Ayu Utami “Le donne di Saman” Repubblica
Voci d’Oriente 16 euro 9,90
[A: 15/07/2025
– I: 01/09/2025 – T: 02/09/2025] - &&
[tit.
or.: Saman; ling. or.: indonesiano; pagine: 205; anno 1998]
Di certo, stimolante è stato andare alla
ricerca di notizie su Ayu Utami, scrittrice e giornalista ormai verso la
sessantina, ma che ha avuto un interessante sviluppo nel panorama locale. Da
giovane, bella ed attraente, mentre studia lingue partecipa con discreto onore
a concorsi di bellezza, per poi decidere che il giornalismo è il suo mestiere.
Un giornalismo, tra l’altro, di opposizione al regime dittatoriale di Suharto,
che negli anni Novanta chiuse una dopo l’altra tutte le testate su cui
scriveva. Si prende allora una pausa, scrive questo primo libro, di grande
rottura in un paese mussulmano, e lo pubblica poche settimane prima della
destituzione del dittatore.
Prosegue comunque, in questi trent’anni di
liberalizzazione, nel suo impegno, ora anche nelle radio locali, a favore dei
diritti delle donne. Soprattutto impegnandosi, in prima persona e come
promotrice, nella scrittura delle nuove leve di autori locali, tanto che ora
viene considerata, lei e questo libro, come l’inizio di una tendenza letteraria
denominata “Sastra Wangi” (che in indonesiano significa “letteratura
profumata”) in cui giovani scrittrici affrontano temi controversi come la
politica, la religione e la sessualità.
Veniamo allora a questo testo fondamentale,
dove non si capisce (se non per le solite ragioni di mercato) per quale motivo
al titolo originale, che parla solo di “Saman” viene aggiunto quel “le donne
di”. Certo, si parla di donne, dei loro rapporti e del loro rapporto con Saman.
È un accento femminile sulla vita locale, dove però è comunque Saman il punto
che focalizza il testo. L’altra difficoltà di lettura è la mancanza, nel testo
italiano, dell’originale suddivisione in capitoli, che avrebbe reso più intellegibile
l’andamento della storia.
Una storia che salta avanti e indietro nel
tempo, ballando tra il 1962 ed il 1996, di cui rimane traccia in alcune
indicazioni temporali, che forse andavano pensate con una diversa indicazione.
Ad esempio, si narra una storia indicando 28 maggio 1996 ore 10, poi ne parte
un sottoprodotto, con l’indicazione febbraio 1993, per poi indicare in capo
pagina ore 12 (e di primo acchito si fa difficoltà a ricostruire temporalmente
le vicende, visto che, oltre alla forma normale, sono presenti elementi
“magici” tipici della scrittura locale).
Avrete quindi capito che Ayu intreccia
diverse storie, di non sempre facile interpretazione, mescolando il risveglio
delle donne indonesiane con l’opposizione alle politiche del dittatore Suharto,
attuate spesso da militari e bande a loro collegate, con descrizioni (reali) di
distruzione di villaggi ed uccisione dei contadini, ad esempio per rubare le
piantagioni di gomma, e convertirle magari in zone edificabili.
Volendo tornare al teso originale, dove ogni
storia occupa un ben identificato capitolo, il nodo centrale è il rapporto tra
Saman un ex-prete convertitosi alla lotta contro il regime, e quattro amiche,
ex-compagne di scuola, che lo hanno incontrato e ne sono diventate amiche e
sodali: Yasmin, avvocato, cattolica e sposata, Ciok, manager a Bali,
Shakuntala, una ballerina dall’incerta identità sessuale, e Laila, una
giornalista mussulmana.
Il primo capitolo è visto nell’ottica di
Laila, che si innamora di Sihar, un uomo sposato, e che lei, vergine, aspetta a
lungo, per poi, dopo 400 giorni di lontananza, invita ad un incontro in quel di
New York, dove lui dovrebbe recarsi per una conferenza e lei per incontrare la
sua amica Shakuntala. New York dove lei ha tutta l’intenzione di perdere la
verginità.
Nel secondo facciamo la conoscenza con
Saman, facendo anche un salto all’indietro agli anni Sessanta. Seguiamo Saman
farsi prete, per poi entrare in contatto con la comunità locale, e con i
contadini lottare contro il regime e la confisca delle terre. Ma i cattivi sono
più forti, sterminano gli abitanti del villaggio, catturano Saman e lo
torturano a lungo. Saranno Ciok e Yasmin a liberarlo e farlo fuggire in
America. Nelle more del capitolo, Ayu introduce anche alcuni altri temi forti
locali, come l’odio indonesiano verso la comunità cinese (odio poi sfruttato
dal dittatore per sterminare migliaia di cinesi con il pretesto che fossero
comunisti).
Il terzo capitolo è scritto nell’ottica di
Shakuntala, che aiuta Laila a New York, capendo anche di esserne innamorata,
con un amore che la spinge proprio ad aiutare Laila a ritrovare Sihar, fino a
cercare di consolarla, quando si capisce come l’uomo sia veramente bastardo.
Nell’ultima parte è Saman direttamente che
parla, della sua fuga aiutato da Yasmin, delle sue lotte in patria (c’è anche
tutto un filone trasversale sull’invadenza delle compagnie americane ed altre
lotte, ma sarebbe troppo lungo e confuso parlarne qui). Ma soprattutto tutta
l’ultima parte è occupata dallo scambio di mail tra Saman e Yasmin, dopo che
lei lo ha praticamente violentato (nel senso di aver fatto l’amore con lui non
pienamente consenziente). Uno scambio molto erotico che penso abbia sconvolto
la mentalità locale di trent’anni fa, dove in un crescendo di sensazioni, Saman
cede (almeno su carta) alle insistenze di Yasmin.
Ripeto, i temi forti sono la lotta alla
dittatura, la denuncia delle repressioni e delle torture inflitte dal regime
agli oppositori, la corruzione a tutti i livelli (centrali e locali), ma
soprattutto il riconoscimento dell’eros femminile, e la sua liberalizzazione.
Cosa non certo facile nel paese mussulmano con più popolazione al mondo.
Purtroppo, come detto, la scrittura non
rende il tutto facilmente interpretabile, e quando si fa fatica a collocare le
azioni temporalmente, si perde l’entusiasmo della partecipazione alle vicende.
Il tutto condito con quell’aura leggermente onirica, che avevo trovato anche
nell’altro libro indonesiano, che non mi convince gran che.
Un solo piccolo appunto finale personale. La
prima mail di Saman è datata 7 maggio 1994, che ovviamente ho notato per ovvie
ragioni compleanniche, ma che mi ha anche ricordato che sei giorni prima, sul
circuito di Imola, moriva il grande Ayrton Senna. Scherzi della memoria.
Milena
Palminteri “Come l’arancio amaro” Bompiani euro 20 (in realtà, scontato a 19
euro)
[A: 01/09/2025
– I: 14/09/2025 – T: 16/09/2025] &&
e ½
[titolo:
originale; lingua: italiano; pagine: 444; anno: 2024]
Il secondo punto dolente è che, con le
dovute cautele, mi ricorda troppo il modo di scrivere e di presentare le storie
di Isabel Allende, tanto che, in alcuni passaggi, sembra ripercorrere le strade
di Pierre Menard (e tanti saluti a Borges).
Fatti questi distinguo, il punto forte di
questa scrittura femminile è, fortunatamente ed ancora una volta, portare a
protagoniste l’altra metà del cielo, anche qui oppressa e quasi soppressa dalla
prima metà. La storia si ripartisce tra il 1924 (anno della nascita di mamma)
ed il 1960 (anno privatamente doloroso). Il fulcro della narrazione è Carlotta,
che, nel ’60, a fronte di una serie di notizie, e di ammissioni del caro zu’
Peppino, comincia ad interrogarsi sulla sua storia.
Che ovvio affonda le sue radici nel ’24
(anno della nascita di Carlotta) e nella presenza di due destini femminili ed
una donna che agisce e crea tutto il castello di carte che stiamo leggendo.
Abbiamo allora Nardina, donna di buona
famiglia, studiosa, e di buon livello, tanto che vorrebbe laurearsi
(addirittura in fisica), ma per le vicende locali in quel di Sicilia (siamo
sempre nella terra degli aranci) si ritrova “costretta” al ruolo di moglie.
Costretta e poi imprigionata, che venne sposata solo per assicurare una prole
alla casata, ma non riesce a rimanere incinta.
Di converso, abbiamo Sabedda, di povera
famiglia, ma fiera e orgogliosa del proprio essere, anche lei alle prese con un
futuro che vorrebbe suo, ma che non potrà esserlo, rimanendo incinta e senza
mezzi per gestire una famiglia monca.
Ed ecco che interviene la terza donna, la
madre di Sabedda, quella che fa le commissioni per tutto il paese di Sarraca
(nome “inventato” ma che collegato ad una vicenda storica di cui si parla
possiamo collegare all’odierna Sciacca). Perché Sabedda viene violentata dal
barone Stefano e rimane incinta, mentre Nardina nulla. Ed ecco il colpo di
genio: vendere in cambio di terre la piccola. Tutto sotto gli occhi di Peppino,
che tutto sa.
Ci sono poi gli uomini, al contorno. C’è
Carlo, il marito di Nardina, poco risoluto. C’è il barone Stefano lo
stupratore. C’è Peppino l’avvocato. C’è Bartolo, il consenziente padre di
Sabedda. E c’è don Calogero, legato alla Mafia e segretamente innamorato di
Sabedda.
Comunque, il raggiro truffaldino viene
fatto. Con una strana coda. In concomitanza con il parto, un dirigibile cade al
largo di Sciacca. Ci sono militari e polizia fascista che controllano
l’avvenimento. C’è don Calogero che deve fuggire, e prende in ostaggio Carlo
per scappare in auto (che poche ce n’erano). Succede che per motivi che vi
leggete l’auto sbanda, Carlo muore e Calogero fugge.
Abbiamo quindi Nardina che si ritrova sola
con la figlia, Sabedda che si fa assumere come governante e diventa un punto
fermo per Carlotta, Stefano che comincia a frequentare Nardina e si ritrova a
trattare sua figlia come se fosse … sua figlia. Poi nel corso del tempo (ma si
parla di anni) Calogero torna e convince Sabedda a fuggire con lui in America,
Stefano muore ucciso non si sa da chi, muoiono tutti gli attori della vicenda,
restando Peppino che invecchia e Carlotta che cresce con la rabbia addosso.
Venendo al presente del testo (il ’60),
Carlotta non riesce diventare avvocato
(siamo nella Sicilia retrograda, ovvio), ma trova una carta misteriosa che apre
uno spiraglio nel suo passato, a lei tuttora ignoto. E nelle more, torna a
Sarraca un don Calogero invecchiato con una lettera a Carlotta di una certa …
Elizabeth.
Gustatevi un buon finale che si svolgerà
cinque anni dopo gli avvenimenti, con l’avvocatessa Carlotta Cangialosi a
difendere con successo un’emula di Franca Viola.
Due cose per finire. Intanto l’arancio amaro
è una pianta che serve a fare innesti. Lei produce frutti asprissimi, ma
nell’innesto ne nascono dolci. Insomma, un inno alla vita laddove le avversità
portano a frutti dolcissimi. Dalla selvatica Sabedda alla solare Carlotta.
Poi c’è la tragedia del dirigibile che, per
una concatenazione di eventi, porta alla morte di Carlo ed a tutta una serie di
conseguenze che avrete modo di scoprire leggendo. Ebbene, in effetti il
dirigibile DR-1 Dixmude guidato dal comandante Du Plessis de Grénédan si
inabissò, colpito da un fulmine, al largo di Sciacca il 21 dicembre. Peccato
solo che era il 1923. Per quadratura di trama, Milena sposta la tragedia di un
anno. Io mi domando, non era meglio spostare la trama di un anno, lasciando
inalterato il fatto storico?
Comunque, a parte alcuni usi massivi del
dialetto, ed altre piccole pecche citate, il libro è leggibile, ed alla fine
ben posizionato tra le letture di riposo.
“Le
aveva insegnato che la soluzione di un problema va cercata nelle ragioni della
sua esistenza e non al di fuori di esso.” (163)
Nora
Ephron “Il collo mi fa impazzire. Tormenti e beatitudini dell’essere donna”
Feltrinelli s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)
[A: 01/10/2025 – I: 10/10/2025 – T: 11/10/2025]
- &&
[tit. or.: I feel bad about my neck and other thoughts on being a woman; ling. or.: inglese; pagine: 129; anno 2006]
Se
avete amato i suoi film, non potete che leggere con un occhio di benevolenza
questo affastellamento di sensazioni, diviso in brevi capitoli, dal piglio
tipicamente “noriano”. Una divagazione sull’essere una donna, sottintendendo
sempre (esplicitamente o meno) le domande private sul procedere dell’età.
Diremmo meglio anche, sull’invecchiare in prossimità del traguardo finale che a
tutti spetta.
Intanto,
inizio con la mia solita campagna sui guasti delle traduzioni. La prima parte
del titolo devo confermare è ben tradotta. Peccato che poi gli editor italiani
abbiano voluto mettere un punto, andare a capo, inserire tormenti e
beatitudini. Ma perché non lasciare una bella traduzione lineare come “Il collo
mi fa impazzire e altri pensieri sull’essere donna”.
Facendo
invece un po’ di storia, lessi il suo libro fondamentale (“Affari di cuore”)
una decina di anni fa, quando Nora era già morta, e solo ora ho in mano, grazie
all’eredità di zia Serenella (cosa che ho detto per questi primi 4 libri e che
non ripeterò più per gli altri 46), questo volume che, come detto, raccoglie
note sparse, pensieri e commenti ad alta voce, sempre espressi con quel filo
d’ironia (come sappiamo dai suoi film).
Quindi
qui abbiamo una serie di siparietti, che, pur redatti con intenti di leggerezza
e comicità, non sempre raggiungono il loro scopo. Certo, Nora era anche una
persona attenta alle parole, con cui sapeva giocare e quando serviva ferire.
Per cui, ad esempio, i due intermezzi con i presidenti americani, laddove si
cercava lievità, servono anche a togliersi qualche sassolino. Forse non quello
con Bill (Clinton), dove vediamo soltanto i (gusti) prodromi di una crociata
MeToo, ricordando Monica. Quanto quello con JFK, da tutti sempre osannato per
le sue posizioni ed aperture, ma che Nora ci fa intravedere in tutte le
(possibili) azioni dietro le quinte, magari lamentandosi (coccodrillescamente)
di essere stata la sola a non subire avances dal Presidente.
Meglio
senz’altro le tirate contro manie e atteggiamenti femminili, sia partendo dal
titolo, e analizzando, crudelmente, quanto il collo sia un segno manifesto
dell’invecchiamento. Un segno che non si può camuffare, laddove anche
interventi estetici o simili, con botulini ed altre amenità, non possono
nascondere l’avanzata dell’età. Un’avanzata temuta, odiata ma anche a volte
attesa. Molta gente vi toglierà dal novero delle persone da “adulare” (termine
eufemico che di certo comprendete), ma personalmente vi troverete a combattere
con il progressivo avanzare della miopia, con conseguente ricerca (sempre
infruttuosa) degli occhiali. A meno che, non siate come il sottoscritto che
porta correzioni ottiche dall’età di sedici anni, e che quindi ora beneficia di
un raddrizzamento del cristallino con parallelo disuso di lenti per le attività
di prossimità (in special modo, la lettura).
Ci
sono poi argomenti topici ricorrenti. Come la cucina, ovvio (tanto che poco
dopo il libro dirigerà il bel film sulla vita di Julia Child, una paladina
della cucina al femminile). Ma anche un gustoso siparietto sulle case
newyorchesi in affitto, sulla casa che lei scegli ed in cui vuole abitare per
anni dove alla fine dovrà rinunciare, quando gli affitti passano da 1000 a
10000 dollari al mese.
Comunque,
il dato costante che Nora ribadisce è che, essendo consapevolmente regista,
scrittrice, single, sposata, divorziata, di fondo è e non rinuncerà mai ad
essere donna, e non smetterà mai di dirci che non si sente realizzata quando
assume il ruolo di madre. Tornando quindi a riflettere sulla vanità della vita
(ma quanto tempo si passa dal parrucchiere per degli inutili colpi di sole?),
quando, velatamente, si pensa alla morte. Parola che si pronuncia con
difficoltà e paura, anche quando si hanno “solo” 65 anni, come Nora al tempo di
questa scrittura (anche se sa, ma non rivela, di avere una miodisplasia che la
porterà via sei anni dopo).
Ripetendo
con sua madre Phoebe, anche lei sceneggiatrice, che tutto è ispirazione,
possiamo sottolineare che, alla fine di tutti i risvolti comici, quello che
Nora Ephron esalta è l’imperfezione: nella moda, nel trucco, nelle case da
abitare, in ogni momento della vita. E noi con lei riconosciamo la nostra
profonda imperfezione, come socraticamente ribadiamo la nostra ignoranza. Non è
un bel libro, né sempre riuscito, ma fornisce alcuni spunti di riflessioni
(soprattutto su cos’è la vita e come la viviamo), per cui riprende qualche
punticino, dopo averne persi molti sulla falsariga di una comicità che non
sempre comprendo.
“All’età
di cinquantacinque anni avrai un rotolo flaccido proprio sopra la vita anche se
sei magra [o magro] come un chiodo.” (118)
Camilla
Baresani “Il sale rosa dell’Himalaya” Bompiani s.p. (lasciato in eredità da zia
Serenella)
A: 01/10/2025
– I: 03/11/2025 – T: 04/11/2025] &&&
[titolo:
originale; lingua: italiano; pagine: 179; anno: 2014]
Ma qui si parla di Camilla, e di questo
libro che inizia con ironia, prosegue sul crinale di un doppio registro, per
approdare ad un finale crudo, reale e disperato. Non perché sia un noir, non
perché ci siano morti, feriti o altri. Le ferite sono solo nell’animo, ma forse
sono le più difficili da curare.
Devo dire, non avendo parametri di
riferimento, che l’inizio mi era sembrato una sorta di parallelo alla Alice
Basso: una trentenne in carriera sta organizzando una cena per invogliare un
possibile cliente di una sua futura agenzia di comunicazioni a servirsi delle
sue competenze. Per dare un tocco esotico alle vivande comprate da “Peck” (sì,
avete capito, siamo a Milano), ci starebbe bene un tocco di sale rosa
dell’Himalaya. Che è finito, che a quest’ora si trova solo alla Rinascente, che
in mezz’ora si va e si viene in metro, anche se piove.
Peccato che, uscita di casa, tra cellulari
che squillano, ombrelli che non si aprono, ballerine che si bagnano, la nostra
Giada viene abbordata da uno straniero maleodorante, che, avendola vista in
difficoltà, non trova di meglio che colpirla, e, aiutato da un suo compare,
sequestrarla e portarla in una diroccata casupola di periferia. Quello che
sembrava uno spaccato della Milano da bere, ora si trasforma in uno spaccato di
un mondo di difficile connotazione. Dove seguiamo, bene o male, una doppia narrazione:
Milano che cerca Giada e Giada che cerca di sopravvivere al sequestro.
Qui, Camilla dispiega tutte le sue arti di
brava narratrice. Con la capacità di farci vedere Giada com’era e Giada come
viene dipinta. Giada lavorava in una agenzia, ha una famiglia a Bergamo, un
fratello che studia chimica. Giada non ha legami fissi, che ora pensava a
ritagliarsi un ruolo nel mondo della comunicazione. Con tutti i mezzi, anche
sottraendo clienti alla sua capa.
Ma in tutto questo, la sua scomparsa, e
soprattutto la mancanza di motivi e di riscontri, consente illazioni e
supposizioni, che creano una Giada inesistente. La sua capa, per cui prima
Giada era il suo fiore all’occhiello, diventa astiosa per i possibili
sgambetti. Il suo ex (ora solo amico) si domanda se rivedrà la montagna di euro
che le ha prestato per la nuova avventura. Il cliente, che era rimasto scottato
dalla possibile buca, si rivela un ben misero ciarlatano, che sì ha un’azienda
ed una famiglia, ma che tutti capiscono possa essere un piccolo squalo senza
denti. Anche la polizia ha i suoi dolori con Giada, che non riesce a cavare un
ragno dal buco, con i giornali che cominciano ad incalzarla e stigmatizzarne la
scarsa efficienza.
Quando si passa a Giada, i toni si fanno
cupi. Lei è lì, in balia di Dimitru e Yon, due rumeni che non parlano italiano,
che la tengono legata con un fil di ferro, che non le consentono di lavarsi o
altro, sostenendola con il minimo indispensabili, e soprattutto non avendo
altra attività che abusarne a turno. Vediamo Giada che all’inizio pensa in
grande su quando verrà liberata e su come sfruttare la possibile popolarità.
Poi pensare solo ad uscirne viva. Cosa che farà fuggendo dopo un mese di
prigionia, approfittando di una distrazione dei suoi carcerieri.
Sembrerebbe tutto poter finire in bellezza,
ma è qui che esce fuori l’idea forte della scrittrice: cosa succede al rapito,
dopo? Soprattutto in un dopo che non ha elementi di gloria? Giada esce ferita
nell’animo, e si accorge (dovrebbe almeno) che nessuno si comporta verso di lei
con quegli atteggiamenti che sognava in prigionia. Tutti sembrano far leva
sulle sue parti peggiori. E noi assistiamo a quello che potrebbe essere il
vissuto di molti rapiti post rapimento. Mentre Giada riamane coscientemente isolata
vediamo Camilla dipingere il nostro mondo attraverso alcune
persone-stereotipali: il poliziotto che vuole solo mettersi in mostra durante
le conferenze con la stampa laddove è pieno di giornalisti che si mettono a
caccia della notizia solo quando questa si fa tautologia. Ma in fondo ci sono
solo tante persone comuni che lottano senza esclusione di colpi solo per una
comparsata televisiva.
La scrittrice, anche usando quel colpo di
scena finale che ci aspettavamo da tempo ma che alla fine ci sorprende
comunque, ci invita alla riflessione: viviamo in un mondo iperinformato che poi
si rivela di un’attenzione nulla verso la vita delle persone.
Due sole chicche per chiudere in bellezza.
L’azione comincia il 13 febbraio, che non solo è il compleanno di Georges
Simenon, ma anche quello della mia amica Rosa. E poi, ad un certo punto Giada
descrive il suo carceriere come “un relitto umano la cui faccia ricorda il
crollo di una diga”. Che credo il mio caro cugino Carlo (e non solo lui)
ricorderà subito come sia un verso di “Atlantide” di Francesco De Gregori.
Alla fine, quindi, si è rivelato un romanzo
ben diverso da come mi sarei aspettato. Una bella scoperta di nicchia, non
pienamente riuscita, ma interessante.
L’incompleto risultato finale lo trovo nella
difficile interpretazione di come un sopravvissuto ad un rapimento come quello
descritto, possa affrontare il resto della sua vita con la poco profondità che
mostra Giada. In un certo senso, è molto più profonda la riflessione del
piccolo amico di Giada alla festa di sconosciuti per la salvezza, che le
ricorda come non si possa dimenticare il passato. Ma che per costruire il
futuro è dalla sua metabolizzazione che dobbiamo partire.
Nadine
Gordimer “Beethoven era per un sedicesimo nero” Feltrinelli s.p. (lasciato in
eredità da zia Serenella)
[A: 01/10/2025 – I: 04/11/2025 – T: 05/11/2025]
- &
[tit. or.: Beethoven Was One-Sixteenth Black; ling. or.: inglese; pagine: 180; anno 2007]
Ho
seguito in gioventù gli scritti del premio Nobel sudafricano, che hanno subito
conquistato la mia stima ed i miei apprezzamenti. Devo però dire che, nella
ripresa degli ultimi anni verso gli scritti dei tempi pochi anteriori alla
morte di Nadine, sono rimasto un po’ deluso. Nei romanzi mi manca il
coinvolgimento, i racconti sono piccole toccate, magari anche di classe, ma che
non riescono a fare risuonare corde di interesse.
Non
è da meno, questa raccolta, la penultima pubblicata in vita. Ci sono alcuni
temi di fondo sempre presenti nella sua scrittura (il razzismo in tutte e due
le direzioni, ed i rapporti d’amore tra le persone). C’è il lutto, in molte e
svariate forme (e non sorprende in testi elaborati tra gli 80 e gli 85 anni).
Poi ci sono gli altri, a volte quasi a riempitivo, e forse anche a mostrare
culture e conoscenze, ma spesso con poco o nullo mordente.
Il più legato ai problemi sudafricani
contemporanei è il primo, “Beethoven era per un sedicesimo nero” [Beethoven
Was One-Sixteenth Black], dove un professore bianco cerca di capire se, il
padre avendo vissuto nelle miniere di diamanti con i locali, possa avere una
qualche percentuale di sangue nero. Per contrastare quel razzismo alla rovescia
che ho ben visto nelle mie visite in loco. In seconda battuta c’è invece “Una
donna frivola” [A Frivolous Woman] dove vediamo i pericoli che corre
e fa correre una donna ebrea tedesca per scappare dalla Germania durante il
nazismo. La terza variazione sul tema è “Madrelingua” [Mother Tongue]
dove vediamo una giovane tedesca sposare un sudafricano, trasferirsi da lui,
rimane emarginata non riuscendo a cogliere le espressioni gergali e gli accenni
a momenti da lei non vissuti e ripercorsi dal marito e dalla sua cerchia di
amici, uomini e donne.
Dalla
parte del lutto e di alcune sue varianti abbiamo “Allesverloren”, titolo
in afrikaans che vuol dire “tutto è perduto”, dove una donna per elaborare il
suo lutto, cerca, trova e dialoga con un amante gay del marito morto. O come in
“Un beneficiario” [A Beneficiary] dove per superare il lutto
della perdita della madre, una giovane trova una lettera in cui si adombra una
paternità diversa da quella che credeva e dove lei alla fine capisce che non è
il DNA che determina i sentimenti. Trasversalmente, verso possibili lutti e/o
sentimenti di morte, c’è “Procedure di sicurezza” [Safety Procedures],
dove siamo in un aereo che potrebbe precipitare, ma siamo rassicurati da una
passeggera che sono anni che cerca di uccidersi, non riuscendoci, essendo quindi
sicura di salvarsi ancora.
Abbiamo
qualche momento di compiacimenti culturali sia in “Sognando i morti“ [Dreaming
of the Dead] dove Nadine immagina in sogno una conversazione su “politica e
ideologia” con alcuni suoi amici morti (la scrittrice Susan Sontag,
l’orientalista Edward Said e il giornalista Anthony Sampson) sia in “Gregor”
[Gregor Revisited] dove, pensando a Kafka, seguiamo l’odissea di uno
scarabeo intrappolato in un computer.
Ci sono poi due racconti che non mi
hanno fatto proprio entrare in nessuna sintonia con le parole. Ne “La
lunghezza della solitudine” [Tape Measure] seguiamo l’odissea di una
tenia che tenta di sopravvivere in un ambiente ostile (uno stomaco umano),
quasi a voler metaforicamente adombrare analoghe odissee di chi vive in un
paese non suo (e per di più razzista). Mentre “Storia” [History]
ci mostra un pappagallo che, chiudendo il ristorante dove vive da trent’anni,
comincia a ripetere le parole apprese appunto trent’anni prima.
Infine c’è una specie di racconto
triplo, che ha un titolo cumulativo, “Finali alternativi” [Alternative
Endings], ed è alternato in tre racconti indicati come primo, secondo e
terzo senso dove la stessa situazione (il rapporto tra uomo e donna, ed il
tradimento di uno dei due) è mostrata con differenti possibili esiti: la vista
(lui e lei sono esuli ungheresi, lei impara presto la lingua e fa carriera, lui
resta chiuso nel suo mondo magiaro, lei vola alto, ha altri uomini e finisce
per chiedere il divorzio), il suono (due musicisti, lui grande artista, lei che
vive nella sua ombra e che capisce i tradimenti del marito al variare del suono
del suo violoncello, in particolare quando, verso la maturità, tornerà al suono
amorevole della gioventù), l’olfatto (dove è l’odore
dell’uomo che rivela alla moglie, ed anzi ancor prima al loro cane, il
tradimento di lui, anche se lei non farà nulla per smascherarlo).
Sono tutti temi non nuovi, solo la
sensibilità della maturità della scrittrice ce ne presenta i tratti in maniera
adeguata e comprensibile. Che tuttavia rimane di lettura faticosa e di poco
coinvolgimento.
Nella speranza che il contraltare sia
gradevole, vi presento allora alcune riflessioni al maschile. Le prime di Francesco Piccolo da
“La separazione del maschio”:
“Non
frequento le farmacie, per incuria e pigrizia, forse anche per una sostanziale
fortuna… di solito, quando mi ammalo o soffro di un dolore fisico, aspetto che
passi. Accetto il dolore e aspetto.” (28)
“Chissà
come succede che due persone si scelgono.” (54)
“La
sostanza di una convivenza lunga si basa sul talento di risolvere in tempi
brevi ogni litigio, ogni problema…. La soluzione in tempi brevi comporta la
capacità di aprire un baule e ficcarci dentro i conti che un giorno ti sembrerà
di dover fare, e che confidi di non fare mai.” (130)
“Un
tappo [di dentifricio] lasciato sul lavabo ogni giorno [è] … un segnale della
crisi di un rapporto, dicono tutti. E forse hanno ragione. Ma c’è di più: non
[è] un segnale, è un motivo … che può minare l’amore di una persona quanto
sesso, comunicazione, emozione, complicità.” (133)
“Me ne sono reso conto all’improvviso… io non
ho mai lasciato nessuno. Mai. Tutte le storie che sono finite sono finite per
volontà della persona con cui avevo una relazione… se qualcuno ha avuto dei
buoni motivi per smettere di avere una relazione con me, la relazione è finita,
altrimenti, è continuata.” (140)
“Tutti
gli amori … sono fatti di cose buone e cose cattive, di momenti belli, noiosi,
sconfortanti, allegri, tristi. Sono fatti di tutto.” (188)
Le
seconde invece vengono dal libro di Fabio
Volo “Un posto al mondo”:
“Mi
sentivo già innamorato, ma di innamorarsi sono capaci tutti, e a tutti può
accadere. Amare una persona è un’altra cosa.” (39)
“Per
viaggiare non ci vogliono i soldi. I soldi servono per fare le vacanze. Quando
viaggi ti adatti e fai un po’ di tutto … e incontri un sacco di gente che ti
aiuta.” (84)
“Ho
imparato che il contrario dell’amore non è l’odio. L’odio è assenza d’amore,
così come il buio è assenza di luce. L’opposto dell’amore è la paura.” (158)
“Io
e lei condividiamo tutto ciò che abbiamo in comune e tutto ciò che ci va, il
resto no. Se uno vuole cambiare va bene, ma nessuno dei due esercita pressioni
sull’altro. Non è detto che stando sotto lo stesso tetto una famiglia si possa
dichiarare unita.” (226)
“Ci
amiamo ma ognuno di noi appartiene a sé stesso, per questo ci desideriamo.”
(227)
Se lo avete saltato, vi invito a rileggere e pensare sulla prima frase di Fabio Volo. Non so voi miei lettori, ma per me è una riflessione importante. Come importante è concentrarsi sui prossimi giorni, sulle feste decembrine, dall’Assunta a Santa Lucia, dal Natale al Capodanno, pensando anche a quanto ci porterà il prossimo anno, pari ma non bisestile. Ed allora sentiti ma non soliti abbracci,
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