisfazione pensarlo
immerso nei suoi libri, a leggere, scrivere, prendere appunti. Lo riteneva
un genio, e pensava che tutto ciò che faceva per lui gli fosse dovuto.”
(136)
“Ora so qual è il guaio di quell’uomo… Aveva
un sogno e si è avverato. Ciò che dà bellezza a un ideale è la sua
irraggiungibilità.” (148)
“Lei è vecchio, non sa com’è. ... Lei ha cinquant’anni.” (167)
“Non ho mai avuto simpatia per l’ascetismo.
Il saggio combina i piaceri dei sensi e i piaceri dello spirito in modo da
accrescere la soddisfazione che riceve da entrambi. La cosa più preziosa che ho
imparato dalla vita è di non rimpiangere niente.” (142)
“Agli sciocchi e ai furfanti generalmente
dispiace subire le conseguenze delle loro azioni.” (191)
“Gli uomini assennati sono tutti della
stessa religione. E qual è questa religione? Gli uomini assennati non lo
dicono.” (195)
“Io sono io. Non voglio sognare un sogno
altrui, voglio sognare il mio.” (205)
Mentre il secondo lo rileggiamo in “Camera con vista”:
“Voi
siete giovani, miei cari, e i giovani, nonostante tutta la loro intelligenza,
nonostante tutti i libri che leggono, non possono avere idea di cosa voglia
dire invecchiare.” (149) [lasciatecelo dire]
“È
facile raccontare la vita, difficile viverla.” (151)
Accogliendo l’esortazione di Forster, cerchiamo la via difficile. Niente racconti sulle feste, su Ognissanti (e mai su Halloween), sui viaggi mancati e su quelli negati o rifiutati. Siamo a metà novembre, ributtando la palla a Vasco, accendiamo i termosifoni e non le televisioni, cercando di mantenere quell’equilibrio che ci serve come il pane con la cioccolata. Unica digressioni, se posso, invio i complimenti ai Borg Brothers per il loro spettacolo. Chi lo sa capisce, chi non lo sa capirà, sentendo forte il mio abbraccio.
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