domenica 23 novembre 2025

Scrittura al femminile - 23 novembre 2025

Anche questa volta, come spesso capita nelle ultime settimane, torniamo alle scritture femminili. Due buone riuscite italiane, una di scrittura attualissima in linea con la recente tendenza a confrontarsi con le grandi saghe familiari (l’interessante Milena Palmintieri) ed una di qualche anno fa ma sempre attuale (Camilla Baresani). Le nostre si confrontano delle scritture molto diverse, ma non sempre altrettanto riuscite, sia dell’indonesiana Ayu Utami sia delle anglosassoni Nora Ephron e Nadine Gordimer. Spiace molto di quest’ultima che in questo che è uno degli ultimi suoi scritti non sono riuscito a trovare alcun coinvolgimento.

Ayu Utami “Le donne di Saman” Repubblica Voci d’Oriente 16 euro 9,90

[A: 15/07/2025 – I: 01/09/2025 – T: 02/09/2025] - &&   

[tit. or.: Saman; ling. or.: indonesiano; pagine: 205; anno 1998]

Come è facile immaginare, non è che abbia una grande visibilità della letteratura indonesiana, essendo Ayu Utami solo la seconda persona che incontro di quello spicchio di mondo (anche se guardando bene è assai strano visto che l’Indonesia sta nella top five della demografia mondiale). Incontrai tre anni fa Eka Kurniawan, interessante e promettente scrittore, che però non mi suscitò entusiasmi particolari. Ora è la volta di una scrittura al femminile, che sicuramente è stata stimolante per le modalità ed il contesto, ma che non ha preso molto il cuore e la pancia, rimanendo solo intellettualmente stimolante (e forse è un po’ poco).

Di certo, stimolante è stato andare alla ricerca di notizie su Ayu Utami, scrittrice e giornalista ormai verso la sessantina, ma che ha avuto un interessante sviluppo nel panorama locale. Da giovane, bella ed attraente, mentre studia lingue partecipa con discreto onore a concorsi di bellezza, per poi decidere che il giornalismo è il suo mestiere. Un giornalismo, tra l’altro, di opposizione al regime dittatoriale di Suharto, che negli anni Novanta chiuse una dopo l’altra tutte le testate su cui scriveva. Si prende allora una pausa, scrive questo primo libro, di grande rottura in un paese mussulmano, e lo pubblica poche settimane prima della destituzione del dittatore.

Prosegue comunque, in questi trent’anni di liberalizzazione, nel suo impegno, ora anche nelle radio locali, a favore dei diritti delle donne. Soprattutto impegnandosi, in prima persona e come promotrice, nella scrittura delle nuove leve di autori locali, tanto che ora viene considerata, lei e questo libro, come l’inizio di una tendenza letteraria denominata “Sastra Wangi” (che in indonesiano significa “letteratura profumata”) in cui giovani scrittrici affrontano temi controversi come la politica, la religione e la sessualità.

Veniamo allora a questo testo fondamentale, dove non si capisce (se non per le solite ragioni di mercato) per quale motivo al titolo originale, che parla solo di “Saman” viene aggiunto quel “le donne di”. Certo, si parla di donne, dei loro rapporti e del loro rapporto con Saman. È un accento femminile sulla vita locale, dove però è comunque Saman il punto che focalizza il testo. L’altra difficoltà di lettura è la mancanza, nel testo italiano, dell’originale suddivisione in capitoli, che avrebbe reso più intellegibile l’andamento della storia.

Una storia che salta avanti e indietro nel tempo, ballando tra il 1962 ed il 1996, di cui rimane traccia in alcune indicazioni temporali, che forse andavano pensate con una diversa indicazione. Ad esempio, si narra una storia indicando 28 maggio 1996 ore 10, poi ne parte un sottoprodotto, con l’indicazione febbraio 1993, per poi indicare in capo pagina ore 12 (e di primo acchito si fa difficoltà a ricostruire temporalmente le vicende, visto che, oltre alla forma normale, sono presenti elementi “magici” tipici della scrittura locale).

Avrete quindi capito che Ayu intreccia diverse storie, di non sempre facile interpretazione, mescolando il risveglio delle donne indonesiane con l’opposizione alle politiche del dittatore Suharto, attuate spesso da militari e bande a loro collegate, con descrizioni (reali) di distruzione di villaggi ed uccisione dei contadini, ad esempio per rubare le piantagioni di gomma, e convertirle magari in zone edificabili.

Volendo tornare al teso originale, dove ogni storia occupa un ben identificato capitolo, il nodo centrale è il rapporto tra Saman un ex-prete convertitosi alla lotta contro il regime, e quattro amiche, ex-compagne di scuola, che lo hanno incontrato e ne sono diventate amiche e sodali: Yasmin, avvocato, cattolica e sposata, Ciok, manager a Bali, Shakuntala, una ballerina dall’incerta identità sessuale, e Laila, una giornalista mussulmana.

Il primo capitolo è visto nell’ottica di Laila, che si innamora di Sihar, un uomo sposato, e che lei, vergine, aspetta a lungo, per poi, dopo 400 giorni di lontananza, invita ad un incontro in quel di New York, dove lui dovrebbe recarsi per una conferenza e lei per incontrare la sua amica Shakuntala. New York dove lei ha tutta l’intenzione di perdere la verginità.

Nel secondo facciamo la conoscenza con Saman, facendo anche un salto all’indietro agli anni Sessanta. Seguiamo Saman farsi prete, per poi entrare in contatto con la comunità locale, e con i contadini lottare contro il regime e la confisca delle terre. Ma i cattivi sono più forti, sterminano gli abitanti del villaggio, catturano Saman e lo torturano a lungo. Saranno Ciok e Yasmin a liberarlo e farlo fuggire in America. Nelle more del capitolo, Ayu introduce anche alcuni altri temi forti locali, come l’odio indonesiano verso la comunità cinese (odio poi sfruttato dal dittatore per sterminare migliaia di cinesi con il pretesto che fossero comunisti).

Il terzo capitolo è scritto nell’ottica di Shakuntala, che aiuta Laila a New York, capendo anche di esserne innamorata, con un amore che la spinge proprio ad aiutare Laila a ritrovare Sihar, fino a cercare di consolarla, quando si capisce come l’uomo sia veramente bastardo.

Nell’ultima parte è Saman direttamente che parla, della sua fuga aiutato da Yasmin, delle sue lotte in patria (c’è anche tutto un filone trasversale sull’invadenza delle compagnie americane ed altre lotte, ma sarebbe troppo lungo e confuso parlarne qui). Ma soprattutto tutta l’ultima parte è occupata dallo scambio di mail tra Saman e Yasmin, dopo che lei lo ha praticamente violentato (nel senso di aver fatto l’amore con lui non pienamente consenziente). Uno scambio molto erotico che penso abbia sconvolto la mentalità locale di trent’anni fa, dove in un crescendo di sensazioni, Saman cede (almeno su carta) alle insistenze di Yasmin.

Ripeto, i temi forti sono la lotta alla dittatura, la denuncia delle repressioni e delle torture inflitte dal regime agli oppositori, la corruzione a tutti i livelli (centrali e locali), ma soprattutto il riconoscimento dell’eros femminile, e la sua liberalizzazione. Cosa non certo facile nel paese mussulmano con più popolazione al mondo.

Purtroppo, come detto, la scrittura non rende il tutto facilmente interpretabile, e quando si fa fatica a collocare le azioni temporalmente, si perde l’entusiasmo della partecipazione alle vicende. Il tutto condito con quell’aura leggermente onirica, che avevo trovato anche nell’altro libro indonesiano, che non mi convince gran che.

Un solo piccolo appunto finale personale. La prima mail di Saman è datata 7 maggio 1994, che ovviamente ho notato per ovvie ragioni compleanniche, ma che mi ha anche ricordato che sei giorni prima, sul circuito di Imola, moriva il grande Ayrton Senna. Scherzi della memoria.

Milena Palminteri “Come l’arancio amaro” Bompiani euro 20 (in realtà, scontato a 19 euro)

[A: 01/09/2025 – I: 14/09/2025 – T: 16/09/2025] && e ½ 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 444; anno: 2024]

Romanzo d’esordio della siciliana Milena Palminteri che però vive da anni in Campania come conservatrice degli archivi notarili. Un esordio di buon livello, con alcune pecche verso il mio modo di vedere questo tipo di libri. Che è sempre riferito a quell’andar su e giù nel tempo, riportando uno dei due tempi dell’azione in corsivo. A me, questa narrazione binaria non piace, anche se mi rendo conto che possa avere una sua utilità per non “scoprire le carte”.

Il secondo punto dolente è che, con le dovute cautele, mi ricorda troppo il modo di scrivere e di presentare le storie di Isabel Allende, tanto che, in alcuni passaggi, sembra ripercorrere le strade di Pierre Menard (e tanti saluti a Borges).

Fatti questi distinguo, il punto forte di questa scrittura femminile è, fortunatamente ed ancora una volta, portare a protagoniste l’altra metà del cielo, anche qui oppressa e quasi soppressa dalla prima metà. La storia si ripartisce tra il 1924 (anno della nascita di mamma) ed il 1960 (anno privatamente doloroso). Il fulcro della narrazione è Carlotta, che, nel ’60, a fronte di una serie di notizie, e di ammissioni del caro zu’ Peppino, comincia ad interrogarsi sulla sua storia.

Che ovvio affonda le sue radici nel ’24 (anno della nascita di Carlotta) e nella presenza di due destini femminili ed una donna che agisce e crea tutto il castello di carte che stiamo leggendo.

Abbiamo allora Nardina, donna di buona famiglia, studiosa, e di buon livello, tanto che vorrebbe laurearsi (addirittura in fisica), ma per le vicende locali in quel di Sicilia (siamo sempre nella terra degli aranci) si ritrova “costretta” al ruolo di moglie. Costretta e poi imprigionata, che venne sposata solo per assicurare una prole alla casata, ma non riesce a rimanere incinta.

Di converso, abbiamo Sabedda, di povera famiglia, ma fiera e orgogliosa del proprio essere, anche lei alle prese con un futuro che vorrebbe suo, ma che non potrà esserlo, rimanendo incinta e senza mezzi per gestire una famiglia monca.

Ed ecco che interviene la terza donna, la madre di Sabedda, quella che fa le commissioni per tutto il paese di Sarraca (nome “inventato” ma che collegato ad una vicenda storica di cui si parla possiamo collegare all’odierna Sciacca). Perché Sabedda viene violentata dal barone Stefano e rimane incinta, mentre Nardina nulla. Ed ecco il colpo di genio: vendere in cambio di terre la piccola. Tutto sotto gli occhi di Peppino, che tutto sa.

Ci sono poi gli uomini, al contorno. C’è Carlo, il marito di Nardina, poco risoluto. C’è il barone Stefano lo stupratore. C’è Peppino l’avvocato. C’è Bartolo, il consenziente padre di Sabedda. E c’è don Calogero, legato alla Mafia e segretamente innamorato di Sabedda.

Comunque, il raggiro truffaldino viene fatto. Con una strana coda. In concomitanza con il parto, un dirigibile cade al largo di Sciacca. Ci sono militari e polizia fascista che controllano l’avvenimento. C’è don Calogero che deve fuggire, e prende in ostaggio Carlo per scappare in auto (che poche ce n’erano). Succede che per motivi che vi leggete l’auto sbanda, Carlo muore e Calogero fugge.

Abbiamo quindi Nardina che si ritrova sola con la figlia, Sabedda che si fa assumere come governante e diventa un punto fermo per Carlotta, Stefano che comincia a frequentare Nardina e si ritrova a trattare sua figlia come se fosse … sua figlia. Poi nel corso del tempo (ma si parla di anni) Calogero torna e convince Sabedda a fuggire con lui in America, Stefano muore ucciso non si sa da chi, muoiono tutti gli attori della vicenda, restando Peppino che invecchia e Carlotta che cresce con la rabbia addosso.

Venendo al presente del testo (il ’60), Carlotta non riesce  diventare avvocato (siamo nella Sicilia retrograda, ovvio), ma trova una carta misteriosa che apre uno spiraglio nel suo passato, a lei tuttora ignoto. E nelle more, torna a Sarraca un don Calogero invecchiato con una lettera a Carlotta di una certa … Elizabeth.

Gustatevi un buon finale che si svolgerà cinque anni dopo gli avvenimenti, con l’avvocatessa Carlotta Cangialosi a difendere con successo un’emula di Franca Viola.

Due cose per finire. Intanto l’arancio amaro è una pianta che serve a fare innesti. Lei produce frutti asprissimi, ma nell’innesto ne nascono dolci. Insomma, un inno alla vita laddove le avversità portano a frutti dolcissimi. Dalla selvatica Sabedda alla solare Carlotta.

Poi c’è la tragedia del dirigibile che, per una concatenazione di eventi, porta alla morte di Carlo ed a tutta una serie di conseguenze che avrete modo di scoprire leggendo. Ebbene, in effetti il dirigibile DR-1 Dixmude guidato dal comandante Du Plessis de Grénédan si inabissò, colpito da un fulmine, al largo di Sciacca il 21 dicembre. Peccato solo che era il 1923. Per quadratura di trama, Milena sposta la tragedia di un anno. Io mi domando, non era meglio spostare la trama di un anno, lasciando inalterato il fatto storico?

Comunque, a parte alcuni usi massivi del dialetto, ed altre piccole pecche citate, il libro è leggibile, ed alla fine ben posizionato tra le letture di riposo.

“Le aveva insegnato che la soluzione di un problema va cercata nelle ragioni della sua esistenza e non al di fuori di esso.” (163)

Nora Ephron “Il collo mi fa impazzire. Tormenti e beatitudini dell’essere donna” Feltrinelli s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 10/10/2025 – T: 11/10/2025] - &&     

[tit. or.: I feel bad about my neck and other thoughts on being a woman; ling. or.: inglese; pagine: 129; anno 2006]

Se avete amato i suoi film, non potete che leggere con un occhio di benevolenza questo affastellamento di sensazioni, diviso in brevi capitoli, dal piglio tipicamente “noriano”. Una divagazione sull’essere una donna, sottintendendo sempre (esplicitamente o meno) le domande private sul procedere dell’età. Diremmo meglio anche, sull’invecchiare in prossimità del traguardo finale che a tutti spetta.

Intanto, inizio con la mia solita campagna sui guasti delle traduzioni. La prima parte del titolo devo confermare è ben tradotta. Peccato che poi gli editor italiani abbiano voluto mettere un punto, andare a capo, inserire tormenti e beatitudini. Ma perché non lasciare una bella traduzione lineare come “Il collo mi fa impazzire e altri pensieri sull’essere donna”.

Facendo invece un po’ di storia, lessi il suo libro fondamentale (“Affari di cuore”) una decina di anni fa, quando Nora era già morta, e solo ora ho in mano, grazie all’eredità di zia Serenella (cosa che ho detto per questi primi 4 libri e che non ripeterò più per gli altri 46), questo volume che, come detto, raccoglie note sparse, pensieri e commenti ad alta voce, sempre espressi con quel filo d’ironia (come sappiamo dai suoi film).

Quindi qui abbiamo una serie di siparietti, che, pur redatti con intenti di leggerezza e comicità, non sempre raggiungono il loro scopo. Certo, Nora era anche una persona attenta alle parole, con cui sapeva giocare e quando serviva ferire. Per cui, ad esempio, i due intermezzi con i presidenti americani, laddove si cercava lievità, servono anche a togliersi qualche sassolino. Forse non quello con Bill (Clinton), dove vediamo soltanto i (gusti) prodromi di una crociata MeToo, ricordando Monica. Quanto quello con JFK, da tutti sempre osannato per le sue posizioni ed aperture, ma che Nora ci fa intravedere in tutte le (possibili) azioni dietro le quinte, magari lamentandosi (coccodrillescamente) di essere stata la sola a non subire avances dal Presidente.

Meglio senz’altro le tirate contro manie e atteggiamenti femminili, sia partendo dal titolo, e analizzando, crudelmente, quanto il collo sia un segno manifesto dell’invecchiamento. Un segno che non si può camuffare, laddove anche interventi estetici o simili, con botulini ed altre amenità, non possono nascondere l’avanzata dell’età. Un’avanzata temuta, odiata ma anche a volte attesa. Molta gente vi toglierà dal novero delle persone da “adulare” (termine eufemico che di certo comprendete), ma personalmente vi troverete a combattere con il progressivo avanzare della miopia, con conseguente ricerca (sempre infruttuosa) degli occhiali. A meno che, non siate come il sottoscritto che porta correzioni ottiche dall’età di sedici anni, e che quindi ora beneficia di un raddrizzamento del cristallino con parallelo disuso di lenti per le attività di prossimità (in special modo, la lettura).

Ci sono poi argomenti topici ricorrenti. Come la cucina, ovvio (tanto che poco dopo il libro dirigerà il bel film sulla vita di Julia Child, una paladina della cucina al femminile). Ma anche un gustoso siparietto sulle case newyorchesi in affitto, sulla casa che lei scegli ed in cui vuole abitare per anni dove alla fine dovrà rinunciare, quando gli affitti passano da 1000 a 10000 dollari al mese.

Comunque, il dato costante che Nora ribadisce è che, essendo consapevolmente regista, scrittrice, single, sposata, divorziata, di fondo è e non rinuncerà mai ad essere donna, e non smetterà mai di dirci che non si sente realizzata quando assume il ruolo di madre. Tornando quindi a riflettere sulla vanità della vita (ma quanto tempo si passa dal parrucchiere per degli inutili colpi di sole?), quando, velatamente, si pensa alla morte. Parola che si pronuncia con difficoltà e paura, anche quando si hanno “solo” 65 anni, come Nora al tempo di questa scrittura (anche se sa, ma non rivela, di avere una miodisplasia che la porterà via sei anni dopo).

Ripetendo con sua madre Phoebe, anche lei sceneggiatrice, che tutto è ispirazione, possiamo sottolineare che, alla fine di tutti i risvolti comici, quello che Nora Ephron esalta è l’imperfezione: nella moda, nel trucco, nelle case da abitare, in ogni momento della vita. E noi con lei riconosciamo la nostra profonda imperfezione, come socraticamente ribadiamo la nostra ignoranza. Non è un bel libro, né sempre riuscito, ma fornisce alcuni spunti di riflessioni (soprattutto su cos’è la vita e come la viviamo), per cui riprende qualche punticino, dopo averne persi molti sulla falsariga di una comicità che non sempre comprendo.

“All’età di cinquantacinque anni avrai un rotolo flaccido proprio sopra la vita anche se sei magra [o magro] come un chiodo.” (118)

Camilla Baresani “Il sale rosa dell’Himalaya” Bompiani s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 03/11/2025 – T: 04/11/2025] &&&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 179; anno: 2014]

Ecco un’altra scrittrice che non conoscevo né negli scritti né nella vita. Ho così scoperto Camilla Baresani una buona penna ed una donna che è stata compagna fino alla morte di Paolo Giaccio, indimenticato musicologo ed altro, che ricordo per la mitica avventura di “Mr. Fantasy” con Carlo Massarini. Inciso: la morte di Paolo avviene cinque anni dopo la scrittura del romanzo.

Ma qui si parla di Camilla, e di questo libro che inizia con ironia, prosegue sul crinale di un doppio registro, per approdare ad un finale crudo, reale e disperato. Non perché sia un noir, non perché ci siano morti, feriti o altri. Le ferite sono solo nell’animo, ma forse sono le più difficili da curare.

Devo dire, non avendo parametri di riferimento, che l’inizio mi era sembrato una sorta di parallelo alla Alice Basso: una trentenne in carriera sta organizzando una cena per invogliare un possibile cliente di una sua futura agenzia di comunicazioni a servirsi delle sue competenze. Per dare un tocco esotico alle vivande comprate da “Peck” (sì, avete capito, siamo a Milano), ci starebbe bene un tocco di sale rosa dell’Himalaya. Che è finito, che a quest’ora si trova solo alla Rinascente, che in mezz’ora si va e si viene in metro, anche se piove.

Peccato che, uscita di casa, tra cellulari che squillano, ombrelli che non si aprono, ballerine che si bagnano, la nostra Giada viene abbordata da uno straniero maleodorante, che, avendola vista in difficoltà, non trova di meglio che colpirla, e, aiutato da un suo compare, sequestrarla e portarla in una diroccata casupola di periferia. Quello che sembrava uno spaccato della Milano da bere, ora si trasforma in uno spaccato di un mondo di difficile connotazione. Dove seguiamo, bene o male, una doppia narrazione: Milano che cerca Giada e Giada che cerca di sopravvivere al sequestro.

Qui, Camilla dispiega tutte le sue arti di brava narratrice. Con la capacità di farci vedere Giada com’era e Giada come viene dipinta. Giada lavorava in una agenzia, ha una famiglia a Bergamo, un fratello che studia chimica. Giada non ha legami fissi, che ora pensava a ritagliarsi un ruolo nel mondo della comunicazione. Con tutti i mezzi, anche sottraendo clienti alla sua capa.

Ma in tutto questo, la sua scomparsa, e soprattutto la mancanza di motivi e di riscontri, consente illazioni e supposizioni, che creano una Giada inesistente. La sua capa, per cui prima Giada era il suo fiore all’occhiello, diventa astiosa per i possibili sgambetti. Il suo ex (ora solo amico) si domanda se rivedrà la montagna di euro che le ha prestato per la nuova avventura. Il cliente, che era rimasto scottato dalla possibile buca, si rivela un ben misero ciarlatano, che sì ha un’azienda ed una famiglia, ma che tutti capiscono possa essere un piccolo squalo senza denti. Anche la polizia ha i suoi dolori con Giada, che non riesce a cavare un ragno dal buco, con i giornali che cominciano ad incalzarla e stigmatizzarne la scarsa efficienza.

Quando si passa a Giada, i toni si fanno cupi. Lei è lì, in balia di Dimitru e Yon, due rumeni che non parlano italiano, che la tengono legata con un fil di ferro, che non le consentono di lavarsi o altro, sostenendola con il minimo indispensabili, e soprattutto non avendo altra attività che abusarne a turno. Vediamo Giada che all’inizio pensa in grande su quando verrà liberata e su come sfruttare la possibile popolarità. Poi pensare solo ad uscirne viva. Cosa che farà fuggendo dopo un mese di prigionia, approfittando di una distrazione dei suoi carcerieri.

Sembrerebbe tutto poter finire in bellezza, ma è qui che esce fuori l’idea forte della scrittrice: cosa succede al rapito, dopo? Soprattutto in un dopo che non ha elementi di gloria? Giada esce ferita nell’animo, e si accorge (dovrebbe almeno) che nessuno si comporta verso di lei con quegli atteggiamenti che sognava in prigionia. Tutti sembrano far leva sulle sue parti peggiori. E noi assistiamo a quello che potrebbe essere il vissuto di molti rapiti post rapimento. Mentre Giada riamane coscientemente isolata vediamo Camilla dipingere il nostro mondo attraverso alcune persone-stereotipali: il poliziotto che vuole solo mettersi in mostra durante le conferenze con la stampa laddove è pieno di giornalisti che si mettono a caccia della notizia solo quando questa si fa tautologia. Ma in fondo ci sono solo tante persone comuni che lottano senza esclusione di colpi solo per una comparsata televisiva.

La scrittrice, anche usando quel colpo di scena finale che ci aspettavamo da tempo ma che alla fine ci sorprende comunque, ci invita alla riflessione: viviamo in un mondo iperinformato che poi si rivela di un’attenzione nulla verso la vita delle persone.

Due sole chicche per chiudere in bellezza. L’azione comincia il 13 febbraio, che non solo è il compleanno di Georges Simenon, ma anche quello della mia amica Rosa. E poi, ad un certo punto Giada descrive il suo carceriere come “un relitto umano la cui faccia ricorda il crollo di una diga”. Che credo il mio caro cugino Carlo (e non solo lui) ricorderà subito come sia un verso di “Atlantide” di Francesco De Gregori.

Alla fine, quindi, si è rivelato un romanzo ben diverso da come mi sarei aspettato. Una bella scoperta di nicchia, non pienamente riuscita, ma interessante.

L’incompleto risultato finale lo trovo nella difficile interpretazione di come un sopravvissuto ad un rapimento come quello descritto, possa affrontare il resto della sua vita con la poco profondità che mostra Giada. In un certo senso, è molto più profonda la riflessione del piccolo amico di Giada alla festa di sconosciuti per la salvezza, che le ricorda come non si possa dimenticare il passato. Ma che per costruire il futuro è dalla sua metabolizzazione che dobbiamo partire.

Nadine Gordimer “Beethoven era per un sedicesimo nero” Feltrinelli s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 04/11/2025 – T: 05/11/2025] - &     

[tit. or.: Beethoven Was One-Sixteenth Black; ling. or.: inglese; pagine: 180; anno 2007]

Ho seguito in gioventù gli scritti del premio Nobel sudafricano, che hanno subito conquistato la mia stima ed i miei apprezzamenti. Devo però dire che, nella ripresa degli ultimi anni verso gli scritti dei tempi pochi anteriori alla morte di Nadine, sono rimasto un po’ deluso. Nei romanzi mi manca il coinvolgimento, i racconti sono piccole toccate, magari anche di classe, ma che non riescono a fare risuonare corde di interesse.

Non è da meno, questa raccolta, la penultima pubblicata in vita. Ci sono alcuni temi di fondo sempre presenti nella sua scrittura (il razzismo in tutte e due le direzioni, ed i rapporti d’amore tra le persone). C’è il lutto, in molte e svariate forme (e non sorprende in testi elaborati tra gli 80 e gli 85 anni). Poi ci sono gli altri, a volte quasi a riempitivo, e forse anche a mostrare culture e conoscenze, ma spesso con poco o nullo mordente.

Il più legato ai problemi sudafricani contemporanei è il primo, “Beethoven era per un sedicesimo nero” [Beethoven Was One-Sixteenth Black], dove un professore bianco cerca di capire se, il padre avendo vissuto nelle miniere di diamanti con i locali, possa avere una qualche percentuale di sangue nero. Per contrastare quel razzismo alla rovescia che ho ben visto nelle mie visite in loco. In seconda battuta c’è invece “Una donna frivola” [A Frivolous Woman] dove vediamo i pericoli che corre e fa correre una donna ebrea tedesca per scappare dalla Germania durante il nazismo. La terza variazione sul tema è “Madrelingua” [Mother Tongue] dove vediamo una giovane tedesca sposare un sudafricano, trasferirsi da lui, rimane emarginata non riuscendo a cogliere le espressioni gergali e gli accenni a momenti da lei non vissuti e ripercorsi dal marito e dalla sua cerchia di amici, uomini e donne.

Dalla parte del lutto e di alcune sue varianti abbiamo “Allesverloren”, titolo in afrikaans che vuol dire “tutto è perduto”, dove una donna per elaborare il suo lutto, cerca, trova e dialoga con un amante gay del marito morto. O come in “Un beneficiario” [A Beneficiary] dove per superare il lutto della perdita della madre, una giovane trova una lettera in cui si adombra una paternità diversa da quella che credeva e dove lei alla fine capisce che non è il DNA che determina i sentimenti. Trasversalmente, verso possibili lutti e/o sentimenti di morte, c’è “Procedure di sicurezza” [Safety Procedures], dove siamo in un aereo che potrebbe precipitare, ma siamo rassicurati da una passeggera che sono anni che cerca di uccidersi, non riuscendoci, essendo quindi sicura di salvarsi ancora.

Abbiamo qualche momento di compiacimenti culturali sia in “Sognando i morti“ [Dreaming of the Dead] dove Nadine immagina in sogno una conversazione su “politica e ideologia” con alcuni suoi amici morti (la scrittrice Susan Sontag, l’orientalista Edward Said e il giornalista Anthony Sampson) sia in “Gregor” [Gregor Revisited] dove, pensando a Kafka, seguiamo l’odissea di uno scarabeo intrappolato in un computer.

Ci sono poi due racconti che non mi hanno fatto proprio entrare in nessuna sintonia con le parole. Ne “La lunghezza della solitudine” [Tape Measure] seguiamo l’odissea di una tenia che tenta di sopravvivere in un ambiente ostile (uno stomaco umano), quasi a voler metaforicamente adombrare analoghe odissee di chi vive in un paese non suo (e per di più razzista). Mentre “Storia” [History] ci mostra un pappagallo che, chiudendo il ristorante dove vive da trent’anni, comincia a ripetere le parole apprese appunto trent’anni prima.

Infine c’è una specie di racconto triplo, che ha un titolo cumulativo, “Finali alternativi” [Alternative Endings], ed è alternato in tre racconti indicati come primo, secondo e terzo senso dove la stessa situazione (il rapporto tra uomo e donna, ed il tradimento di uno dei due) è mostrata con differenti possibili esiti: la vista (lui e lei sono esuli ungheresi, lei impara presto la lingua e fa carriera, lui resta chiuso nel suo mondo magiaro, lei vola alto, ha altri uomini e finisce per chiedere il divorzio), il suono (due musicisti, lui grande artista, lei che vive nella sua ombra e che capisce i tradimenti del marito al variare del suono del suo violoncello, in particolare quando, verso la maturità, tornerà al suono amorevole della gioventù), l’olfatto (dove è l’odore dell’uomo che rivela alla moglie, ed anzi ancor prima al loro cane, il tradimento di lui, anche se lei non farà nulla per smascherarlo).

Sono tutti temi non nuovi, solo la sensibilità della maturità della scrittrice ce ne presenta i tratti in maniera adeguata e comprensibile. Che tuttavia rimane di lettura faticosa e di poco coinvolgimento.

Nella speranza che il contraltare sia gradevole, vi presento allora alcune riflessioni al maschile. Le prime di Francesco Piccolo da “La separazione del maschio”:

“Non frequento le farmacie, per incuria e pigrizia, forse anche per una sostanziale fortuna… di solito, quando mi ammalo o soffro di un dolore fisico, aspetto che passi. Accetto il dolore e aspetto.” (28)

“Chissà come succede che due persone si scelgono.” (54)

“La sostanza di una convivenza lunga si basa sul talento di risolvere in tempi brevi ogni litigio, ogni problema…. La soluzione in tempi brevi comporta la capacità di aprire un baule e ficcarci dentro i conti che un giorno ti sembrerà di dover fare, e che confidi di non fare mai.” (130)

“Un tappo [di dentifricio] lasciato sul lavabo ogni giorno [è] … un segnale della crisi di un rapporto, dicono tutti. E forse hanno ragione. Ma c’è di più: non [è] un segnale, è un motivo … che può minare l’amore di una persona quanto sesso, comunicazione, emozione, complicità.” (133)

 “Me ne sono reso conto all’improvviso… io non ho mai lasciato nessuno. Mai. Tutte le storie che sono finite sono finite per volontà della persona con cui avevo una relazione… se qualcuno ha avuto dei buoni motivi per smettere di avere una relazione con me, la relazione è finita,  altrimenti, è continuata.” (140)

“Tutti gli amori … sono fatti di cose buone e cose cattive, di momenti belli, noiosi, sconfortanti, allegri, tristi. Sono fatti di tutto.” (188)

Le seconde invece vengono dal libro di Fabio Volo “Un posto al mondo”:

“Mi sentivo già innamorato, ma di innamorarsi sono capaci tutti, e a tutti può accadere. Amare una persona è un’altra cosa.” (39)

“Per viaggiare non ci vogliono i soldi. I soldi servono per fare le vacanze. Quando viaggi ti adatti e fai un po’ di tutto … e incontri un sacco di gente che ti aiuta.” (84)

“Ho imparato che il contrario dell’amore non è l’odio. L’odio è assenza d’amore, così come il buio è assenza di luce. L’opposto dell’amore è la paura.” (158)

“Io e lei condividiamo tutto ciò che abbiamo in comune e tutto ciò che ci va, il resto no. Se uno vuole cambiare va bene, ma nessuno dei due esercita pressioni sull’altro. Non è detto che stando sotto lo stesso tetto una famiglia si possa dichiarare unita.” (226)

“Ci amiamo ma ognuno di noi appartiene a sé stesso, per questo ci desideriamo.” (227)

Se lo avete saltato, vi invito a rileggere e pensare sulla prima frase di Fabio Volo. Non so voi miei lettori, ma per me è una riflessione importante. Come importante è concentrarsi sui prossimi giorni, sulle feste decembrine, dall’Assunta a Santa Lucia, dal Natale al Capodanno, pensando anche a quanto ci porterà il prossimo anno, pari ma non bisestile. Ed allora sentiti ma non soliti abbracci,

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