domenica 18 gennaio 2026

Testa ad Oriente - 18 gennaio 2025

Questa settimana facciamo un po’ di giro del mondo con tre autori europei e due giapponesi, dove l’Oriente convince e, pur nelle diversità, coinvolge i poveri neuroni. Speravo meglio nel francese Fabrice Caro come nel recupero della prima opera del franco-ceco Milan Kundera. Non mi aveva convinto in altre letture, ed anche qui non brilla molto l’italiano Mauro Covacich, tra l’altro anche lui come Milan impegnato in racconti.

Mentre si staccano e di molto i due giapponesi. Una prova interessante anche se non completamente riuscita quella di Tsuhara Yasumi (dove c’è un buon tentativo di raccordare diversi racconti in un romanzo unico), mentre mi ha coinvolto nella non facile scrittura il difficile, anche nei temi, libro di Shūsaku Endō, complementato dall’interessante film di Martin Scorsese.

Fabrice Caro “Journal d’un scénario” Gallimard s.p. (regalo di Alessandra)

[A: 21/09/2025 – I: 01/11/2025 – T: 02/11/2025] - & e ½

[tit. or.: originale; ling. or.: francese; pagine: 195; anno 2023]

Conoscevo la fama di Caro come autore di fumetti (dove si firma Fabcaro, e dove lo aspetto al varco visto che ho appena ordinato gli ultimi due episodi di Asterix da lui sceneggiati), ma non sapevo che fosse (anche) un buon autore di romanzi. Di quelli magari un po’ di nicchia, sempre a metà strada tra l’ironico ed il tragico. Una cosa che a me rimanda sempre le saghe di Tonino Benacquista. Così nella vacanza marsigliese ho approfittato di una bella libreria e di una bella offerta per farmi regalare un libro al fine di conoscere l’autore.

Visto allora che parliamo di romanzi, su questo rimaniamo e sul fatto che, in generale, il libro mi è sembrato irrisolto. Sempre sul punto di aprirsi, di fiorire in una storia coinvolgente, rimane invece sul limitar del bosco, con due narrazioni parallele e, purtroppo, scontate. Quello che risolleva un andamento del testo poco attraente è il continuo appoggiarsi alla cinematografia, anche se molto sul lato francese, ma con alcuni rimandi cinefili degni dei miei cugini.

Questo diario di una sceneggiatura è quello che promette il titolo. Boris è uno sceneggiatore che pensa di poter sfondare con un testo d’autore (come crede di essere) quando un produttore accoglie favorevolmente il suo “Silent Servitudes” (“Servitù silenziose”, usando il primo termine italiano quasi a sinonimo di dipendenza, e permeando il testo di quei silenzi di incomunicabilità alla Antonioni che fanno tanto testo d’autore).

Da qui c’è tutta la parabola tra quanto crede Boris e quanto il produttore vuole, gli fa fare, gli costringe a fare. Boris parte in quarta, visto che il testo è incentrato sul rapporto tra due persone e sulla disamina del loro amore, ecco che vede subito come protagonisti Louis Garrel e Mélanie Thierry (certo, se si conosce il cinema francese è meglio, ma il primo è l’attuale marito di Laetitia Casta, la seconda un attrice di culto e di nicchia). Vagheggiando anche di avere come regista Christophe Honoré (altro regista culto, se non altro ricordato per il film “Les Bien-Aimés”). Inoltre, mentre completa il testo, si incontra con Aurélie, una cinefila appassionata, con la quale per lunghi tratti si incontra, fino a divenirne amante, laddove lei continua a ipotizzare scene e testi di grande impatto.

Ma la realtà è ben diversa, e colpisce a poco a poco tutte le fondamenta di Boris. La produzione prima gli impone Kad Merad al posto di Louis. Un attore comico al posto di uno di culto. Un attore di venti anni più vecchio e noto per il film “Giù al Nord”. Ecco che Boris comincia a riscrivere i dialoghi, prima di ricevere il secondo colpo. Niente donne, ma al posto di Mélanie un altro comico, Christian Clavier (noto per parti non certo “alte”, visto il suo gran successo nel film “I visitatori” dove interpreta la parte di “Jean Cojon”).

Da film d’amore a film d’amicizia, ma non basta. Il colpo finale è cambiare il titolo in “De l’eau dans le gaz” (che letteralmente sta per “acqua nel gas”, ma che allude al nuovo ruolo dei comici, divenuti degli extraterrestri che producono mirabilie quando emettono peti…).

Ovvio allora che quando Aurélie scopre la trasformazione del film in un “flop da cassetta”, senza che Boris abbia fatto nulla per opporsi, farà le sue scelte.

Noi ci aspettiamo per tutto il libro che Boris faccia e non solo pensi, rimugini e nasconda la testa come uno struzzo. Inciso: durante una cena di lavoro vorrebbe del salmone, ma il produttore prende il rognone e lui … si adegua.

Ovvio anche che il diario alla fine sia il diario di una sconfitta, mentre noi aspettiamo le ultime pagine non diaristiche per capire cosa succederà non tanto ad Aurélie o al film, ma proprio a Boris. Un dilemma che vi lascio bellamente scoprire.

Ora, momenti di forte tensione cinefile ci sono e sono anche gradevoli, come quando Boris fa una ardito paragone tra la coppia da lui pensata per il film e la recitazione di Romy Schneider e Alain Delon nel dramma "La Piscina" di Jacques Deray uscito nel 1969. Oppure nei ricordi di “Rusty James” di Coppola, ed altre puntate verso i film d’autore. Per poi arrivare alle citazioni dei film di cassetta, esempi preclari dell’abisso cui sta sprofondando Boris. Come la lunga citazione del film “La soupe aux choux”, un pastiche comico-fantascientifico con Louis de Funès.

Certo, le due frecce che Caro lancia sarebbero anche d’interesse: perché fare distinzione tra dramma e commedia? Se un film è degno, non va categorizzato. E poi, fino a dove si possono (o si devono) accettare compromessi in nome dell’arte? Meglio fare un solo film e sparire nell’oblio (citazione di Jean Eustache se lo conoscete) o aspettare la nuova occasione tirando la cinghia?

Insomma, un romanzo pieno di possibilità di riuscita, la maggior parte, però, disattese.

“On n’est jamais tout à fait mort tant qu’il subsiste une personne qui pense à vous.” (69) [Non sei mai completamente morto finché c’è qualcuno che pensa a te]

“Un artisan est quelqu’un qui fait ce qu’il sait faire, un artiste est quelqu’un qui fait ce qu’il ne sait pas faire.” (116) [Un artigiano è qualcuno che fa ciò che sa fare; un artista è qualcuno che fa ciò che non sa fare]

Mauro Covacich “La sposa” Mondolibri s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 13/11/2025 – T: 15/11/2025] &&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 185; anno: 2014]

Non è cosa nuova, ma è meglio ribadirlo, che i racconti, normalmente, mi creano grosse difficoltà di interpretazione. Faccio fatica ad entrare nel ritmo, ed appena ci si entra, il testo finisce. Con delle chiusure che a volte non ci sono, come del resto la vita. Di Covacich avevo letto un piccolo e per me gradevole (per motivi anche familiari) saggio sulla città di Trieste. E sempre in quel lembo del Nord-Est lo vedo muoversi ed esprimersi al meglio. Trieste, Udine, Gorizia, Pordenone. Anche se ormai sono anni che ha deciso di fare lo scrittore a Roma.

Quest’esercizio letterario, che in fondo non mi è piaciuto gran che, anche se, tra i diciassette racconti che lo compongono, qualcuno mi ha sinceramente colpito, ha comunque un grande pregio (come alcuni testi di Alice Munro). I racconti sono spesso legati alla realtà (pur cogliendola ed interpretandola ad uso e consumo dell’autore) e, cosa ancor più intrigante, vediamo che personaggi entrano ed escono dalla trama. In uno sono protagonisti, in uno sono comparse, in uno sono solo citati. Con la capacità di mostrare tutto ciò per quello che è.

È la vita, baby. E come la vita, sembra cancellare il passato, oscurare la possibilità di un futuro, e ricordarci che siamo qui, in quest’attimo presente, che è la nostra vita. Qui e ora, ricorda la mia mentore Maria Luisa.

Così percorriamo i racconti con due fili guida. La nostra memoria dei tempi presenti e le indicazioni di Covacich, che, per darci altre chiavi di lettura, ci indica alcune connessioni per lui importanti. Abbiamo allora tre testi molto legati alla realtà del presente dello scrittore, ed agganciati alla nostra. Ne “La sposa” c’è un’ipotesi sulle ultime ore di vita di Giuseppina Pasqualino di Marineo chiamata Pippa Bacca, performer stuprata e uccisa dopo un autostop in Turchia. In “Ogni giorno che va via è un quadro che appendo” si ricorda lo sfortunato e dimenticato Alessandro Bono, in uno dei più intensi testi, soggettivamente, e su cui ritorneremo. In “Atti impuri” c’è una super finzione su alcuni che potevano essere stati pensieri giovanili di Karol di Cracovia.

Un buon lotto di testi (cinque) è poi dedicato ai figli, alla decisione di non averli, al rapporto che si può avere con loro. Ci sono due testi teneri, ”Sterilità” e “Doppia panna”, dedicati al rapporto del narratore con il nipote: per insegnargli il frisbee e per fargli scoprire le meraviglie di Roma, compreso il gelato con doppia panna. Ma sono anche un pretesto per parla della decisione di non avere figli, ai motivi, ed all’egoismo sotteso. E tanto per sottolineare la non linearità di quelle scelte, ecco “La ruota degli esposti” inventata dal dottor Polillo per permettere alle madri di lasciare i figli senza abortire, ed ecco “Cattive madri”, con le pagine dedicate al sentimento soggettivo seguendo il delitto di Cogne.

Covacich fa entrare anche “Safari” in questo lotto, anche se, per me, è una categoria a sé. Più che un revival nazista (o russo) di appropiarsi di infanti appena nati uccidendo le madri, è una denuncia, per chi non ne sapeva molto allora, ma che ora sta uscendo, di chi andava a Sarajevo durante la guerra in Bosnia, per inventarsi un “safari umano”.

Il terzo lotto viene in un certo senso dedicato alla tipizzazione di personaggi e di realtà attuali, magari con qualche rimando erudito. C’è un sentito omaggio allo scrittore Elio Pagliarani in una rivisitazione aggiornata all’oggi di un possibile frammento della vita di “Carla”. Un passaggio ironico di ricordi da professore in gita scolastica con “Tintorello”. Un’immagine della vita dei giovani di periferia, quando Mauro si trasferisce a Roma, in “Tor Bella Monica”. Per poi tornare al suo Nord-Est, alla storia di un possibile “unabomber” (ricordo che negli anni ’90 vennero messe delle bombe casuali i supermercati, senza mai scoprire il colpevole) in “Angela Del Fabbro”. Con una serie di plurime indicazioni convergenti e divergenti. Angela, l’io narrante, è impegnata nei centri sociali, ed in lite perenne con il padre, integerrimo bancario; per poi scoprire che il bancario è “unabomber”. Ma scoprire anche che Covacich in croato significa “del fabbro” e che Angela Del Fabbro è lo pseudonimo usato dallo scrittore per un romanzo uscito nel 2009 dal titolo “Vi perdono”, storia di una donna che pratica l’eutanasia a chi glielo chiede (ovvio c’è molto altro nel libro, questo serve solo come spinta affinché ne leggiate).

Salto con piacere tre testi che ritengo inutili nell’economia del libro nel suo complesso, per arrivare a due ulteriori pietre miliari. “Un cuore in viaggio” dove si narra di un trapianto cardiaco dove il cuore nuovo non arriva per problemi di traffico, con conseguenze terribili. E “La casa dei lupi” storia di un solitario che adotta due lupi degli urali, entrando in simbiosi con loro, escludendo quindi tutto il resto del mondo dalla loro sfera. Con conseguenze altrettanto terribili per la povera Demetra che di lui si innamora.

Ma volevo tornare su “Ogni giorno…”. Storia di una poco significativa serata tra amici, a guardare con un occhio solo la finale di Sanremo del ’94. E l’esibizione, sofferta e fuori le righe, di Alessandro Bono con la sua “Oppure no”, con il verso che Mauro prende come titolo. È straziante seguirne l’evoluzione, noi che già conosciamo la fine. Vedere i commenti alla canzone ed al cantante. Fino a che anche Mauro, alcuni mesi dopo, scoprirà che Bono, tre mesi dopo Sanremo, muore di AIDS.

In fondo, il testo è una grande ballata del malessere, e come tale non può farci “stare bene”, tenerci tranquilli. Pone problemi, ma, ed è qui il limite, li butta lì, alcuni di passaggio (l’aborto, il rapporto con l’altro) altri entrando nel profondo (il delitto di Cogne o Pippa Bacca) senza però trovarne la via d’uscita.

Quindi, certo, il racconto in sé non aiuta a portare dei gradimenti alti al tutto, ma quello che mi è mancato è forse un briciolo di forza nella disperazione. Il mondo è brutto, noi non sappiamo né affrontarlo né uscirne. C’è speranza? Per Covacich sembra di no. Io, sempre, rimango per fortuna e per scelta, ottimista.

Fare figli significa smettere di essere figli.” (19)

Shūsaku Endō “Silence” Picador s.p. (Natale di Ines)

[A: 25/12/2025 – I: 31/12/2025 – T: 02/01/2026] - &&&&    

[tit. or.: 沈黙 Chinmoku; ling. or.: giapponese; pagine: 212; anno 1966]

Avevo sentito parlare di “Silenzio” nelle nostre conversazioni private con padre Valdo, ed è stato quindi con molto interesse (e gratitudine) che ho accolto questo regalo natalizio di Ines. Certo, non è stato semplicissimo entrare nel testo di Endo in questa traduzione in inglese, anche se William Johnston, il gesuita irlandese autore della traduzione, ha operato con grande perizia (ovvio che non è un mio giudizio, non conoscendo io il giapponese, ma quello di critici giapponesi coevi alla scrittura).

Detto questo, il testo ha una duplice linea di lettura. C’è la storia in sé da seguire con i suoi passaggi, con i suoi personaggi, con la narrazione relativa ad un periodo non facile della vita in Giappone. Ed in parallelo, ci sono i problemi teologici e morali che Endō solleva nel corso della vicenda. Che sono poi il fulcro della sua idea di scrittura, ed il motivo forte che lo spinge, da giapponese e da cattolico, ad affrontare una tematica interessante e complessa.

Tra l’altro, la storia è al 90% fedele alla realtà storica del periodo in cui Endo fa svolgere i fatti. Siamo nella prima metà del 1600, ed il Giappone, per una serie di motivi che vedremo più avanti, mette al bando e poi perseguita la religione cristiana. La storia di Endo si basa sulla reale vicenda di un gesuita italiano, Giuseppe Chiara, alla ricerca dei motivi dell’abiura del suo mentore il padre Cristóvão Ferreira. Infine, l’inquisitore giapponese che gestisce la vicenda è Inoue Masashige, che tra l’altro pare fosse l’amante dello shogun Tokugawa Iemitsu. Prima di entrare nella storia, l’unico elemento discordante è la figura del gesuita rettore della missione di Macao indicato come padre Alessandro Valignano. Il quale lo fu realmente, ma morì nel 1606, mentre la vicenda come viene narrata inizia dalla partenza dei gesuiti dal Portogallo nel 1638.

Nella finzione narrativa, tutti i gesuiti vengono portoghesizzati, così che Giuseppe diventa padre Sebastião Rodrigues. Questo perché il primo atto dei Tokugawa fu di mettere al bando proprio le navi nonché tutto il personale portoghese. Questo per un duplice motivo: uno economico, i portoghesi stavano erodendo la presa economica degli olandesi della Compagnia delle Indie, ed uno sociale, poiché la nuova religione stava prendendo piede negli strati bassi della popolazione ed offriva loro una motivazione per una rivincita sociale nell’ambito di un mondo da sempre guidato dall’indolenza e dalla venerazione verso l’autorità.

Rendiamoci anche conto che il Giappone all’epoca (siamo appunto intorno al 1600) è ancora un paese molto “medioevale” e di forte gerarchizzazione. Lo shogun o il signore locale erano molto più forti e potenti di quanto in Europa lo fossero mille anni addietro. Il clan dominante, i Tokugawa erano un clan feudale, che governò con pugno di ferro l’isola dal 1603 al 1868! E per far rispettare i propri principi erano pronti a tutto.

Come in questo caso. Deciso che il cristianesimo, anzi il cattolicesimo, era pernicioso per il loro mondo, cominciarono a perseguitare i proseliti, sia inducendoli all’apostasia mediante tortura, sia direttamente uccidendoli anche in modo cruento. Due sono i metodi che Endo riporta come inventati dalla mente del magistrato giapponese inquisitore, Inoue. La crocefissione in acqua, dove i martiri venivano legati a dei pali e portati i un punto in cui l’alta marea arrivava a lambire la testa. I martiri morivano dopo pochi giorni, per esaurimento fisico e mentale. Il secondo metodo è chiamato Ana-tsurushi (Endo lo semplifica in “anazuri”), che sta per “impiccagione al contrario”. I martiri venivano appesi a testa in giù, con il sangue che affluiva verso la testa, creando a poco a poco un dolore insopportabile. Per aumentare la pressione sanguigna, a volte veniva praticato anche una piccola incisione vicino all’orecchio, il tutto rendendo la tortura intollerabile.

Tutto ciò affinché il cristiano o supposto tale abiurasse la fede. Che non serviva esprimerlo ad alta voce, ma doveva essere fatto attraverso l’azione chiamata “fumi-e”, consistente nel calpestare un’immagine sacra, vuoi di Gesù vuoi della Vergine Maria.

In questo contesto, Rodrigues ed i suoi sodali vengono a conoscenza dell’apostasia del lore maestro Ferreira. Decidono perciò di partire dal Portogallo per capire sul luogo gli avvenimenti. Ed in Giappone capiscono l’entità della persecuzione (alla fine pari siano stati intorno ai 120.000 martiri cristiani). Rodrigues si nasconde, cerca di aiutare i cristiani nascosti, in questo aiutato da Kichijiro, un convertito però mai troppo affidabile.

Alla fine, Kichijiro lo tradisce e Rodrigues viene imprigionato. Seguiamo quindi il lungo calvario morale del gesuita. Che assiste alla morte di altri cristiani, che ha lunghe conversazioni dottrinali con Inoue ed i suoi, che finalmente incontra Ferreira e nelle discussioni con lui cerca di ritrovare il bandolo della loro fede. Alla fine, di fronte all’alternativa che una sua abiura avrebbe fermato alcune uccisioni, decide di calpestare il volto di Cristo. Vivrà quindi da allora come monaco buddista, morendo nella capitale all’età di 83 anni.

Venendo ai temi ed al modo mirabile della scrittura di Endo, vediamo che il libro è diviso in due parti di scrittura. Nella prima, Rodrigues si esprime direttamente, attraverso lettere che invia a Macao, dove descrive il suo arrivo e le vicende della prima parte della sua storia. Quando viene arrestato, il racconto passa in terza persona, descrivendo le torture sue e degli altri cattolici, il processo che subisce e la decisione finale di abiurare. O meglio di fare apostasia (che significa etimologicamente, abbandonare la propria religione per seguirne un’altra).

Endo è un profondo cattolico, e tutta questa vicenda storica gli serve ad un duplice scopo. Il primo è ricordare a tutti degli avvenimenti che potrebbero al fine passare sotto silenzio. E che invece vanno ricordati e pensati. La mia prima visita in Giappone, ignaro di molte cose, mi portò a visitare in termini trionfali i templi di Tokugawa Iemitsu, ammirandone la costruzione ed il significato per il Giappone. Senza però conoscere altro. Ora, con più informazioni in possesso, potrei vedere le stesse opere più criticamente. Grazie a Endo.

Il secondo scopo è invece più teologico ed intrinsecamente cristiano, laddove Endo solleva tutta una serie di quesiti che ci fanno riflettere sulla religione e sul suo rapporto con il Giappone.

Il primo punto, legato fortemente al titolo, è quello che Rodrigues battezza come “il silenzio di Dio”. Di fronte a tanta sofferenza, il gesuita si domanda in modo angoscioso perché Dio non parla, non interviene. Il credente soffre e Dio tace. È forse un indizio per mostrarne la non esistenza? La risposta finale, quella che convince Rodrigues alla giusta scelta, è che Dio non stava chiuso nel silenzio, ma soffriva accanto a tutti i martiri. È forse la cosa più dura da comprendere nel momento del martirio (anche nei piccoli momenti di martirio quotidiano). Dio non deve farsi palese in modo diverso da quello che è. Dio c’è e questa certezza non ha bisogno in nessun modo di essere mostrata in modo palese.

Un secondo punto di riflessione deriva dalla presenza di Kichijiro-Giuda. Cioè, partendo dal tradimento di Kichijiro, in cui aveva posto fiducia, Rodrigues si domanda perché Gesù aveva inserito Giuda tra i suoi discepoli. La risposta semplice ed occidentale, è che Gesù aveva bisogno di un “cattivo” per percorrere tutti i passi della sua storia. Ma Endo si domanda, se questo è vero, e se Giuda era conscio del suo ruolo di cattivo-necessario, perché poi decide di togliersi la vita, come a significare un pentimento verso le sue azioni. Il tutto, per lo scrittore, quindi, inserito nella grande domanda sulla responsabilità delle nostre scelte. Giuda era responsabile o solo eterodiretto?

Questo porta ad altre due discussioni teologiche. A fronte del tradimento e del silenzio, alla fine i gesuiti di peso intellettivo (Rodrigues e Ferreira) decidono l’abiura. Ma questa, alla fine, è quindi un peccato, una macchia che non potrà mai essere lavata? O meglio è invece un atto d’amore? Perdere sé stesso affinché altri non si perdano. Quindi, se si tratta di perdono, la figura di Dio da Padre inflessibile si ammanta di un nuovo ruolo, quello di Madre comprensiva ed accudente verso tutti i propri figli.

L’ultimo grande interrogativo nasce da una frase del commissario Inoue: “Il Giappone non è un paese adatto per la religione cristiana”. Certo, e qui mi trovo in completo accordo con Endo, tutto il modo di essere e di pensare orientale è intrinsecamente diverso dall’immagine del Dio occidentale. Quindi come può attecchire in Oriente un Cristianesimo tutto strutturato secondo canoni occidentali? Questa domanda grossa e di quasi impossibile risposta, si ribalta poi in un episodio piccolo ma di grande potenza. Qual è il “vero volto” di Cristo? I missionari portavano immagini con il Gesù medioevale o con il Cristo bizantino. Cosa vedevano realmente in quelle fattezze i poveri contadini semianalfabeti delle campagne giapponesi?

Tutti interrogativi teologicamente rilevanti, cui, ovvio, non ho le capacità di dare non dico risposte, ma anche contorni meglio definiti. Quello che mi rimane, che posso esprimere come risultato di questa operazione di Endo è che c’è un messaggio di una validità totale ed attuale. C’è in tutta la vicenda la necessità di meditare sull’intolleranza, che si esprime anche in due diversi fattori portatori di dolori senza fine. La chiusura mentale di una certa élite del popolo giapponese e l’arroganza di un certo strato di europei (verrebbe da definirli imperialisti) che portano avanti i propri modi di essere ipotizzando che siano gli unici ad avere un valore assoluto.

Endo scrive sessanta anni fa, ma i problemi che riesce a porre, ed il modo in cui li rappresenta sono di una attualità incredibile. Una lettura veramente necessaria.

Ricordo tuttavia, che nel 2016 è uscito nelle sale un film tratto da questo libro e diretto da Martin Scorsese. Il film coincide grandemente con il libro, e, vista anche la difficoltà di trovare il libro in italiano, se trovate il DVD, vi consiglio vivamente di vedere il film.

Tsuhara Yasumi “Le storie del negozio di bambole” Corriere Giappone 21 euro 8,90

[A: 07/10/2021 – I: 05/02/2026 – T: 07/01/2026] - &&&    

[tit. or.: たまさか人形堂物語 Tamasaka ningyō-dō monogatari; ling. or.: giapponese; pagine: 207; anno 2009]

Di Tsuhara Yasumi non si hanno grandi notizie, all’infuori della ristretta cerchia degli iamatologi. Tra l’altro, nei siti giapponesi spesso si mescolano definizioni maschili e femminili, nonché l’uso del nome sia con scrittura hiragana che katakana. Uniche notizie certe, una serie di libri, alcune sceneggiature, la nascita vicino a Hiroshima nel ’64 e la morte per tumore nel ’22.

Le stesse notizie lo descrivono come autore poliedrico: romanzi rosa nella prima gioventù, poi fiction, fantasy, horror, gialli e via elencando. Venendo così a questo libro (che poi ha avuto un seguito ne “Le nuove storie del negozio di bambole”) di non facile lettura, perché veramente immerso nella cultura giapponese. Cui torneremo più avanti.

Intanto, l’impianto è un ibrido. Cioè abbiamo sei racconti (o meglio cinque racconti e due mezzi racconti) che tuttavia sono uniti dal contesto generale, e da una unità di intenti. Il che rende il tutto, alla fine, una sorta di romanzo alle “mille e una notte”. C’è la storia generale che procede e che, a volte, si ferma e si dispiega in piccoli ruscelli. Che seguiamo, e di cui vediamo una specie di risoluzione finale, prima di tornare al flusso principale.

Il fiume centrale è basato sulla storia della signorina Mio. Licenziata da poco da un’agenzia pubblicitaria in via di ristrutturazione, riceve un lascito dal nonno che, arrivato all’età cui si bisogna di riposo, decide di lasciare il Giappone e di trascorrere l’ultima parte della sua vita in Nuova Zelanda. Lasciando appunto all’amata nipote il suo negozio di bambole.

Certo, non è che di bambole si possa campare o scialare, ma Mio ha un’idea brillante. Non solo se ne vendono, ma nel negozio le bambole si riparano. Ecco, quindi, che nel tempo a lei si associano due artigiani. Prima, Tominaga, giovane universitario (quindi più giovane di Mio che sta nel mezzo della trentina), con un buon talento di riparatore, ed un altrettanto solida capacità di proporre nuove creazioni. Come ad esempio i suoi orsetti, che fanno l’interesse di un buon pubblico femminile (d’altra parte, il giovane è anche di bell’aspetto). Poi si aggrega anche Shimura, un anziano e misterioso artigiano, di cui nel finale si scoprirà di più, e che ha un indubbio talento nel capire in che modo, in che direzione vadano riparate le bambole.

Seguendo le loro vicissitudini nel negozio, racconto dopo racconto, vediamo scorrere piccoli brani delle quotidianità giapponesi. C’è il bambino che distrugge ogni volta il suo peluche, finché Tominaga non ne interpreta le motivazioni profonde. C’è la signora che accetta finalmente la riparazione di una bambola solo quando capisce che Shimura riesce a modificarne l’espressione invecchiandola, seppur di poco. C’è la storia delle “love doll”, bambole a volte usate per amori solitari, ed a volte per accompagnare notti insonni. Laddove qui si intrecciano la storia del giovane che non vuole farla vedere alla madre e del produttore delle bambole stesse. Produttore che poi entrerà anche in altre storie fondamentalmente per svelare il passato di Shimura.

C’è la bellissima storia del mago dei burattinai che imbastisce un ultimo spettacolo riuscendo a trarre in inganno i più attenti, Shimura in testa. Perché burattini saranno anche i piccoli spettatori che assistono allo spettacolo. C’è la complessa storia che si svolge 400 km a Nord di Tokyo, nella prefettura di Murakami (nome evocativo quanto mai). Una storia che coinvolge Mio e Tominaga, andati al nord per vedere un certo tipo particolare di bambole, e rimasti coinvolti in un intrigo di bambole portatrici di aconito che causa angoscia crescente e finanche la morte.

In tutte le storie, Mio sembra sempre inadeguata, sembra sempre un passo indietro. Tanto che decide di vendere tutta la baracca, in un ultima storia cupa e contorta. Ma Yasumi deve aver avuto un ripensamento tardivo. Si, va bene vendere e coinvolgere Mio in orrorifici sonni. Ma la fabbrica la ricompra Tominaga con i soldi paterni. Avviandoci così in un finale, dove, pur con tutte queste problematicità si lascia aperta la porta a quel secondo libro di bambole di cui sopra.

Quello che non esce fuori dalle pagine di Yasumi e dalla bella traduzione di Massimo Soumaré è il significato delle bambole per i giapponesi. Solo partendo dal testo e prendendo spunti vari dalle notizie in rete, ad esempio, si capisce tutta il rispetto che i giapponesi hanno per le bambole Ichimatsu, oggetti in terracotta del periodo Edo (quello che finisce nel 1868).

Oppure l’esistenza di elementi non trasportabili nella cultura occidentale, come l'Hinamatsuri, la festa delle bambole che si svolge ogni anno il 3 marzo: giorno propizio, perché doppio (terzo giorno del terzo mese), e nelle case si espongono le bambole che rappresentano la corte imperiale e che servono a catturare la sfortuna lasciando le bambine in buona salute. O come anche il Ningyo Kuyo (detto anche funerale delle bambole) è un servizio commemorativo per le vecchie bambole un tempo amate e ora non più volute. E solo entrando nella psicologia locale possiamo capire l’importanza di una bambola chiamata “Licca-chan”, prodotta a partire dal 1967 e che rappresenta la risposta giapponese alla Barbie americana.

Yasumi usa tutta questa simbologia, poi, per cercare di penetrare il segreto mistero delle bambole. Sono un giocattolo, magari a diversi stadi dall’infanzia all’età adulta, una compagnia silenziosa, un oggetto trasposto di desiderio (laddove non è solo l’oggetto-bambola, ma tutto il contorno, vestiti ed altro, ad esprimere un desiderio di possesso o di appartenenza). Oppure, come banalmente ci dice la cultura occidentale, sono soltanto un oggetto transizionale, che serve al bambino come conforto piscologico, al fine di sublimare progressivamente il legame genitore-figlio. Ma qui mi sa che stiamo andando un po’ oltre il seminato.

Resta un buon libro compendio di elementi culturali giapponesi, forse non proprio comprensibili di primo acchito, ma interessanti e forieri di momenti di sana curiosità.

Milan Kundera “Amori ridicoli” Adelphi s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 12/01/2026 – T: 13/01/2026] - && 

[tit. or.: Směšné lásky; ling. or.: ceco; pagine: 250; anno 1970]

Dopo una lettura del bellissimo saggio sul romanzo, chiudiamo un ciclo di letture di Kundera con uno dei suoi primi lavori, scritto in lingua ceca quando ancora viveva a Praga. Purtroppo (per me) sono racconti e purtroppo (per tutti) sono abbastanza datati nella loro tipologia (anche se affrontano temi universali e sempre validi).

Interessante intanto la storia editoriale. Che Kundera pubblica una prima serie di racconti (tre per la precisione) nel 1963 con il titolo “Amori ridicoli (Tre aneddoti malinconici)”. Esce una seconda raccolta, sempre con tre testi, nel 1965 dal titolo “Il secondo libro degli amori ridicoli”. Infine gli ultimi quattro escono nel 1968 con il titolo “Il terzo libro degli amori ridicoli”. La prima edizione completa in ceco uscirà nel ’70, ma con solo otto testi. Poi verrà pubblicata all’estero, in Francia sempre nel ’70, in Italia nel ’73 ed in lingua inglese solo nel ’74, ma sempre con soli sette testi, quelli che qui vengono riproposti, circa trent’anni dopo la prima uscita, da Adelphi.

Dal punto di vista filologico, questi racconti presentano, in nuce, tutti i temi che Kundera maturo svilupperà nei suoi romanzi. Non solo, il primo è anche la prima prova letteraria del trentenne ceco. Fino ad allora aveva tentato diversi mezzi espressivi, compresi musica e poesia. Ma solo con questo racconto sostiene di aver trovato la sua strada. Che da allora sarà lastricata di riflessioni sull’amore, sulla fedeltà, sulla dicotomia tra essere ed apparire, sulla ricerca della propria identità. Tutti temi che lo metteranno in urto con il regime ceco, sino a costringerlo, nel ’75, ad emigrare in Francia senza mai più tornare in patria.

Benché frutto di diversi momenti di scrittura, di tagli e di rimaneggiamenti, alla fine, quando decide di dare un aspetto definitivo al testo, scegliendo i sette racconti che più sentiva suoi, decise anche, secondo il critico francese François Ricard, di farne una scrittura circolare. Con i temi che si rimbalzavano, come vedremo.

Il primo testo, "Nessuno riderà" [Nikdo se nebude smát (1959)] tocca il tema dell’ironia in un mondo che ne è privo. Il protagonista, assistente universitario in ambito artistico, si rifiuta, anche con motivazioni condivisibili, di recensire l’articolo di un self-made man. Questa decisione innesca una catena di eventi, che porteranno il giovane ad essere allontanato dall’insegnamento ed anche a perdere la donna con cui conviveva. Tutto segnato dal fatto che al giovane sembrano momenti ridicoli, ma l’esterno (l’università, i conoscenti, persino il condominio) non ne comprende l’ironia.

Il secondo testo "La mela d'oro dell'eterno desiderio" [Zlaté jablko věčné touhy (1965)] introduce quella che Milan chiama la problematica del don Giovanni. Dove vediamo due uomini di mezz’età: Martin spigliato con le donne, con una capacità notevole di intortarle con i suoi discorsi, nonostante abbia una moglie cui è molto legato, ed il suo amico, single e imbranato, infatuato dei metodi dell’amico. Li seguiamo in una serie di possibili avventure, nessuna che andrà a buon fine. Ma quello che loro importa è il corteggiamento, non la riuscita.

Nel terzo racconto, "Il falso autostop" [Falešný autostop (1965)] si descrive un incontro erotico basato sull’illusione. Due ragazzi che si frequentano da poco vanno in vacanza insieme e durante il viaggio iniziano a giocare alla finzione di una autostoppista e di un autista. Il risultato, non riuscendo ad uscire dalla finzione, porta all’opposto delle loro speranze iniziali.

Mentre del quarto racconto parlerò nel finale, il quinto "Che i vecchi morti cedano il posto ai giovani morti" [Ať ustoupí staří mrtví mladým mrtvým (1968)] riprende questo tema dell’illusione e della coercizione. Una donna, al ritorno da una problematica visita al cimitero dove dovrebbe essere sepolto il marito morto, incontra una sua vecchia fiamma che non vede da 15 anni. Si fanno prendere dai ricordi, anche se lui è molto più giovane e lei si sente vecchia, anche in quanto madre. La costruzione del testo li porterà inevitabilmente nel letto, ma ne usciranno entrambi insoddisfatti e delusi.

Il sesto, "Il dottor Havel vent'anni dopo" [Doktor Havel po dvaceti letech (1968)] ritorna sul tema del Don Giovanni, riproponendoci, vent’anni dopo, il dottore presente nel quarto testo. È rimasto seduttore teorico, come all’epoca, anche se ora è felicemente sposato. E quando questo suo ruolo di Casanova senza conclusione gli viene riconosciuto, si sente soddisfatto, ed a noi mette una tristezza senza fine.

Il settimo, infine, "Eduard e Dio" [Eduard a Bůh (1968)] chiude il cerchio dell’ironia e della risata mancata o forzata. Dove vediamo l’insegnante Eduard cercare di conquistare l’inflessibile e credente Alice, che usa il cristianesimo per opporsi al comunismo imperante. Per conquistarla Eduard si finge (o palesa) cattolico, diventando un martire del sistema, dove, in quanto cattolico, viene emarginato. In questo modo però Alice decide di violare il sesto comandamento, ma Eduard si accorge che in questo modo Alice ha perso l’aura di desiderabilità.

Ho volutamente saltato il quarto, "Il simposio" [Symposion (1968)] che è il più lungo ed articolato, tutto spezzettato in brevi frammenti in cui i cinque personaggi presenti in una struttura ospedaliera discettano dei temi presenti negli altri sei testi. C’è il primario, sposato, ma con una dottoressa diventata sua amante, anch’essa presente. C’è il dottor Havel, il Don Giovanni che resiste ai tentativi di seduzione dell’infermiera Elizabeth. E c’è il giovane assistente, che pensa di conquistare l’amante del primario mentre forse altre sono le mire a cui è sottoposto. C’è una piccola storia che lega le oltre cinquanta pagine del racconto, ma quello che interessa Kundera è il modo dei vari personaggi di discettare sull’amore, sulla seduzione, sulla fedeltà, ed ancora sugli aspetti delle persone. Esempio lampante, Elizabeth che non ha una bella faccia, ma, nuda, ha un corpo stupendo.

Detto quindi del modo di costruire le storie, della vena che sorregge Kundera nei dieci anni di scrittura dei vari pezzi, dobbiamo anche dire che, anche se non mi entusiasmano, capisco come abbiano dato fastidio ad un regime ferreo come quello ceco che, come tutti i regimi comunisti negli anni ’60, almeno a livelli dirigenziali, avevano un senso dell’ironia vicino allo zero, ma dalla parte negativa.

Insomma, ho sicuramente letto cose per me più coinvolgenti scritte da Kundera, ma sono altresì contento di aver riempito questo piccolo tassello mancante.

Ho deciso questa volta di continuare con le gradazioni similari, portando sul piatto delle citazioni una serie di autori di diversa estrazione geografica.

Cominciamo con la francese Yasmina Reza dove ne “Il dio del massacro” si esprime sul problema dei figli in tarda età:

“Michel – I figli ci portano alla rovina … Ho … [un amico] che sta per avere un figlio da una nuova ragazza. Gli ho detto, un figlio alla nostra età, che follia! I dieci, quindici anni decenti che ci restano prima del cancro o dell’infarto vuoi romperti le palle con un marmocchio?” (67)

Proseguendo sempre in Francia con Dominique Fernandez e le sue massime etnologiche in “Porporino ovvero I misteri di Napoli”

“La quintessenza dello spirito napoletano: coscienza della propria buffoneria, auto derisione, orgoglio di questa coscienza, rifiuto di lasciarsi imbrogliare.” (81)

“Non bisogna mai chiedermi di superare un ostacolo per cercare di raggiungere uno scopo … Io sopprimo i limiti per il solo piacere di sognare.” (187)

C’è poi il polacco Mariusz Szczygieł nei bellissimi mini-racconti di “Reality”, dove la terza citazione va pensata a fondo

“Vivo o fingo di vivere? Tutti questi appunti, queste statistiche, non saranno solo un modo per ingannarmi? … Volevo amare, ma desideravo anche essere amata.” (35)

“Quelli che vivono murati dentro al proprio segreto, finiscono per morire di crepacuore.” (45)

“Non dica mai che è troppo presto per qualcosa. Si renderà conto in fretta che è già troppo tardi per tutto.” (55)

“Lo stile di vita di un pensionato non ha a che fare con la sua età anagrafica, bensì con le sue convinzioni.” (142)

C’è lo svedese Jonas Jonasson che parla dei pensionati ne “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve”

“Lei è un pensionato …. Particolare che gli fece capire che, contro tutte le previsioni e senza averci mai pensato prima, era inaspettatamente invecchiato. E lo attendevano ancora molti, molti, molti anni di vita.” (435)

Finendo con l’inglese Nick Hornby ed il libro sulla passione calcistica “Febbre a 90’”

“Gli ossessionati [del calcio] … devono mentire. Se dicessimo sempre la verità, non riusciremmo a mantenere rapporti con chi vive nel mondo reale.” (8)

“Una volta credevo … che crescere e diventare adulti fossero due cose analoghe. … Adesso penso che diventare adulti sia una cosa dominata dalla volontà, che si possa scegliere di diventare adulti.” (97)

Di politica non parlo più sperando che tutte le armi tacciano o continuino a tacere. Vorrei parlare di viaggi ma non ci sono novità. Ed allora, rallegriamoci solo per i primi compleanni di questo nuovo anno. Auguri a Mirella, Giorgio, Lorenzo, Guglielmo, Guido, Otto, Cesare e Chicca (e non si fanno auguri in anticipo). Abbracci a tutti.

Nessun commento:

Posta un commento