Mentre
si staccano e di molto i due giapponesi. Una prova interessante anche se non
completamente riuscita quella di Tsuhara Yasumi (dove c’è un buon tentativo di
raccordare diversi racconti in un romanzo unico), mentre mi ha coinvolto nella
non facile scrittura il difficile, anche nei temi, libro di Shūsaku Endō,
complementato dall’interessante film di Martin Scorsese.
Fabrice Caro “Journal d’un scénario” Gallimard
s.p. (regalo di Alessandra)
[A: 21/09/2025 – I: 01/11/2025 – T: 02/11/2025]
- & e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: francese; pagine: 195; anno 2023]
Conoscevo la fama di Caro come autore di
fumetti (dove si firma Fabcaro, e dove lo aspetto al varco visto che ho appena
ordinato gli ultimi due episodi di Asterix da lui sceneggiati), ma non sapevo
che fosse (anche) un buon autore di romanzi. Di quelli magari un po’ di nicchia,
sempre a metà strada tra l’ironico ed il tragico. Una cosa che a me rimanda
sempre le saghe di Tonino Benacquista. Così nella vacanza marsigliese ho
approfittato di una bella libreria e di una bella offerta per farmi regalare un
libro al fine di conoscere l’autore.
Visto allora che parliamo di romanzi, su
questo rimaniamo e sul fatto che, in generale, il libro mi è sembrato
irrisolto. Sempre sul punto di aprirsi, di fiorire in una storia coinvolgente,
rimane invece sul limitar del bosco, con due narrazioni parallele e, purtroppo,
scontate. Quello che risolleva un andamento del testo poco attraente è il
continuo appoggiarsi alla cinematografia, anche se molto sul lato francese, ma
con alcuni rimandi cinefili degni dei miei cugini.
Questo diario di una sceneggiatura è quello
che promette il titolo. Boris è uno sceneggiatore che pensa di poter sfondare
con un testo d’autore (come crede di essere) quando un produttore accoglie
favorevolmente il suo “Silent Servitudes” (“Servitù silenziose”, usando il
primo termine italiano quasi a sinonimo di dipendenza, e permeando il testo di
quei silenzi di incomunicabilità alla Antonioni che fanno tanto testo
d’autore).
Da qui c’è tutta la parabola tra quanto crede
Boris e quanto il produttore vuole, gli fa fare, gli costringe a fare. Boris
parte in quarta, visto che il testo è incentrato sul rapporto tra due persone e
sulla disamina del loro amore, ecco che vede subito come protagonisti Louis
Garrel e Mélanie Thierry (certo, se si conosce il cinema francese è meglio, ma
il primo è l’attuale marito di Laetitia Casta, la seconda un attrice di culto e
di nicchia). Vagheggiando anche di avere come regista Christophe Honoré (altro
regista culto, se non altro ricordato per il film “Les Bien-Aimés”). Inoltre,
mentre completa il testo, si incontra con Aurélie, una cinefila appassionata,
con la quale per lunghi tratti si incontra, fino a divenirne amante, laddove
lei continua a ipotizzare scene e testi di grande impatto.
Ma la realtà è ben diversa, e colpisce a poco
a poco tutte le fondamenta di Boris. La produzione prima gli impone Kad Merad
al posto di Louis. Un attore comico al posto di uno di culto. Un attore di
venti anni più vecchio e noto per il film “Giù al Nord”. Ecco che Boris
comincia a riscrivere i dialoghi, prima di ricevere il secondo colpo. Niente
donne, ma al posto di Mélanie un altro comico, Christian Clavier (noto per
parti non certo “alte”, visto il suo gran successo nel film “I visitatori” dove
interpreta la parte di “Jean Cojon”).
Da film d’amore a film d’amicizia, ma non
basta. Il colpo finale è cambiare il titolo in “De l’eau dans le gaz” (che
letteralmente sta per “acqua nel gas”, ma che allude al nuovo ruolo dei comici,
divenuti degli extraterrestri che producono mirabilie quando emettono peti…).
Ovvio allora che quando Aurélie scopre la
trasformazione del film in un “flop da cassetta”, senza che Boris abbia fatto
nulla per opporsi, farà le sue scelte.
Noi ci aspettiamo per tutto il libro che
Boris faccia e non solo pensi, rimugini e nasconda la testa come uno struzzo.
Inciso: durante una cena di lavoro vorrebbe del salmone, ma il produttore
prende il rognone e lui … si adegua.
Ovvio anche che il diario alla fine sia il
diario di una sconfitta, mentre noi aspettiamo le ultime pagine non diaristiche
per capire cosa succederà non tanto ad Aurélie o al film, ma proprio a Boris.
Un dilemma che vi lascio bellamente scoprire.
Ora, momenti di forte tensione cinefile ci
sono e sono anche gradevoli, come quando Boris fa una ardito paragone tra la
coppia da lui pensata per il film e la recitazione di Romy Schneider e Alain
Delon nel dramma "La Piscina" di Jacques Deray uscito nel 1969.
Oppure nei ricordi di “Rusty James” di Coppola, ed altre puntate verso i film
d’autore. Per poi arrivare alle citazioni dei film di cassetta, esempi preclari
dell’abisso cui sta sprofondando Boris. Come la lunga citazione del film “La
soupe aux choux”, un pastiche comico-fantascientifico con Louis de Funès.
Certo, le due frecce che Caro lancia
sarebbero anche d’interesse: perché fare distinzione tra dramma e commedia? Se
un film è degno, non va categorizzato. E poi, fino a dove si possono (o si
devono) accettare compromessi in nome dell’arte? Meglio fare un solo film e
sparire nell’oblio (citazione di Jean Eustache se lo conoscete) o aspettare la
nuova occasione tirando la cinghia?
Insomma, un romanzo pieno di possibilità di
riuscita, la maggior parte, però, disattese.
“On n’est jamais tout à fait mort tant qu’il
subsiste une personne qui pense à vous.” (69) [Non sei mai completamente morto finché c’è qualcuno che pensa a te]
“Un artisan est quelqu’un qui fait ce qu’il sait
faire, un artiste est quelqu’un qui fait ce qu’il ne sait pas faire.” (116) [Un artigiano è qualcuno che fa ciò che
sa fare; un artista è qualcuno che fa ciò che non sa fare]
Mauro Covacich “La sposa” Mondolibri s.p.
(lasciato in eredità da zia Serenella)
A: 01/10/2025 – I: 13/11/2025 – T:
15/11/2025] &&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 185; anno:
2014]
Quest’esercizio
letterario, che in fondo non mi è piaciuto gran che, anche se, tra i
diciassette racconti che lo compongono, qualcuno mi ha sinceramente colpito, ha
comunque un grande pregio (come alcuni testi di Alice Munro). I racconti sono
spesso legati alla realtà (pur cogliendola ed interpretandola ad uso e consumo
dell’autore) e, cosa ancor più intrigante, vediamo che personaggi entrano ed
escono dalla trama. In uno sono protagonisti, in uno sono comparse, in uno sono
solo citati. Con la capacità di mostrare tutto ciò per quello che è.
È
la vita, baby. E come la vita, sembra cancellare il passato, oscurare la
possibilità di un futuro, e ricordarci che siamo qui, in quest’attimo presente,
che è la nostra vita. Qui e ora, ricorda la mia mentore Maria Luisa.
Così percorriamo i racconti con due fili
guida. La nostra memoria dei tempi presenti e le indicazioni di Covacich, che,
per darci altre chiavi di lettura, ci indica alcune connessioni per lui
importanti. Abbiamo allora tre testi molto legati alla realtà del presente
dello scrittore, ed agganciati alla nostra. Ne “La sposa” c’è un’ipotesi
sulle ultime ore di vita di Giuseppina Pasqualino di Marineo chiamata Pippa
Bacca, performer stuprata e uccisa dopo un autostop in Turchia. In “Ogni
giorno che va via è un quadro che appendo” si ricorda lo sfortunato e
dimenticato Alessandro Bono, in uno dei più intensi testi, soggettivamente, e
su cui ritorneremo. In “Atti impuri” c’è una super finzione su alcuni
che potevano essere stati pensieri giovanili di Karol di Cracovia.
Un buon lotto di testi (cinque) è poi
dedicato ai figli, alla decisione di non averli, al rapporto che si può avere
con loro. Ci sono due testi teneri, ”Sterilità” e “Doppia panna”,
dedicati al rapporto del narratore con il nipote: per insegnargli il frisbee e
per fargli scoprire le meraviglie di Roma, compreso il gelato con doppia panna.
Ma sono anche un pretesto per parla della decisione di non avere figli, ai
motivi, ed all’egoismo sotteso. E tanto per sottolineare la non linearità di
quelle scelte, ecco “La ruota degli esposti” inventata dal dottor
Polillo per permettere alle madri di lasciare i figli senza abortire, ed ecco “Cattive
madri”, con le pagine dedicate al sentimento soggettivo seguendo il delitto
di Cogne.
Covacich fa entrare anche “Safari” in
questo lotto, anche se, per me, è una categoria a sé. Più che un revival
nazista (o russo) di appropiarsi di infanti appena nati uccidendo le madri, è
una denuncia, per chi non ne sapeva molto allora, ma che ora sta uscendo, di
chi andava a Sarajevo durante la guerra in Bosnia, per inventarsi un “safari
umano”.
Il terzo lotto viene in un certo senso
dedicato alla tipizzazione di personaggi e di realtà attuali, magari con
qualche rimando erudito. C’è un sentito omaggio allo scrittore Elio Pagliarani
in una rivisitazione aggiornata all’oggi di un possibile frammento della vita
di “Carla”. Un passaggio ironico di ricordi da professore in gita
scolastica con “Tintorello”. Un’immagine della vita dei giovani di
periferia, quando Mauro si trasferisce a Roma, in “Tor Bella Monica”. Per poi
tornare al suo Nord-Est, alla storia di un possibile “unabomber” (ricordo che
negli anni ’90 vennero messe delle bombe casuali i supermercati, senza mai
scoprire il colpevole) in “Angela Del Fabbro”. Con una serie di plurime
indicazioni convergenti e divergenti. Angela, l’io narrante, è impegnata nei
centri sociali, ed in lite perenne con il padre, integerrimo bancario; per poi
scoprire che il bancario è “unabomber”. Ma scoprire anche che Covacich in
croato significa “del fabbro” e che Angela Del Fabbro è lo pseudonimo usato
dallo scrittore per un romanzo uscito nel 2009 dal titolo “Vi perdono”, storia
di una donna che pratica l’eutanasia a chi glielo chiede (ovvio c’è molto altro
nel libro, questo serve solo come spinta affinché ne leggiate).
Salto con piacere tre testi che ritengo
inutili nell’economia del libro nel suo complesso, per arrivare a due ulteriori
pietre miliari. “Un cuore in viaggio” dove si narra di un trapianto
cardiaco dove il cuore nuovo non arriva per problemi di traffico, con
conseguenze terribili. E “La casa dei lupi” storia di un solitario che
adotta due lupi degli urali, entrando in simbiosi con loro, escludendo quindi
tutto il resto del mondo dalla loro sfera. Con conseguenze altrettanto
terribili per la povera Demetra che di lui si innamora.
Ma volevo tornare su “Ogni giorno…”. Storia
di una poco significativa serata tra amici, a guardare con un occhio solo la
finale di Sanremo del ’94. E l’esibizione, sofferta e fuori le righe, di
Alessandro Bono con la sua “Oppure no”, con il verso che Mauro prende come
titolo. È straziante seguirne l’evoluzione, noi che già conosciamo la fine.
Vedere i commenti alla canzone ed al cantante. Fino a che anche Mauro, alcuni
mesi dopo, scoprirà che Bono, tre mesi dopo Sanremo, muore di AIDS.
In fondo, il testo è una grande ballata del
malessere, e come tale non può farci “stare bene”, tenerci tranquilli. Pone
problemi, ma, ed è qui il limite, li butta lì, alcuni di passaggio (l’aborto,
il rapporto con l’altro) altri entrando nel profondo (il delitto di Cogne o
Pippa Bacca) senza però trovarne la via d’uscita.
Quindi, certo, il racconto in sé non aiuta a
portare dei gradimenti alti al tutto, ma quello che mi è mancato è forse un
briciolo di forza nella disperazione. Il mondo è brutto, noi non sappiamo né
affrontarlo né uscirne. C’è speranza? Per Covacich sembra di no. Io, sempre,
rimango per fortuna e per scelta, ottimista.
“Fare
figli significa smettere di essere figli.” (19)
Shūsaku Endō “Silence” Picador s.p. (Natale
di Ines)
[A: 25/12/2025 – I: 31/12/2025 – T:
02/01/2026] - &&&&
[tit. or.: 沈黙 Chinmoku; ling. or.: giapponese; pagine: 212; anno 1966]
Detto questo, il testo ha una duplice linea
di lettura. C’è la storia in sé da seguire con i suoi passaggi, con i suoi
personaggi, con la narrazione relativa ad un periodo non facile della vita in
Giappone. Ed in parallelo, ci sono i problemi teologici e morali che Endō solleva
nel corso della vicenda. Che sono poi il fulcro della sua idea di scrittura, ed
il motivo forte che lo spinge, da giapponese e da cattolico, ad affrontare una
tematica interessante e complessa.
Tra l’altro, la storia è al 90% fedele alla
realtà storica del periodo in cui Endo fa svolgere i fatti. Siamo nella prima
metà del 1600, ed il Giappone, per una serie di motivi che vedremo più avanti,
mette al bando e poi perseguita la religione cristiana. La storia di Endo si
basa sulla reale vicenda di un gesuita italiano, Giuseppe Chiara, alla ricerca
dei motivi dell’abiura del suo mentore il padre Cristóvão Ferreira. Infine,
l’inquisitore giapponese che gestisce la vicenda è Inoue Masashige, che tra l’altro
pare fosse l’amante dello shogun Tokugawa Iemitsu. Prima di entrare nella
storia, l’unico elemento discordante è la figura del gesuita rettore della
missione di Macao indicato come padre Alessandro Valignano. Il quale lo fu
realmente, ma morì nel 1606, mentre la vicenda come viene narrata inizia dalla
partenza dei gesuiti dal Portogallo nel 1638.
Nella finzione narrativa, tutti i gesuiti
vengono portoghesizzati, così che Giuseppe diventa padre Sebastião Rodrigues.
Questo perché il primo atto dei Tokugawa fu di mettere al bando proprio le navi
nonché tutto il personale portoghese. Questo per un duplice motivo: uno
economico, i portoghesi stavano erodendo la presa economica degli olandesi
della Compagnia delle Indie, ed uno sociale, poiché la nuova religione stava
prendendo piede negli strati bassi della popolazione ed offriva loro una
motivazione per una rivincita sociale nell’ambito di un mondo da sempre guidato
dall’indolenza e dalla venerazione verso l’autorità.
Rendiamoci anche conto che il Giappone
all’epoca (siamo appunto intorno al 1600) è ancora un paese molto “medioevale”
e di forte gerarchizzazione. Lo shogun o il signore locale erano molto più
forti e potenti di quanto in Europa lo fossero mille anni addietro. Il clan
dominante, i Tokugawa erano un clan feudale, che governò con pugno di ferro
l’isola dal 1603 al 1868! E per far rispettare i propri principi erano pronti a
tutto.
Come in questo caso. Deciso che il
cristianesimo, anzi il cattolicesimo, era pernicioso per il loro mondo,
cominciarono a perseguitare i proseliti, sia inducendoli all’apostasia mediante
tortura, sia direttamente uccidendoli anche in modo cruento. Due sono i metodi
che Endo riporta come inventati dalla mente del magistrato giapponese
inquisitore, Inoue. La crocefissione in acqua, dove i martiri venivano legati a
dei pali e portati i un punto in cui l’alta marea arrivava a lambire la testa. I
martiri morivano dopo pochi giorni, per esaurimento fisico e mentale. Il
secondo metodo è chiamato Ana-tsurushi (Endo lo semplifica in “anazuri”), che
sta per “impiccagione al contrario”. I martiri venivano appesi a testa in giù,
con il sangue che affluiva verso la testa, creando a poco a poco un dolore
insopportabile. Per aumentare la pressione sanguigna, a volte veniva praticato
anche una piccola incisione vicino all’orecchio, il tutto rendendo la tortura
intollerabile.
Tutto ciò affinché il cristiano o supposto
tale abiurasse la fede. Che non serviva esprimerlo ad alta voce, ma doveva
essere fatto attraverso l’azione chiamata “fumi-e”, consistente nel calpestare
un’immagine sacra, vuoi di Gesù vuoi della Vergine Maria.
In questo contesto, Rodrigues ed i suoi
sodali vengono a conoscenza dell’apostasia del lore maestro Ferreira. Decidono
perciò di partire dal Portogallo per capire sul luogo gli avvenimenti. Ed in
Giappone capiscono l’entità della persecuzione (alla fine pari siano stati
intorno ai 120.000 martiri cristiani). Rodrigues si nasconde, cerca di aiutare
i cristiani nascosti, in questo aiutato da Kichijiro, un convertito però mai
troppo affidabile.
Alla fine, Kichijiro lo tradisce e Rodrigues
viene imprigionato. Seguiamo quindi il lungo calvario morale del gesuita. Che
assiste alla morte di altri cristiani, che ha lunghe conversazioni dottrinali
con Inoue ed i suoi, che finalmente incontra Ferreira e nelle discussioni con
lui cerca di ritrovare il bandolo della loro fede. Alla fine, di fronte
all’alternativa che una sua abiura avrebbe fermato alcune uccisioni, decide di
calpestare il volto di Cristo. Vivrà quindi da allora come monaco buddista,
morendo nella capitale all’età di 83 anni.
Venendo ai temi ed al modo mirabile della
scrittura di Endo, vediamo che il libro è diviso in due parti di scrittura.
Nella prima, Rodrigues si esprime direttamente, attraverso lettere che invia a
Macao, dove descrive il suo arrivo e le vicende della prima parte della sua
storia. Quando viene arrestato, il racconto passa in terza persona, descrivendo
le torture sue e degli altri cattolici, il processo che subisce e la decisione
finale di abiurare. O meglio di fare apostasia (che significa etimologicamente,
abbandonare la propria religione per seguirne un’altra).
Endo è un profondo cattolico, e tutta questa
vicenda storica gli serve ad un duplice scopo. Il primo è ricordare a tutti
degli avvenimenti che potrebbero al fine passare sotto silenzio. E che invece
vanno ricordati e pensati. La mia prima visita in Giappone, ignaro di molte
cose, mi portò a visitare in termini trionfali i templi di Tokugawa Iemitsu,
ammirandone la costruzione ed il significato per il Giappone. Senza però
conoscere altro. Ora, con più informazioni in possesso, potrei vedere le stesse
opere più criticamente. Grazie a Endo.
Il secondo scopo è invece più teologico ed
intrinsecamente cristiano, laddove Endo solleva tutta una serie di quesiti che
ci fanno riflettere sulla religione e sul suo rapporto con il Giappone.
Il primo punto, legato fortemente al titolo,
è quello che Rodrigues battezza come “il silenzio di Dio”. Di fronte a tanta
sofferenza, il gesuita si domanda in modo angoscioso perché Dio non parla, non
interviene. Il credente soffre e Dio tace. È forse un indizio per mostrarne la
non esistenza? La risposta finale, quella che convince Rodrigues alla giusta
scelta, è che Dio non stava chiuso nel silenzio, ma soffriva accanto a tutti i
martiri. È forse la cosa più dura da comprendere nel momento del martirio (anche
nei piccoli momenti di martirio quotidiano). Dio non deve farsi palese in modo
diverso da quello che è. Dio c’è e questa certezza non ha bisogno in nessun
modo di essere mostrata in modo palese.
Un secondo punto di riflessione deriva dalla
presenza di Kichijiro-Giuda. Cioè, partendo dal tradimento di Kichijiro, in cui
aveva posto fiducia, Rodrigues si domanda perché Gesù aveva inserito Giuda tra
i suoi discepoli. La risposta semplice ed occidentale, è che Gesù aveva bisogno
di un “cattivo” per percorrere tutti i passi della sua storia. Ma Endo si
domanda, se questo è vero, e se Giuda era conscio del suo ruolo di
cattivo-necessario, perché poi decide di togliersi la vita, come a significare
un pentimento verso le sue azioni. Il tutto, per lo scrittore, quindi, inserito
nella grande domanda sulla responsabilità delle nostre scelte. Giuda era
responsabile o solo eterodiretto?
Questo porta ad altre due discussioni
teologiche. A fronte del tradimento e del silenzio, alla fine i gesuiti di peso
intellettivo (Rodrigues e Ferreira) decidono l’abiura. Ma questa, alla fine, è
quindi un peccato, una macchia che non potrà mai essere lavata? O meglio è
invece un atto d’amore? Perdere sé stesso affinché altri non si perdano.
Quindi, se si tratta di perdono, la figura di Dio da Padre inflessibile si
ammanta di un nuovo ruolo, quello di Madre comprensiva ed accudente verso tutti
i propri figli.
L’ultimo grande interrogativo nasce da una
frase del commissario Inoue: “Il Giappone non è un paese adatto per la
religione cristiana”. Certo, e qui mi trovo in completo accordo con Endo, tutto
il modo di essere e di pensare orientale è intrinsecamente diverso
dall’immagine del Dio occidentale. Quindi come può attecchire in Oriente un
Cristianesimo tutto strutturato secondo canoni occidentali? Questa domanda
grossa e di quasi impossibile risposta, si ribalta poi in un episodio piccolo
ma di grande potenza. Qual è il “vero volto” di Cristo? I missionari portavano
immagini con il Gesù medioevale o con il Cristo bizantino. Cosa vedevano
realmente in quelle fattezze i poveri contadini semianalfabeti delle campagne
giapponesi?
Tutti interrogativi teologicamente
rilevanti, cui, ovvio, non ho le capacità di dare non dico risposte, ma anche
contorni meglio definiti. Quello che mi rimane, che posso esprimere come
risultato di questa operazione di Endo è che c’è un messaggio di una validità
totale ed attuale. C’è in tutta la vicenda la necessità di meditare
sull’intolleranza, che si esprime anche in due diversi fattori portatori di
dolori senza fine. La chiusura mentale di una certa élite del popolo giapponese
e l’arroganza di un certo strato di europei (verrebbe da definirli
imperialisti) che portano avanti i propri modi di essere ipotizzando che siano
gli unici ad avere un valore assoluto.
Endo scrive sessanta anni fa, ma i problemi
che riesce a porre, ed il modo in cui li rappresenta sono di una attualità
incredibile. Una lettura veramente necessaria.
Ricordo tuttavia, che nel 2016 è uscito
nelle sale un film tratto da questo libro e diretto da Martin Scorsese. Il film
coincide grandemente con il libro, e, vista anche la difficoltà di trovare il
libro in italiano, se trovate il DVD, vi consiglio vivamente di vedere il film.
Tsuhara Yasumi “Le storie del negozio di
bambole” Corriere Giappone 21 euro 8,90
[A: 07/10/2021 – I: 05/02/2026 – T: 07/01/2026]
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[tit. or.: たまさか人形堂物語 Tamasaka ningyō-dō monogatari; ling. or.: giapponese; pagine: 207;
anno 2009]
Di Tsuhara
Yasumi non si hanno grandi notizie, all’infuori della ristretta cerchia degli
iamatologi. Tra l’altro, nei siti giapponesi spesso si mescolano definizioni
maschili e femminili, nonché l’uso del nome sia con scrittura hiragana che
katakana. Uniche notizie certe, una serie di libri, alcune sceneggiature, la
nascita vicino a Hiroshima nel ’64 e la morte per tumore nel ’22.
Le
stesse notizie lo descrivono come autore poliedrico: romanzi rosa nella prima
gioventù, poi fiction, fantasy, horror, gialli e via elencando. Venendo così a
questo libro (che poi ha avuto un seguito ne “Le nuove storie del negozio di
bambole”) di non facile lettura, perché veramente immerso nella cultura
giapponese. Cui torneremo più avanti.
Intanto,
l’impianto è un ibrido. Cioè abbiamo sei racconti (o meglio cinque racconti e
due mezzi racconti) che tuttavia sono uniti dal contesto generale, e da una
unità di intenti. Il che rende il tutto, alla fine, una sorta di romanzo alle
“mille e una notte”. C’è la storia generale che procede e che, a volte, si
ferma e si dispiega in piccoli ruscelli. Che seguiamo, e di cui vediamo una
specie di risoluzione finale, prima di tornare al flusso principale.
Il
fiume centrale è basato sulla storia della signorina Mio. Licenziata da poco da
un’agenzia pubblicitaria in via di ristrutturazione, riceve un lascito dal
nonno che, arrivato all’età cui si bisogna di riposo, decide di lasciare il
Giappone e di trascorrere l’ultima parte della sua vita in Nuova Zelanda.
Lasciando appunto all’amata nipote il suo negozio di bambole.
Certo,
non è che di bambole si possa campare o scialare, ma Mio ha un’idea brillante.
Non solo se ne vendono, ma nel negozio le bambole si riparano. Ecco, quindi,
che nel tempo a lei si associano due artigiani. Prima, Tominaga, giovane
universitario (quindi più giovane di Mio che sta nel mezzo della trentina), con
un buon talento di riparatore, ed un altrettanto solida capacità di proporre
nuove creazioni. Come ad esempio i suoi orsetti, che fanno l’interesse di un
buon pubblico femminile (d’altra parte, il giovane è anche di bell’aspetto).
Poi si aggrega anche Shimura, un anziano e misterioso artigiano, di cui nel
finale si scoprirà di più, e che ha un indubbio talento nel capire in che modo,
in che direzione vadano riparate le bambole.
Seguendo
le loro vicissitudini nel negozio, racconto dopo racconto, vediamo scorrere
piccoli brani delle quotidianità giapponesi. C’è il bambino che distrugge ogni
volta il suo peluche, finché Tominaga non ne interpreta le motivazioni
profonde. C’è la signora che accetta finalmente la riparazione di una bambola
solo quando capisce che Shimura riesce a modificarne l’espressione
invecchiandola, seppur di poco. C’è la storia delle “love doll”, bambole a
volte usate per amori solitari, ed a volte per accompagnare notti insonni.
Laddove qui si intrecciano la storia del giovane che non vuole farla vedere
alla madre e del produttore delle bambole stesse. Produttore che poi entrerà
anche in altre storie fondamentalmente per svelare il passato di Shimura.
C’è
la bellissima storia del mago dei burattinai che imbastisce un ultimo
spettacolo riuscendo a trarre in inganno i più attenti, Shimura in testa.
Perché burattini saranno anche i piccoli spettatori che assistono allo
spettacolo. C’è la complessa storia che si svolge 400 km a Nord di Tokyo, nella
prefettura di Murakami (nome evocativo quanto mai). Una storia che coinvolge
Mio e Tominaga, andati al nord per vedere un certo tipo particolare di bambole,
e rimasti coinvolti in un intrigo di bambole portatrici di aconito che causa
angoscia crescente e finanche la morte.
In
tutte le storie, Mio sembra sempre inadeguata, sembra sempre un passo indietro.
Tanto che decide di vendere tutta la baracca, in un ultima storia cupa e
contorta. Ma Yasumi deve aver avuto un ripensamento tardivo. Si, va bene
vendere e coinvolgere Mio in orrorifici sonni. Ma la fabbrica la ricompra
Tominaga con i soldi paterni. Avviandoci così in un finale, dove, pur con tutte
queste problematicità si lascia aperta la porta a quel secondo libro di bambole
di cui sopra.
Quello
che non esce fuori dalle pagine di Yasumi e dalla bella traduzione di Massimo
Soumaré è il significato delle bambole per i giapponesi. Solo partendo dal
testo e prendendo spunti vari dalle notizie in rete, ad esempio, si capisce
tutta il rispetto che i giapponesi hanno per le bambole Ichimatsu, oggetti in
terracotta del periodo Edo (quello che finisce nel 1868).
Oppure
l’esistenza di elementi non trasportabili nella cultura occidentale, come l'Hinamatsuri,
la festa delle bambole che si svolge ogni anno il 3 marzo: giorno propizio,
perché doppio (terzo giorno del terzo mese), e nelle case si espongono le
bambole che rappresentano la corte imperiale e che servono a catturare la
sfortuna lasciando le bambine in buona salute. O come anche il Ningyo Kuyo
(detto anche funerale delle bambole) è un servizio commemorativo per le vecchie
bambole un tempo amate e ora non più volute. E solo entrando nella psicologia
locale possiamo capire l’importanza di una bambola chiamata “Licca-chan”,
prodotta a partire dal 1967 e che rappresenta la risposta giapponese alla
Barbie americana.
Yasumi
usa tutta questa simbologia, poi, per cercare di penetrare il segreto mistero
delle bambole. Sono un giocattolo, magari a diversi stadi dall’infanzia all’età
adulta, una compagnia silenziosa, un oggetto trasposto di desiderio (laddove
non è solo l’oggetto-bambola, ma tutto il contorno, vestiti ed altro, ad
esprimere un desiderio di possesso o di appartenenza). Oppure, come banalmente
ci dice la cultura occidentale, sono soltanto un oggetto transizionale, che
serve al bambino come conforto piscologico, al fine di sublimare
progressivamente il legame genitore-figlio. Ma qui mi sa che stiamo andando un
po’ oltre il seminato.
Resta
un buon libro compendio di elementi culturali giapponesi, forse non proprio
comprensibili di primo acchito, ma interessanti e forieri di momenti di sana
curiosità.
Milan Kundera “Amori ridicoli” Adelphi s.p.
(lasciato in eredità da zia Serenella)
[A: 01/10/2025 – I: 12/01/2026 – T: 13/01/2026] - &&
[tit. or.: Směšné lásky; ling. or.: ceco; pagine: 250; anno 1970]
Dopo
una lettura del bellissimo saggio sul romanzo, chiudiamo un ciclo di letture di
Kundera con uno dei suoi primi lavori, scritto in lingua ceca quando ancora
viveva a Praga. Purtroppo (per me) sono racconti e purtroppo (per tutti) sono
abbastanza datati nella loro tipologia (anche se affrontano temi universali e
sempre validi).
Interessante
intanto la storia editoriale. Che Kundera pubblica una prima serie di racconti
(tre per la precisione) nel 1963 con il titolo “Amori ridicoli (Tre aneddoti
malinconici)”. Esce una seconda raccolta, sempre con tre testi, nel 1965 dal
titolo “Il secondo libro degli amori ridicoli”. Infine gli ultimi quattro
escono nel 1968 con il titolo “Il terzo libro degli amori ridicoli”. La prima
edizione completa in ceco uscirà nel ’70, ma con solo otto testi. Poi verrà
pubblicata all’estero, in Francia sempre nel ’70, in Italia nel ’73 ed in
lingua inglese solo nel ’74, ma sempre con soli sette testi, quelli che qui
vengono riproposti, circa trent’anni dopo la prima uscita, da Adelphi.
Dal
punto di vista filologico, questi racconti presentano, in nuce, tutti i temi
che Kundera maturo svilupperà nei suoi romanzi. Non solo, il primo è anche la
prima prova letteraria del trentenne ceco. Fino ad allora aveva tentato diversi
mezzi espressivi, compresi musica e poesia. Ma solo con questo racconto
sostiene di aver trovato la sua strada. Che da allora sarà lastricata di
riflessioni sull’amore, sulla fedeltà, sulla dicotomia tra essere ed apparire,
sulla ricerca della propria identità. Tutti temi che lo metteranno in urto con
il regime ceco, sino a costringerlo, nel ’75, ad emigrare in Francia senza mai
più tornare in patria.
Benché
frutto di diversi momenti di scrittura, di tagli e di rimaneggiamenti, alla
fine, quando decide di dare un aspetto definitivo al testo, scegliendo i sette
racconti che più sentiva suoi, decise anche, secondo il critico francese François
Ricard, di farne una scrittura circolare. Con i temi che si rimbalzavano, come
vedremo.
Il
primo testo, "Nessuno riderà"
[Nikdo se nebude smát (1959)] tocca il tema dell’ironia in un mondo che
ne è privo. Il protagonista, assistente universitario in ambito artistico, si
rifiuta, anche con motivazioni condivisibili, di recensire l’articolo di un
self-made man. Questa decisione innesca una catena di eventi, che porteranno il
giovane ad essere allontanato dall’insegnamento ed anche a perdere la donna con
cui conviveva. Tutto segnato dal fatto che al giovane sembrano momenti
ridicoli, ma l’esterno (l’università, i conoscenti, persino il condominio) non
ne comprende l’ironia.
Il
secondo testo "La mela d'oro
dell'eterno desiderio" [Zlaté jablko věčné touhy (1965)]
introduce quella che Milan chiama la problematica del don Giovanni. Dove
vediamo due uomini di mezz’età: Martin spigliato con le donne, con una capacità
notevole di intortarle con i suoi discorsi, nonostante abbia una moglie cui è
molto legato, ed il suo amico, single e imbranato, infatuato dei metodi
dell’amico. Li seguiamo in una serie di possibili avventure, nessuna che andrà
a buon fine. Ma quello che loro importa è il corteggiamento, non la riuscita.
Nel
terzo racconto, "Il falso autostop"
[Falešný autostop (1965)] si descrive un incontro erotico basato
sull’illusione. Due ragazzi che si frequentano da poco vanno in vacanza insieme
e durante il viaggio iniziano a giocare alla finzione di una autostoppista e di
un autista. Il risultato, non riuscendo ad uscire dalla finzione, porta
all’opposto delle loro speranze iniziali.
Mentre
del quarto racconto parlerò nel finale, il quinto "Che i vecchi morti cedano il posto ai giovani morti" [Ať
ustoupí staří mrtví mladým mrtvým (1968)] riprende questo tema
dell’illusione e della coercizione. Una donna, al ritorno da una problematica
visita al cimitero dove dovrebbe essere sepolto il marito morto, incontra una
sua vecchia fiamma che non vede da 15 anni. Si fanno prendere dai ricordi, anche
se lui è molto più giovane e lei si sente vecchia, anche in quanto madre. La
costruzione del testo li porterà inevitabilmente nel letto, ma ne usciranno
entrambi insoddisfatti e delusi.
Il
sesto, "Il dottor Havel vent'anni
dopo" [Doktor Havel po dvaceti letech (1968)] ritorna sul tema
del Don Giovanni, riproponendoci, vent’anni dopo, il dottore presente nel
quarto testo. È rimasto seduttore teorico, come all’epoca, anche se ora è
felicemente sposato. E quando questo suo ruolo di Casanova senza conclusione
gli viene riconosciuto, si sente soddisfatto, ed a noi mette una tristezza
senza fine.
Il
settimo, infine, "Eduard e Dio"
[Eduard a Bůh (1968)] chiude il cerchio dell’ironia e della risata
mancata o forzata. Dove vediamo l’insegnante Eduard cercare di conquistare
l’inflessibile e credente Alice, che usa il cristianesimo per opporsi al
comunismo imperante. Per conquistarla Eduard si finge (o palesa) cattolico,
diventando un martire del sistema, dove, in quanto cattolico, viene emarginato.
In questo modo però Alice decide di violare il sesto comandamento, ma Eduard si
accorge che in questo modo Alice ha perso l’aura di desiderabilità.
Ho
volutamente saltato il quarto, "Il
simposio" [Symposion (1968)] che è il più lungo ed articolato,
tutto spezzettato in brevi frammenti in cui i cinque personaggi presenti in una
struttura ospedaliera discettano dei temi presenti negli altri sei testi. C’è
il primario, sposato, ma con una dottoressa diventata sua amante, anch’essa
presente. C’è il dottor Havel, il Don Giovanni che resiste ai tentativi di
seduzione dell’infermiera Elizabeth. E c’è il giovane assistente, che pensa di
conquistare l’amante del primario mentre forse altre sono le mire a cui è
sottoposto. C’è una piccola storia che lega le oltre cinquanta pagine del
racconto, ma quello che interessa Kundera è il modo dei vari personaggi di
discettare sull’amore, sulla seduzione, sulla fedeltà, ed ancora sugli aspetti
delle persone. Esempio lampante, Elizabeth che non ha una bella faccia, ma,
nuda, ha un corpo stupendo.
Detto
quindi del modo di costruire le storie, della vena che sorregge Kundera nei
dieci anni di scrittura dei vari pezzi, dobbiamo anche dire che, anche se non
mi entusiasmano, capisco come abbiano dato fastidio ad un regime ferreo come
quello ceco che, come tutti i regimi comunisti negli anni ’60, almeno a livelli
dirigenziali, avevano un senso dell’ironia vicino allo zero, ma dalla parte
negativa.
Insomma,
ho sicuramente letto cose per me più coinvolgenti scritte da Kundera, ma sono
altresì contento di aver riempito questo piccolo tassello mancante.
Ho
deciso questa volta di continuare con le gradazioni similari, portando sul
piatto delle citazioni una serie di autori di diversa estrazione geografica.
Cominciamo
con la francese Yasmina Reza dove ne “Il dio del massacro” si
esprime sul problema dei figli in tarda età:
“Michel – I figli ci portano alla rovina …
Ho … [un amico] che sta per avere un figlio da una nuova ragazza. Gli ho detto,
un figlio alla nostra età, che follia! I dieci, quindici anni decenti che ci
restano prima del cancro o dell’infarto vuoi romperti le palle con un
marmocchio?” (67)
Proseguendo sempre in Francia con Dominique Fernandez e le sue massime etnologiche in “Porporino ovvero I misteri di Napoli”
“La
quintessenza dello spirito napoletano: coscienza della propria buffoneria, auto
derisione, orgoglio di questa coscienza, rifiuto di lasciarsi imbrogliare.”
(81)
“Non
bisogna mai chiedermi di superare un ostacolo per cercare di raggiungere uno
scopo … Io sopprimo i limiti per il solo piacere di sognare.” (187)
C’è poi il polacco Mariusz Szczygieł nei
bellissimi mini-racconti di
“Reality”, dove la terza citazione
va pensata a fondo
“Vivo
o fingo di vivere? Tutti questi appunti, queste statistiche, non saranno solo
un modo per ingannarmi? … Volevo amare, ma desideravo anche essere amata.” (35)
“Quelli
che vivono murati dentro al proprio segreto, finiscono per morire di
crepacuore.” (45)
“Non
dica mai che è troppo presto per qualcosa. Si renderà conto in fretta che è già
troppo tardi per tutto.” (55)
“Lo
stile di vita di un pensionato non ha a che fare con la sua età anagrafica,
bensì con le sue convinzioni.” (142)
C’è lo svedese Jonas Jonasson che parla
dei pensionati ne “Il centenario
che saltò dalla finestra e scomparve”
“Lei
è un pensionato …. Particolare che gli fece capire che, contro tutte le
previsioni e senza averci mai pensato prima, era inaspettatamente invecchiato.
E lo attendevano ancora molti, molti, molti anni di vita.” (435)
Finendo
con l’inglese Nick Hornby ed il libro sulla passione calcistica “Febbre a 90’”
“Gli
ossessionati [del calcio] … devono mentire. Se dicessimo sempre la verità, non
riusciremmo a mantenere rapporti con chi vive nel mondo reale.” (8)
“Una
volta credevo … che crescere e diventare adulti fossero due cose analoghe. …
Adesso penso che diventare adulti sia una cosa dominata dalla volontà, che si
possa scegliere di diventare adulti.” (97)
Di politica non parlo più sperando che tutte le armi tacciano o continuino a tacere. Vorrei parlare di viaggi ma non ci sono novità. Ed allora, rallegriamoci solo per i primi compleanni di questo nuovo anno. Auguri a Mirella, Giorgio, Lorenzo, Guglielmo, Guido, Otto, Cesare e Chicca (e non si fanno auguri in anticipo). Abbracci a tutti.
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