lunedì 7 maggio 2012

Italiani non mondadoriani - 07 agosto 2011

In questa che forse è una delle ultime trame estive, vedremo un po’, rimaniamo ancora in Italia, e magari con qualcosa di giallo intorno. Ma con un po’ di respiro ampio, lasciamo da parte Mondadori & C, e ci dedichiamo a editori più consoni. Un Marcos y Marcos, che fa sempre piacere che scova piccoli gioiellini nascosti. Un Sellerio, che non fa mai male. Ed uno dei tanti noir di Repubblica, con i vari alti e bassi delle scelte editoriali.
Cominciamo con un molteplice omaggio, alle librerie, ai gialli ed ai loro estimatori.
Lello Gurrado “Assassinio in libreria” Marcos y Marcos euro 12 (in realtà, scontato 8,40 euro)
[in: 13/10/2010 – out: 19/02/2011]
[tit. originale; ling. or.: italiano; anno 2008]
Una specie di multiplo omaggio. Comperato per festeggiare la riapertura di Feltrinelli Repubblica dopo mesi di chiusura, un libro che è stato scritto per “festeggiare” la chiusura di una bellissima libreria, la Libreria del Giallo di Milano, gestita dalla bravissima Tecla Dozio. E pieno di scrittori gialli dalla prima all’ultima riga. Un grande divertissement, non stravolgente la letteratura mondiale, ma capace di termini sulle spine per vedere come si muovevano i vari personaggi. Tanto che l’ho letto in una notte! Non conoscevo il giornalista Natale detto Lello, settantino barese emigrato da sempre a Milano. Ma mi ha divertito, con i suoi alti e bassi dello scrivere, senza essere né troppo pedante, né troppo “riverente” (quando si mette in campo un Camilleri che indaga si rischia grosso). Il meccanismo è semplice ed intrigante: alla festa per i dieci anni della libreria sono invitati tutti i giallisti italiani in un ricevimento informale nella libreria. E vi si trovano tutti i miei scrittori, Camilleri, Lucarelli, Carlotto, Fois, la Vallorani, Faletti, Pinketts, Colaprico, Biondillo (tanto per citare a memoria quelli che ricordo). E poi gli appassionati che da sempre frequentano via Peschiera. Non ultimo (e non vi dirò chi è) l’assassino che con il cianuro uccide la Tecla. Ad un certo punto arriveranno anche gli stranieri, Lansdale, Connelly, Mankell, la George, la Vargas, Taibo II ed altri. Ma questa è la presenza un po’ “inutile”. Una celebrazione, ma poco funzionale alla storia, se non per ribadire la conoscenza e frequentazione di tali scrittori, e sottolinearne gli inevitabili tic. Dalla morte di Tecla si diparte il duplice binario della storia. Le gesta dell’assassino da una parte, e l’inchiesta condotta sì dalla magistratura e dalla polizia, ma dove una loro parte non da poco fanno i giallisti ed i risolutori di misteri. Misteri che inducono a coinvolgere anche personaggi esterni, ma sempre a me cari, non ultimo l’ottimo Bartezzaghi (manca solo il buon Ennio, ma siamo a Milano e non a Roma). Il divertissement è far agire gli scrittori come i loro personaggi eponimi, in un gioco di specchi e di rimandi. Quindi, mentre tutti si danno da fare alla ricerca della soluzione, vediamo in controluce entrare in scena il commissario Montalbano, Lazzaro Santandrea, il commissario Binda, l’ispettore De Luca. Qualche pezzo salta (mi sarebbe piaciuto vedere anche l’Alligatore, ma non si può avere tutto). E di passaggio in passaggio, alla fine tutto si scioglie ed i fili si snodano abbastanza piacevolmente. Mi è rimasto un solo dubbio per tutto il libro: ma è così facile procurarsi del cianuro che nessuno ha pensato come poteva averlo trovato l’assassino? Che questo è l’unico filone di cui non si accenna mai durante l’indagine. Alla fine, in ogni caso, un bel divertimento di testa, dove non posso non citare un altro punto positivo del buon Lello: una pagina deliziosa dedicata al grande Sanatonio, mitico ispettore francese che accompagnò le mie prime frequentazioni parigine, aiutandomi a capire la lingua ed a farmi innamorare del noir. Ti tengo d’occhio, Gurrado!
E continuiamo con un doppio Camilleri, che non guasta mai.
Andrea Camilleri “Il tailleur grigio” Noir Repubblica euro 7,90
[in: 30/06/2010 – out: 01/04/2011]
[tit. originale; ling. or.: italiano; anno 2008]
Ma quale nero! A me pare un romanzo di rimpianti. Dopo molte resistenze dovute all’urgenza di altre letture (unita al fatto che, spesso, almeno nell’ultima produzione, il Camilleri senza Salvo non mi piace tanto) finalmente leggo il primo volume della serie dello scorso anno di Repubblica Noir. Diciamo subito (anzi, lo ripeto) queste operazioni commerciali mi stanno stufando. Come si può contrabbandare per nero un libretto dove non ci sono morti “seri”, non ci sono ammazzatine, al più c’è un senso di “signora del male” che accompagna la seconda moglie del protagonista. E tutto il noir si concentra: a) nella copertina; b) nel risvolto di copertina dove l’ignoto estensore paragona Adele alle donne fatali di Maupassant e di Pierre Louÿs ed altri ottocenteschi francesi. Mi sembra poco e fuorviante. La narrazione in sé (in quel vigatese che abbaiamo ormai imparato a conoscere) narra della breve vita felice (come direbbe Hemingway) di un funzionario di banca, preso nel giorno della sua andata in pensione. Momento di bilanci e di slanci. Si fanno i conti con la vita passata, con le decisioni (sul filo della legge) che un (alto) funzionario di banca siciliano deve prendere per mantenersi (più o meno) al di qua della legge. Si fanno i conti con il figlio sposato ed in attesa, ma lontano, nella nebbia londinese, figlio di primo letto, fuggito dalla Sicilia ingrata all’invaghirsi il padre della giovane vedovella Adele. Si fanno i conti con la morte della prima moglie. E con la storia d’amore (appassionata e dolente, meritevole forse di un’analisi migliore della mia penna su motivi che spingono ad avvicinarsi e rimanere attaccati esseri di mondi lontanissimi) con la bellissima Adele. Vedova di un suo sottoposto inutile, schiantatosi in moto. Vedova che tutti concupiscono, ma che solo lui, triste ma rispettoso, riuscirà ad impalmare. Cominciando una vita pubblica di grande effetto. Lui funzionario e redine economica della casa. Lei patrocinante tutte le cause pubbliche, presenzialista, e poi, dati i non pochi trentanni di differenza, grande fattrice di ramificazioni cornificanti sulla testa del funzionario. Che accetta, perché … perché ci sono cose difficili da spiegare, e poi nei suoi confronti è sempre premurosa. E non mette più quel tailleur grigio che indossava al funerale del primo marito. E rimane premurosa quando al funzionario pensionato come a molte persone di quell’età viene un piccolo cancro alla prostata. E lo cura ed accudisce finché lui non guarisce. Rimetterà il tailleur grigio quando lui ritorna a casa dall’ospedale? Lasciamo ai pochi lettori di scoprire la fine della trama. Ma, appunto, come sopra indicato, non un nero, ma un libro di rimpianti, di ricordi, di cose che sono successe, di somme da tirare e conti da far quadrare. Soprattutto con sé stessi. Non mi è piaciuto come libro in sé, non mi è piaciuto come libro di Camilleri, mi piace domandarmi alla fine se saremo capaci, prima o poi, di avere l’onestà di fare due conti. Ah, saperlo.
Andrea Camilleri “Gran Circo Taddei e altre storie di Vigata” Sellerio euro 14 (regalato a mamma)
[in: 01/04/2011 – out: 08/04/2011]
[tit. originale; ling. or.: italiano; anno 2011]
Racconti, e già questa da qualche punto in meno. Quasi tutti leggibili (forse l’ultimo…) ma un gran sottotono. Vedremo. 8 racconti di una quarantina di pagine ognuno. La costruzione risulta decente, hanno un loro ritmo, molto dovuto alla lingua vigatese che viene usata. Ed anche la maggior parte vi è anche ambientata. Ed ambientata sempre negli anni del fascismo. Solo uno è totalmente fuori Vigata, tutto si svolge a Palermo, ed è il penultimo in ordine di gradevolezza. Il peggiore, come detto, è l’ultimo che sembra quasi voler tirar via le pagine, senza un costrutto reale. Altri poi gli elementi di comunanza. In quasi tutti ci sono storie se non proprio d’amore e di sesso, dove però l’elemento rapporto uomo – donna ha un suo peso nell’equilibrio della vicenda. Ma non vorrei trattarne isolatamente, che poco senso ha dirne la trama o le invenzioni o i meccanismi di costruzione di suspense o di scioglimento della vicenda (mai del mistero che non siamo nel lato giallo del siracusano). Ma li penso come ad un corpus unico, quasi un tentativo di trasportare in terra siciliana vicende diverse co-ambientate. Del tipo di quelle scritte dal buon Andrea Vitali per il suo micro-cosmo sul lago di Como. Questo però mi fa tornare in mente quanto siano di minor efficace le storie senza Montalbano. Che il commissario da una sua robustezza all’intreccio, anche nelle sue prove minori. Camilleri, nei primi libri pre-Montalbano aveva ancora forza, vigore, idee, curiosità. Insomma, era una lettura piacevole ed intelligente (rammento sempre le risate con “Il birraio di Preston”). Poi si è un po’ involuto. E, continuo a pensarlo anche di queste, sembra diventato una macchina da produzione. Una fattoria dove il quasi novantenne scrittore butta là delle ideuzze, e quale baldo giovane ne trae storie e storielle. Che poi l’autore sciacqua e risciacqua. Ma che alla fine risultano annacquanite assai. Così queste, dove c’è qualcuno che si innamora, qualcuno che viene messo alla berlina, qualche scherzo feroce, qualche risatina. E tuttavia non si affonda mai. Rimane tutto in superficie. Sì, il tocco di Camilleri si avverte quando fa intervenire qualche elemento imprevisto, qualche scivolata che non ti aspetti. Però niente risate, niente ammiccamenti, niente godimenti intellettuali tampoco. Non che ci si aspetti sempre “alte vette”, ma non mi accontento di queste pur lussureggianti pianure. Speriamo nel ritorno presto ed alto del commissario. Intanto, pregherei la Sellerio di licenziare in tronco il perfido Salvatore Silvano Nigro, che mi deve spiegare dove ha visto “la costruzione cinematografica di Tarantino” in queste vicende. Ma si vada a leggere Bunker per capirne qualcosa.
Beh, qualche sassolino dalle scarpe me li sono levati. Serviranno? Non si mai, intanto servano a me che sono più contento. Sperando che venga meno umido nei prossimi giorni.

domenica 6 maggio 2012

Agosto in giallo italiano - 05 agosto 2011

Dopo una puntata di alto giallismo, una puntata di basso e puramente di segnalazione. E proprio perché siamo in estate parliamo di Gialli Mondadori. Da quando Costanzo ne firma la direzione, sono diventati a poco a poco sempre meno leggibili. E quando si pubblicano autori italiani, sembra far in modo di scegliere o qualche cosa di poco sopportabile (tipo Tordi, che, tra l’altro è sceneggiatore per Mediaset) o di abbastanza antico da perdersi nelle nebbie (il libro della Grimaldi). Per non parlare del doppio volume di Novelli e Zarini, che altrove è uscito in un unico libro (e spero che molti NON lo abbiano comperato).
Soffriamo un po’ allora.
Simone Tordi “Luna in Scorpione” Mondadori euro 4,20
[in: 03/09/2010 – out: 12/01/2011]
[tit. orig. Nero Luna e Scorpioni nel cervello; lingua italiano; anno 2010]
La mia solita passione “perversa” verso il giallo italiano, in particolare quello de “Il Giallo Mondadori”, questa volta è stata miseramente punita. Uno dei punti più bassi dello scrivere. Non perché non ci siano degli spunti. Ma è la voglia di “épater les bourgeois” che travolge il buon Simone. Inoltre c’è un grosso calo di qualità da quando Costanzo è direttore della collana. Tordi, inoltre, è uno sceneggiatore di Mediaset (Elisa di Rivombrosa, tanto per citare la sua più nota fatica). Torniamo comunque al libro, che unisce nel titolo i due elementi dei due racconti lunghi che ne costituiscono il corpo. Luna da “Nero Luna”, dove questo non è altro che il cognome dell’ispettore Marco Luna. Il racconto che lo vede protagonista è tutto imperniato sulla sua figura di perno di una squadra anti-crimine, che però (tipo “Uno bianca”) è ben dedita ad attività ai margini ed anche fuori la legge. Luna, in un delirio di onnipotenza, da un lato cerca di risolvere furti ed omicidi, e dall’altro gestisce riciclaggi, spaccio e racket di prostitute. Dov’è il giallo? Assente, perché si risolve nella caccia ad un uccisore di bambine. Tutt’al più nero. Forse fosco. Assistiamo alla squadra che ruba, uccide, commissiona stupri. In un vortice in cui sono tutti cattivi e/o pessimi. Fino allo scontro finale con una banda di spacciatori, capeggiata dal figlio di Luna. E non vi dico come va a finire. Scorpione invece da “Scorpioni nel cervello”, scorpioni che il commissario Mattei alleva in ricordo dei tre figli nati morti dalla moglie. Commissario che per tutto il romanzo ingaggia una lotta senza esclusione di colpi con il cattivo, incarnato nella figura di Don Luca, prete per sbaglio, ma assassino, drogato, legato al clan dei nigeriani, ed altre amene nefandezze. Prete che uccide i barboni a colpi di crocifisso. C’è bisogno di dire altro? Capite anche voi che anche qui cercherà di mettere tutta la cattiveria del mondo. Ma senza forza. Ogni volta con dettagli più crudi così da tirare fuori “la violenza della vita quotidiana”. Ora, ben altri scritti ne hanno tirato fuori orrori e nefandezze. Tratteggiando personaggi reali. Qui, l’unica cosa reale era la pagina che cercavo di girare più in fretta possibile. Nella lotta tra i due, si inserisce poi un assassino seriale (di quelli che mettono il cuore in mano alle vittime…). Lo scritto non scioglie i nodi. Non porta a conclusioni. Serve solo a far vedere quanto Tordi sia bravo a scrivere scene violente. O a descrivere gli incubi del prete o del commissario. Tutto senza che mi muovesse una corda, di empatia, di interesse, o altro. Ripeto, si vede che comunque Tordi si è laureato al DAMS, che sa scrivere. Ma pretende troppo, vorrebbe che si vedessero in controluce, trame intricate, intrecci, psicologismi. Quando al più si torna sempre lì: un buon giallo da stazione, che si compra a Roma e si cestina a Santa Maria Novella. Peccato. In genere, gli autori italiani che ho letto finora hanno sempre avuto un qualcosa da salvare. Qui, no.
Andrea Novelli & Gianpaolo Zarini “Per esclusione 1°” Mondadori euro 4,20
[in: 04/02/2011 – out: 24/03/2011]
Andrea Novelli & Gianpaolo Zarini “Per esclusione 2°” Mondadori euro 4,20
[in: 04/03/2011 – out: 25/03/2011]
[tit. originale; ling. or.: italiano; anno 2008]
Ho riflettuto a lungo se considerarli 2 libri o 1 solo. Alla fine, mi è sembrata più giusta la seconda soluzione, dato che, in effetti, si tratta di un lungo romanzo, uscito in Mondadori in due parti. In genere i libri così hanno le due parti auto-sufficienti. In questo caso, invece, se non si leggono di seguito, non si capisce molto. Quindi, un forte biasimo alla Mondadori, per questa scelta editoriale (e d’altra parte, ho già lanciato i miei strali con il nuovo direttore della collana, Maurizio Costanzo), anche perché il romanzo era uscito in Marsilio in volume unico. In questo modo, chi avesse voluto leggere la fine della storia, ha dovuto spendere 8,40 euro, invece dei classici 4,20 dei Gialli Mondadori. Secondo punto, e fondamentale, a demerito: è proprio una storia banale, scritta onestamente, ma prevedibile e senza pathos. Ma quale thriller gotico! Ed altre panzane. Tra l’altro (tanto per entrare subito nell’irrealtà) un elemento di soluzione (non l’unico) del poliziesco è un acrostico. Peccato, che l’azione si svolge a New York, quindi i personaggi dovrebbero parlare inglese (sono americani), e l’acrostico funziona solo se scritto in italiano! Scarsa coerenza. Questo è un altro degli elementi che mi hanno convinto poco. Un romanzo tutto “americano” scritto da italiani. Avrebbe senso se fosse funzionale a qualcosa. Io invento una situazione, ovunque nel mondo, e voglio comunicare delle idee. Ma qui la scelta è solo funzionale ad inseguire mode ed altre gialle banalità. Rende molto, editorialmente parlando, collegarsi al classico americano. Si mettono in mezzo “profiler”, forse anatomo – patologi alla Scarpetta, ed un po’ di nero, pescando a piene mani nel vasto serbatoio anglo-sassone. Si crea anche un po’ di suspense, facendo credere che il colpevole sia il meno improbabile dei colpevoli. E ci si butta sull’efferato, che colpisce tanto l’immaginario, e fa vendere. Si uccidono bambini, e questo vende (anche se a me ogni volta che ne leggo mi domando non come si fa ad ucciderli, che purtroppo ne vediamo continuamente, ma a scriverne). E si inventa un meccanismo di una perversione unica: il cattivo rapisce due fratelli e chiede ai genitori di scegliere chi salvare (non a caso, verrà chiamato Salomone). Questo potrebbe innescare un filone di riflessioni, ma i nostri autori fortunatamente non ci si avventurano più di tanto. Che laddove lo fanno, riescono a scrivere le pagine più pallose e piene di ovvietà. E tutti i personaggi risentono di questa mira all’effetto e non alla sostanza. La competizione tra i due poliziotti, le amnesie dell’uno, l’immissione di una donna nel team di ricerca. Tutto potrebbe portare ad effetti, a risvolti imprevisti, a situazioni non dico drammatiche, ma quanto meno che tengano sul filo. Ma tutto si risolve in un modo piatto di scriverne, e si arriva alla fine solo perché, anche se senza sussulti, è scritto in maniera scorrevole (a volte questo non è neanche un pregio). Ed alla fine, risolto il risolvibile, mi restano tutti i perché. Perché pubblicarlo in due volumi? Perché ambientarlo a New York? Quale idea, diversa dalla pura costruzione di un meccanismo per far soldi, ci può essere dietro? Quale messaggio, psicologico, o almeno di vita quotidiana, vuole inviare a noi poveri lettori? Il nulla assoluto. Speriamo che la collana si risollevi prima o poi, che le ultime prove mi hanno solo lasciato amaro in bocca. E spero che l’avvocato e l’ingegnere scrivano cose migliori in futuro.
Laura Grimaldi “La colpa” Mondadori euro 4,20
[in: 03/12/2010 – out: 21/05/2011]
[tit. originale; ling. or.: italiano; anno 1990]
Da un po’ di tempo non riprendevo in mano un giallo italiano della Mondadori. Ed è stato carino riprenderlo con una scrittrice, da me non letta, ma che ben conosco quando, a cavallo degli anni settanta, era la responsabile dei mitici Urania. Dopo un lungo percorso, che la porta, fuori da Mondadori, ma sempre sulle ali del giallo, continua ad occuparsi di letteratura (ora con Il Saggiatore) ed a scrivere. Qui troviamo un omaggio che il nuovo direttore della collana (il famigerato Costanzo, di cui ho già tanto parlato male), anche se (come al solito da malcostume) non si cita il fatto che il libro in questione ha ben 20 anni sulle spalle. Di fatti, durante la lettura, c’era un po’ di aria datata, anche se la Grimaldi, dopo anni ed anni di editor, se la cava bene nel lasciare al massimo atmosfere senza tempo. Dal punto di vista generale, non mi viene di considerarlo un “giallo” puro: certo, c’è un morto (anzi una morta), e sembrerebbe anche che qualcuno cerchi che l’ha uccisa. Ben presto (anche per la struttura narrativa che usa la Grimaldi) ci si trova di fronte a due storie parallele: quelle dei fratelli Faliverni. Uno, Alfiero, accusato dell’uccisione di Corinna. L’altro, Aleardo, sospeso tra capire il fratello, cercare la verità, e, soprattutto, cercare sé stesso. Ben presto, per gli adusi del genere, la trama gialla risulta debolina e trasparente. Ma il libro, come detto, parla d’altro. Parla della vita in carcere di Alfiero che aspetta di essere incriminato, e che deve affrontare in carcere molte prove di “sopravvivenza”. E dove arriverà a capire un tipo di mondo che fino ad allora non aveva considerato. Riflessione che sottoscrivo, e che rinforzo: molti aspetti della vita del carcere sono noti solo per “leggende metropolitane”, e lo scoprirle “in vivo” è comunque un trauma, anche se in carcere ci si passa solo da invitati. E parla della vita fuori del carcere di Aleardo, alle prese con una moglie che non ama, con donne che desidera, con un lavoro che lui ama, ma soprattutto con la presenza-assenza del fratello. Quello che era sempre il cocco di mamma, quello bravo a scuola, quello laureato. Mentre lui è quello fuori le righe, che si emargina, che non ha studiato, ma che ora ha questo interessante mestiere di vetraio tra le mani, mestiere che gli riempie la vita. Dicevo della dualità, perché i capitoli sono poi scanditi uno in soggettiva da Aleardo, e l’altro in oggettiva sulla vicenda. La Grimaldi (oltre a qualche stoccata sul carcere) non manca di mandare qualche strale ai magistrati, ai pubblici ministeri e agli avvocati in genere (tutti tesi ai propri interessi, senza quell’anelito alto alla giustizia che sembrerebbe dover essere il motore della legge, e, come ben sappiamo, non lo è). Alla fine, si legge con discreta facilità, e risulta di un decente livello di coinvolgimento. Niente di stratosferico, né da far cambiare il corso dei propri pensieri. Onesto. E questo, di questi tempi, mi sembra un aggettivo da tenere in grande considerazione.
“Non avevo niente di mio da dire. Amavo semplicemente interpretare ciò che altri avevano espresso.” (80)
Per consolarvi, vi segnalo una libro che mi indica Paola da Genova, che non ho letto, ma il cui autore non mi sta molto simpatico. Ma, nel rispetto di tutte le opinioni, non censuro e cito: Mario Vargas Llosa “Avventure della ragazza cattiva”. Giorni di lavoro casalingo e poco riposo e molto caldo. In attesa che finiscano.

sabato 5 maggio 2012

Agosto in giallo classico - 03 agosto 2011

Per molti (ma non tutti) cominciano le ferie agostane, quindi dedichiamoci a qualcosa di più leggero, anche se, come riportato nel titolo, sempre nel solco del classico. Due sono proprio classici, e di autori robusti: lo pseudonimo dei cugini in arte Ellery Queen e la nascita del mito di Chandler. L’altro, seppure autore poliedrico, è un sentito omaggio al recente giro sudamericano.
Ellery Queen “Il re è morto” Repubblica Giallo euro 5,90
[in: 2005 – out: 08/02/2011]
[tit. or.: The King is dead; ling. or.: inglese; anno 1952]
Un giallo classico, di buona fattura e di robusto autore (o meglio autori, visto che Ellery Queen è lo pseudonimo adottato dai cugini Frederic Dannay e Manfred Bennington Lee). Prima di entrare nello specifico, parto di tangente per segnalare un merito che ha avuto questo libro nel colmare una mia lacuna. Ellery visita ad un certo punto un appartamento con una collezione vastissima di dischi di tutti i generi, anche autori “moderni” e ne elenca un dotto numero. L’unico che non conoscevo è tale Toch. Visto che non si è curiosi a caso, ne cerco informazioni e, assai sorprendentemente, trovo invece che dovrei conoscerlo. È, infatti, l’inventore del “canto-parlato” di cui la sua opera migliore è la “Fuga Geografica”, quella che inizia invocando “Ratibor”, e che non è altro che la parte finale dello spettacolo di Rosa! Ah, che intreccio. Torniamo al testo. Intanto la difficile traduzione del titolo. Non perché non sia tradotto giusto. Ma tutta la storia si basa sulle minacce di morte che riceve il perno del romanzo, che, ricco sfondato, gestore di azioni e aziende, si fa chiamare … King. I nostri due cugini organizzano al solito un bel montaggio di attività e preparativi (fisici e psicologici) per arrivare al dubbio ed al giallo. Tale King vive la maggior parte del tempo sulla sua isola privata, con i suoi due fratelli (Abel e Judah), la moglie Karla ed uno stuolo di scienziati, militari e medici, ed altro. Riceve una minaccia di morte che lo avverte dove e come sarà ucciso. La bellezza del mistero è che, a quell’ora ed in quel momento, King si troverà in una stanza chiusa e blindata. Il resto (cioè tutta la prima parte) è un po’ noiosa e stanchina. Sì, serve ad introdurre i personaggi. A convincere Ellery ed il padre Ispettore di rimanere sull’isola per scoprire il mistero. Ma prende poco. Già un omicidio su di un’isola è di difficile gestione (bisogna avere abilità per non cadere in tranelli vari). Poi, l’omicidio in una stanza chiusa è uno dei primi eponimi del giallo. Un omicidio (o tentativo, certo non ve lo dirò io), in una stanza chiusa in un’isola è una specie di elevazione al quadrato del problema. Ma tolta appunto la prima parte farraginosa, la seconda metà è scorrevole, piena di domande, di soluzioni, e di contro-soluzioni. Alla fine il buon Ellery troverà il filo tenue dell’intricata matassa, e proverà a seguirlo ed a scioglierlo. Il finale è di buon livello, dove tutti i nodi che si sono accumulati per strada trovano il modo di essere sciolti e dispiegati. Con una punta di cinismo finale, che tuttavia non guasta, e lo rende un po’ più attuale della sua età. Ma si sa noi anziani, quando ci si mantiene in forma, sembriamo sempre molto più atletici dell’età anagrafica. Che gli anni sono quelli che si mostrano, non quelli che si hanno. Qui un po’ ci sono, ma meno dei quasi sessanta anagrafici. Ed è sempre un piacere leggere il buon Queen (evito di fare battute scontate su di uno scrittore che si firma Queen e che scrive un libro che si chiama King, e tutto nell’anno della morte di Re Giorgio VI e dell’ascesa al trono di Elisabetta II, che è vero sono inglesi, ma sempre affascinavano i nostri cugini americani un po’ snob).
Luis Sepúlveda “Un nome da torero” Repubblica Giallo euro 5,90
[in: 2004 – out: 12/03/2011]
[tit. or.: Nombre de torero; ling. or.: spagnolo; anno 1994]
Ne lessi i primi capitoli anni fa in un casale reatino, ma mi fermai al terzo. Poi non era mio e lo lasciai lì. Ora, dalla biblioteca della mamma, l’ho ripreso, e non mi sono fermato sino alla fine. Seppur pubblicato nella mega collana di Repubblica “Le strade del giallo”, lo ritengo tutto (o almeno tanto) ma non un giallo. C’è un po’ di suspense, si thrillereggia un po’, ma non è quello (per me) il nodo del romanzo. Il nodo sta nel crollo delle certezze del mondo post-89, e nella sua ricostruzione. Nel crollo degli ideali rivoluzionari e nell’adattarsi all’ora. Ma anche nella critica, sempre ed ovunque in Sepúlveda, di tutti gli –ismi, anche se alcuni vanno anche combattuti, fino in fondo. Ed infine nella solidarietà degli ultimi, vuoi essi gli emarginati di Amburgo o gli sperduti abitanti della Patagonia (e ci si riuscirà un giorno ad andare?). Così, il nostro buon cileno intreccia un po’ di sue storie personali (i desaparecidos cileni in prima linea, ma anche la fuga in Europa, l’odio per i traditori che andavano ai concerti degli Inti Illimani per riconoscere i fuorusciti) con una storia di amicizia e di fuga al contrario, dall’Europa verso la “sua” Patagonia. Molte, un po’ alla maniera delle cantate del Sud, sono le storie che si affacciano alle pagine. Trafilata vediamo la storia di amicizia tra lo sfortunato Ulrich che non riesce a scappare dalla Germania Est ed il riflessivo Hans che fugge con il bottino, ma che preferirà vivere del suo aspettando il ritorno di Ulrich. Poi la storia di Frank, ex-spia della Stasi che non riesce a riciclarsi nel nuovo mondo. E quella di Juan (il Sepúlveda mascherato) che cercherà di risolvere l’inseguimento ad Hans, a Frank e a tutto il suo passato, solo per amore di quella Veronica costretta all’autismo dalla brutalità pinochettiana (e non svelo nulla, che tutto viene detto nelle prime pagine). Con quel leit-motiv del nome da torero (perché Juan Belmonte è stato IL torero, quello che ha portato la tauromachia nell’era moderna ed è stato UNO degli interpreti di ‘Morte nel pomeriggio’ di Hemingway), che non viene mai portato fino in fondo, ma sempre lasciato un po’ lì, sospeso. In fin dei conti, un libro dolente, che gira e rigira intorno ad una ferita ancora aperta, senza riuscire a medicarla fino in fondo. E non un romanzo totalmente riuscito, anche se dignitoso. A me, come accennato sopra, rimarrà ancora negli occhi il desiderio di vedere Ushuaia, Punta Arenas e le praterie della fine del mondo.
“Perdere è una questione di metodo [poi ripreso due anni dopo dall’amico Gamboa per il suo libro]” (20)
“Quando … [sei partito]… non avevi nemmeno un capello bianco, e ora ti ritrovi con la testa di due colori, come se una parte fosse un negativo malamente conservato di quello che eri, e l’altra una copia ancora peggiore di quello che sei” (106)
Raymond Chandler “Il grande sonno” Repubblica Giallo euro 5,90
[in: 2004 – out: 16/03/2011]
[tit. or.: The Big Sleep; ling. or.: inglese; anno 1939]
La nascita di un mito. Chandler ha cinquanta anni ed è al suo primo romanzo. Certo, sono cinque – sei anni che scrive racconti. E la sua vita non è stata “pipe e pantofole” sino ad allora. Americano emigrato in Inghilterra, dove studia e si accosta ai classici, partecipa alla prima guerra mondiale combattendo in Francia, e poi mille altri mestieri di ritorno in America. Da qui, in poi, il successo. Hollywood, fama, denaro, e alcool molto alcool, sino alla morte settantenne per polmonite alla fine degli Anni Cinquanta. Ma è qui, in questo romanzo, che getta le basi non solo della sua fortuna, ma di tutta una letteratura che allora sembrò solo di genere (hard boiled veniva chiamata, per la crudezza delle rappresentazioni della vita quotidiana, le morti, la vita al limite e spesso al di là della legge), ma che riletta attentamente è stata anche giustamente accostata al modernismo. Quel filone di rinnovamento del romanzo mondiale che nei primi 40 anni del secolo scorso aveva come alfieri Pirandello, Kafka, Hemingway, la Woolf e tanti altri. Accostata, che Chandler non è “solo” modernista. Mette in scena quello che vede (e che sente) nei bar e nei bassifondi di Los Angeles, ma anche nelle ville dorate della California con gli stanchi ricchi che non sanno come spendere il loro non sudato denaro. E segue il tutto con gli occhi di un investigatore privato. Non tanto uno che cerca di guadagnarsi la vita inseguendo divorzi e piccole frodi. Ma qualcuno che vive la vita quotidiana della città, ne conosce gli alti e i bassi. E soprattutto, mette in campo questo Philip Marlowe che ci sorprende ad ogni piè sospinto per la presenza di una sua etica. Non diciamo una dirittura morale, che sarebbe impropria, ma un’etica sì, basata sul rispetto del cliente, sulla convinzione che, pur esistendo un lato in ombra in ognuno, non si possa andare oltre un certo limite. Ed imbastisce una storia, forse datata in alcune parti, ma certo molto meno confusa, leggendola, di quello che se ne dice senza conoscerla. O conoscendo solo i suoi risvolti cinematografici. Certo, Marlowe è molto Bogart, con l’impermeabile beige e la sigaretta in bocca, e la non curanza con cui guarda una donna senza vestiti ma che non tocca (etica, etica, ed altro). Ma, per me, è anche stemperato da una punta di Elliot Gould, piuttosto che intristito nella vecchiaia di Robert Mitchum. E molta della confusione viene proprio dal film, che, sì, è quello confuso, perché nel film vengono fusi due romanzi di Chandler, e se ne affida la sceneggiatura a quel mostro di bravura letteraria che era William Faulkner. E viene messa più in positivo di quanto sia nel libro la figura di Vivian, che è stupendamente interpretata da Laureen Bacall, al tempo del film ancora moglie di Humphrey. Con l’invenzione del finale pirotecnico della morte del cattivo Eddie Mars. Tutto questo non c’è nel libro. Che parte dalla ricerca della soluzione di un ricatto ai danni del padre di Vivian da parte di Marlowe, prosegue con la ricerca dello scomparso marito di Vivian stessa, e con la soluzione di questi due misteri. Certo, compare Eddie Mars, che comunque è il re dei cattivi di Los Angeles, e compare la lotta senza quartiere tra lui e Marlowe. Ma qui, nel libro, non si va oltre la soluzione dei misteri proposti. Lasciando ad altri libri cosa succederà, forse, dopo. Nel libro non possiamo far altro che seguire Marlowe che, passo dopo passo, svela le magagne che si presentano, fa un po’ il buon samaritano con la bionda che si sta perdendo ma forse no, beve a tutto spiano. E seguiamo l’uso sapiente del dialogo, questo puro elemento di novità che Chandler maneggia benissimo, un po’ sulla falsariga di come scriveva il giovane Hemingway (che aveva 10 anni meno di lui). E l’uso asciutto delle descrizioni, un po’ paradossali ma efficaci (come quella che cito sotto), inseguendo le citazioni trasversali che l’intellettuale Chandler mette qua e là, anche se pochi se ne accorsero al tempo. Come, quando, mirabilmente, per spiegare il comportamento poco ortodosso della sorellina Carmen, risponde, mozartianamente, “Così fan tutte”.
“Un uomo grasso, di mezza età, con un paio di occhi color cielo che si ingegnavano a far passare una mancanza d’espressione per un’aria amichevole.” (107)
Essendo incontrovertibilmente la prima trama agostana, vi peccate immediatamente anche l’elenco dei libri di maggio, un mese superaffollato di letture, di un buon livello medio. Si era appena al ritorno dagli ozi maldiviani, già in pensiero per l’organizzazione sudamericana. A parte alcune buone letture di classico stampa (Sciascia e Simenon su tutti), il resto è un po’ scivolato.

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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Marguerite Duras
L'amante
Repubblica Novecento
4,90
3
2
Alexander McCall Smith
44 Scotland Street
TEA
8,60
2
3
Domenico Seminerio
Il cammello e la corda
Sellerio
11
3
4
Erle Stanley Gardner
Perry Mason e la testimone guercia
Repubblica Giallo
5,90
3
5
Yasmina Khadra
La part du mort
Folio
s.p.
2
6
Stéphane Hessel
Indigantevi!
add editore
5
3
7
Leonardo Sciascia
A ciascuno il suo
Repubblica Novecento
4,90
4
8
Mark Crick
La zuppa di Kafka
Ponte alle Grazie
10
2
9
Amin Maalouf
Le Premier Siècle après Béatrice
Livre de Poche
4,95
2
10
Georges Simenon
L'uomo che guardava passare i treni
Repubblica Novecento
4,90
4
11
Andrew Sean Greer
La storia di un matrimonio
Adelphi
10
3
12
Laura Grimaldi
La colpa
Mondadori
4,20
3
13
Dashiell Hammett
Il falco maltese
Repubblica Giallo
5,90
3
14
Georges Simenon
Il cane giallo
Repubblica Giallo
5,90
4
15
Patricia Cornwell
Predatore
Mondadori
9,50
3
16
Arnaldur Indridason
Un grande gelo
TEA
9
3
17
Elizabeth Peters
Il faraone assassino
TEA
8,60
2
18
Erri De Luca
Penultime notizie circa Ieshu/Gesù
Edizioni Messaggero Padova
5
3
E vediamo se si riesce a finire l’organizzazione di un altro viaggio per il freddo Nord. Avventure continua a propormi viaggi di stampo marocchino, ma credo che per ora sia abbastanza.

venerdì 4 maggio 2012

Filmiamo i classici - 31 luglio 2011

Come detto venerdì, cerchiamo di recuperare un po’ di arretrati. Ed allora, dove i bi tre saggi citati, oggi passiamo a tre classici del Novecento. Tutti e tre uniti da (più o meno) felici trasposizioni cinematografiche. Ed uniti dal fatto, che ho prima visto i film, e solo ora ne leggo. Come spesso accade (e possiamo anche qui aprire un dibattito), i libri mi hanno dato un gusto diverso, spesso migliore dei film. Soprattutto Tiffany, per sempre ed indissolubilmente legato a Audrey e a Moon River.
David  Herbert Lawrence “L'amante di Lady Chatterley” Repubblica Novecento euro 4,90
[in: 2002 – out: 24/02/2011]
[tit. or.: Lady Chatterley’s Lover; ling. or.: inglese; anno 1928]
Un classicissimo finalmente letto tutto. Molto datato in alcuni punti. Ma alla fine si legge e dà alcuni spunti. Anzi, andrebbe comunque letto. Infatti, se da una parte è un libro polemico contro l’aristocrazia inglese ed il suo vuoto mondo di privilegi che stanno finendo (ma non risparmia nessuno, certo non i minatori e la classe lavoratrice in genere, ma su questo ci si ritorna), dall’altro alcune pagine “di sesso” sono poetiche e delicate. Ma come, direte, un libro che veniva censurato per la sua volgarità ed il suo esplicito parlare? Prima di tutto, sono passati novanta anni, e ben altro esplicito parlare abbiamo dovuto sorbire. Lawrence anzi è poetico con le sue infuocate scene di sesso, per poi scivolare nel climax delle chiacchiere intorno a John Thomas e Lady Jane (che non sono il nome dei due protagonisti, che si chiamano Oliver e Constance, ma …). Secondo poi, veniva censurato con la scusa del sesso, ma perché era un libro che metteva in crisi i rapporti tra le classi sociali. Come (!), una Lady che si innamora di un guardiacaccia, e per questo amore sfida il mondo immoto della caccia alla volpe e del tè delle cinque! Questo sì che non si doveva vedere. Anche perché le prime 100 pagine sono quelle che con più forza attaccano il mondo dei lord. Una per tutte, la scena degli aristocratici che parlano a ruota libera durante un dopo cena, anche di funzioni corporali, ma quando Connie interviene hanno un modo di fastidio, che mi ricorda tanto le scene nordafricane con il maschilista che rivolgendosi all’unica donna che sapeva parlare inglese (e che gli teneva testa) l’apostrofa con uno “Shut up, woman!”. Stessa sensibilità ad un secolo di distanza. Certo, Lawrence non è cattivo fino in fondo, che Oliver comunque ha fatto il soldato, sa parlare bene inglese, in un certo senso “conosce le buone maniere”. Non è soltanto un “buzzurro con il sesso caliente”. In questo contesto, un po’ cadenti tutte le lunghe pagine dedicate alle miniere, al carbone, allo sviluppo industriale, ed altro “politichese”, che, queste sì, hanno fatto il loro tempo e sono datate. Ma anche l’altro versante ha il suo interesse, i tormenti di Oliver verso l’altro sesso (e le sue pippe mentali, diciamocelo pure), la progressiva emancipazione di Constance (che intanto, benché Lady, aveva già avuto esperienze sessuali prima della Grande Guerra, ed anche questo faceva scandalo), ed i due contraltari: la finta liberale sorella Hilda, che non accetta il liberarsi della sorella, e la signora Bolton, che non vede l’ora che Constance se ne vada per trovare un suo spazio ancillo-infermiero-erotico presso il povero Clifford, paralizzato dalla vita in giù. E comunque ci vuole del coraggio a sostenere nel 1928 che anche la donna deve provare piacere nell’atto sessuale. E che quando si fa sesso, lo si fa in due ed entrambi devono partecipare, godere, comunicare. Un passo enorme all’epoca. Quindi un buon libro, con qualche punto in più per l’inquadratura storica (e quanto di auto-vissuto c’è in tutto ciò scritto dal figlio di un minatore che sposa una baronessa…), e qualche punto in meno che (e qui ritorna un altro mio pallino) Lawrence in ogni caso maschio è, e se partecipa e riesce a render vivi i problemi di Oliver verso l’altro sesso, meno mi convince quando cerca di spiegare il sentire di Constance (forse solo sulla dolcezza che in ogni caso deve esserci tra due amanti coglie un segno comune). E gli ultimi segni negativi, perché non dico dipinga un lieto fine, ma ha verso la fine un atteggiamento un po’ conciliatorio, lasciando molte cose in sospeso così che ognuno scriverà il seguito della storia, da dove lui ci lascia, secondo le proprie visioni pessimiste o ottimiste. Due annotazioni finali: l’ottimo editor, che ha giustamente messo le note con le poesie inglesi citate da Lawrence, perché ha lasciato non indicato a pag.204 l’esplicita citazione di Walt Whitman? E poi, la parte più sanguigna ma anche più tenera dell’amore tra Oliver e Connie è scritta in dialetto, e la sua traduzione in italiano risulta quanto mai “fuorviante”. Ma si sa, con Eco, tradurre è tradire… 
“Se la civiltà vuol farci del bene, deve aiutarci a dimenticare i nostri corpi, e allora il tempo scorrerà piacevolmente.” (84)
“-Non potresti vivere senza lavorare? –Io? Forse sì, se intendi vivere solo della mia pensione. Sì, forse sì. Ma io devo lavorare, se no muoio. Voglio dire, ho bisogno di avere qualcosa che mi tenga occupato. E non ho il carattere giusto per un’occupazione in proprio. Deve essere un lavoro che svolgo per qualcun altro, se no, in un momento di rabbia, poteri mandare tutto all’aria nel giro di un mese.” (186)
“Quello che non sopporto è l’impudenza idiota, autoritaria di coloro che governano il mondo. Io odio l’arroganza del denaro e quella di classe. Quindi, in questo tipo di mondo, che cos’ho da offrire a una donna?” (308)
“Una donna vuole che tu l’apprezzi e che tu le parli … e, allo stesso tempo, che tu la ami e che tu la desideri… mi sembra che le due cose si escludano a vicenda.” (63)
“La solitudine andava accettata. Bisognava conviverci …e i momenti in cui il vuoto si colmava erano da apprezzare. Ma non li si poteva forzare.” (161)
Edith Wharton “L'età dell'innocenza” Repubblica Novecento euro 4,90
[in: 2003 – out: 03/03/2011]
[tit. or.: The Age of Innocence; ling. or.: inglese; anno 1920]
Una classica ed interessante lettura, ed un bel confronto con l’ottimo film di Scorsese. L’americana Wharton, lei stessa discendente dell’aristocrazia newyorchese che tanta parte avrà nei suoi libri migliori, rifuggiatasi nel buon ritiro francese, dopo il non facile matrimonio, da lì un po’ da lontano, scrive e tratteggia il mondo d’oltre oceano. Figura intellettuale, amica di Henry James e Jean Cocteau, ma anche crocerossina durante la Grande Guerra, è in Francia che sul doppiar la boa dei cinquanta, scrive questo puro saggio sull’adolescenza della sua nazione. Sulle difficoltà di crescere e di lasciare i vecchi cliché, quelli bene o male imposti dall’essere una nazione popolata da emigrati europei, che si portano appresso, decennio dopo decennio, tutta la rigidità europea. Certo, è un romanzo, ma ben le valse, prima donna ad ottenerlo, il Premio Pulitzer nel 1921. Ovvio, che io, innamorato perso di Michelle Pfeiffer, ne rivedo ad ogni pagina il risvolto del film. E non solo con la bella Michelle nel ruolo della contessa Olenska, ma anche di Winona Ryder in quello di May, nonché Daniel Day-Lewis nelle vesti, dubbiose ed indecise, di Newland Archer. Newland che nel libro è il fulcro della vicenda (che invece Scorsese tende a spostare sul versante Pfeiffer). Cresciuto nella rigidità delle forme, dove si va a teatro per vedere chi c’è, chi indossa cosa, ed altre superficialità. E che vede la sua vita tracciata nel solco della sua classicità: il fidanzamento ed il matrimonio con la giovane May, anche lei “di buona famiglia”, il lavoro (abbastanza superfluo) nello studio di un avvocato perché “qualcosa si deve pur fare”, l’inverno a Newport e l’estate in Florida, inframmezzata da un lungo viaggio di nozze in Europa (“un gran tour”). Ma un viaggio, ad esempio, dove non si parla con nessuno, non si vede nessuno, che noi “gli aristocratici americani” siamo gente superiore. Tutto questo bel disco, girato ormai da anni ed anni, si vede interrotto dall’arrivo della variabile impazzita, la bella contessa Ellen Olenska, in realtà cugina di May, ma prima fuggita in Europa per sposare il conte Olenski, e poi fuggita dall’Europa per sfuggire allo stesso conte. Qui la Wharton gioca sui due registri: la rigidità di Newland e la morbidità anticonvenzionale di Ellen. Ma il mondo di New York non è ancora pronto a tutto ciò. E sarà proprio Newland a riportare nei ranghi Ellen, convincendola a non divorziare “per non fare scandalo”. Ma Ellen è comunque una ventata di aria pulita, che Newland però non saprà (non vorrà, non riuscirà) a cogliere. Così Michelle ritorna in Europa, e Daniel rimane lì, con la moglie che subito si adegua alla piatteria del mondo americano degli anni ’70 (certo quelli del 1800), che crescerà i tre – quattro figli, per poi morire ancor giovane. Lasciando il non ancora sessantenne Newland a riflettere sul cambiamento del mondo. Senza uscirne. Certo, si vede che il libro ha novanta anni, e che descrive un mondo di centocinquanta anni fa. Ma ha la forza di farci capire la difficoltà di affrontare il nuovo. E di essere sinceri con sé stessi. Qui c’è la contrapposizione tra ragione (stare accanto ad una donna gentile, affettuosa ma noiosa) e sentimento (stare accanto ad una donna autonoma e anticonvenzionale). Fino a che punto si possono sfidare le convenzioni per seguire sé stessi? Newland non ce la fa. E noi? Alla fine, non è eccelso, è una buona lettura. Ma soprattutto un buon rimando al film, che avrebbe meritato maggior successo.
“Quando uno aveva vissuto facendo il proprio dovere c’era un guaio: che non riusciva più a vivere diversamente” (340)
“D’un tratto, davanti a uno splendido Tiziano, disse dentro di sé: ‘Ma ho soltanto cinquantasette anni…’ e poi si volse per andare via.” (345)
Truman Capote “Colazione da Tiffany” Repubblica Novecento euro 4,90
[in: 2002 – out: 04/03/2011]
[tit. or.: Breakfast at Tiffany’s; ling. or.: inglese; anno 1958]
Il fatto è che Holly sarà sempre legata ad Audrey, e leggere ora il racconto lascia un po’ spaesati (si potrebbe aprire un dibattito su libri e film?). Sarà poi che Capote non riesce a piacermi; certo non ho letto tantissimo, e soprattutto non ho ancora affrontato “A sangue freddo”, ma questa colazione non mi è piaciuta troppo. Comunque facciamo uno sforzo di dimenticarci di Audrey, dei “Vermi” (nelle meno di cento pagine del libro, il termine compare verso pagina 80), ed anche della colazione (che si cita a pagina venti, in meno di due righe). E rimaniamo per ora al libro. Un racconto dolente di un piccolo spaccato della boheme di New York. Scrittori spiantati, fotografi giapponesi, miliardari arroganti, ambasciatori brasiliani, amiche balbuzienti e baristi saggi. Tutti gli ingredienti per fare una piccola miscela calibrata, un buon gin fizz (non un martini cocktail). E lei, ingenua o forse no, illumina con i suoi tocchi di lucida follia questo mondo un po’ squallido, un po’ chic. In realtà, non succede gran che, è solo un filo di ricordi, che, saltando qua e là, andando avanti ed indietro nel corso del tempo, ci fa innamorare di questa ragazza in cerca di successo, ma in un mondo cattivo e torbido. Capote infioretta le pagine di qualche sentenzina, e tenta di inzeppare il testo con tiepidi aforismi. Ma non graffia, non affonda. A volte sbaglia il tiro (come quando bolla il brasiliano spaesato di essere ‘fuoriposto come un violino in un’orchestra jazz’: ma Stéphane Grappelli allora? O Joe Venuti? Per non parlare di Jean-Luc Ponty, che verrà però qualche anno dopo?). Sembra girare un po’ in tondo (ma mi piace di più quando lo farà Paul Auster in atmosfere compatibili qualche anno dopo). Il vero punto forte (rispetto al film) è il suo essere non consolatorio, al fine. Qui niente lieto fine, niente gatto ritrovato sotto la pioggia. No, qui Holly scompare, ed è proprio grazie a poche sparse notizie che arrivano vuoi dal Sudamerica vuoi dall’Africa che lo scrittore alter ego ce ne parla e ci racconta questa storia. Che anche altro afflato avrebbe avuto se, come Capote aveva suggerito, fosse stata impersonata da Marylin. Altra storia. Altro film. Film che, a parte Audrey, non ha altri grossi atout. Perché al solito, Hollywood qui stravolge, fa dello scrittore Paul un gigolò mantenuto, e sparisce l’amica balbuziente. Ma si sa, il Cinema americano stravolge tutto pur di fare cassetta. L’unica cosa di veramente buono è la colonna sonora con quel Moon River da favola. E l’unica cosa veramente esilarante è Mickey Rooney nella parte del fotografo giapponese. Ma qui si parlava del libro. E della scrittura di Capote, che, alla fine dei conti, a me irrita. Boh, speriamo in altro. Ma ora vado a rimettere la punta ideale sul vinile consumato e sentire ancora una volta “…Wherever you're going, I'm going your way…”.
“La patria è dove ci si sente a proprio agio. Io la sto ancora cercando.” (87)
“… non sapere che cos’è tuo finché non lo butti via.” (93)
Anche luglio finisce, ma non finiscono viaggi e sorrisi. Ma per ora solo