Mentre salutiamo nuovi
destinatari di queste scritture, continuiamo a gravitare nel pianeta Svezia,
con la lotta (titanica?) tra due esponenti della letteratura di indagine. Da un
lato la saga plurilibresca di Camilla Läckberg, giunta credo al settimo volume.
Dall’altro i primi due volumi della serie giallo-ironica di Leif GW Persson.
Speravo entrambi in meglio, e tuttavia condivido con voi il fatto che l’ultimo
arrivato, di una corta incollatura, riesce a prevalere la più rodata (almeno
sul terreno editoriale italiano).
Leif GW Persson “Anatomia di un’indagine” Corriere della Sera
GialloSvezia 10 euro 7,90 (in realtà, scontato a 4,74 euro)
[A: 03/10/2015– I: 20/02/2017 – T: 25/02/2017] - &&
e ½
[tit. or.: Linda – som i
Lindamordet; ling. or.: svedese; pagine: 551; anno 2005]
Dalla
lotteria della grande riserva di gialli provenienti dalla Svezia, dopo due
letture di autori non svedesi (come ho scritto l’ultima volta), ecco che
approdiamo ad un puro prodotto della capitale. Dove conosciamo uno strano autore,
già consulente della polizia a Stoccolma, e poi, trentenne, al centro di uno
scandalo per aver accusato, proprio da consulente, il ministro della Giustizia
allora in carica di essere al centro di un giro di prostitute. Capite bene, si
era nel 1976! E neanche in Italia! Fatto bersaglio di una campagna di odio,
arriva quasi al suicidio, per poi salvarsi cominciando a scrivere, e tronando a
fare, ma solo dopo il 2000, il consulente per omicidi ed altre nefandezze.
Tuttavia qui non ci occupiamo dell’omicidio irrisolto di Olof Palme, uno dei
pallini di Persson, ma dei suoi libri polizieschi. Che riprendono l’andamento
di “procedural thriller” istanziatosi in Svezia su di un filone di critica
sociale sin dai tempi del commissario Martin Beck, creato da Maj Sjöwall e Per
Wahlöö. Con la scoperta intenzione di rovesciarne i canoni. Tanto da mettere al
centro di tutto questo volume il personaggio di Evert Bäckström, che è
maleducato, pigro, sovrappeso, razzista, sessista e cinico. Evert che tratta
tutti i suoi colleghi maschi come se fossero finocchi, forse con l’eccezione
del solo Rogersson, ma solo in quanto compagno di bevute. Evert che tratta
tutte le donne come se non vedessero l’ora di entrare nel suo letto. Tanto da
ricevere ben presto anche una denuncia per atti osceni. Evert che, per prendere
l’assassino di cui narriamo in questo libro, pensa bene di prelevare il DNA di
quasi tutta la popolazione di Växjö, facendone, durante le più di 500 pagine,
analizzare almeno 700. Ovviamente senza cavare un ragno dal buco. Evert che
ogni cosa che fa mi fa innervosire, e che, in questo primo romanzo, non mostra
nessun segno delle “brillanti capacità deduttive”, che dovrebbero almeno fare
da contraltare alla sua rozzezza. Qui, l’unico suo intento è bere, mangiare,
cercare di scopare (senza riuscirci), il tutto facendo in modo di addossare i
costi all’amministrazione centrale della Polizia (cui carica anche la visione
per quasi tutta la notte di film porno). Tanto che mi sono domandato, dopo aver
fatto un giro su vari siti che parlavano di Persson, di Bäckström, nonché della
serie TV che gli americani ne hanno tratto, dov’è che saltasse fuori l’empatia
positiva per questo personaggio. Visto che non salta fuori, teniamola lì, come
un piccolo gingillo da sopra il camino, e veniamo agli altri meccanismi del
romanzo. O dell’anti-romanzo. Che, intanto, nel titolo originale fa riferimento
al nome della donna morta, Linda, ed al suo “caso di omicidio”, senza che si
parli di anatomia, di indagine vivisezionata (tanto che in Francia fu
pubblicato con il titolo “Linda”, in Germania come “Idillio omicida”, e nei
paesi anglosassoni come “Linda, come nel caso dell’omicidio di Linda”).
Anti-romanzo perché in realtà quello che seguiamo è il progredire delle
indagini, molto infruttuose invero, seguite all’omicidio di Linda Wallin,
un’avvenente aspirante poliziotta. Fin dall’inizio sappiamo quasi tutto: Linda
è andata a bere con delle amiche, poi è tornata a casa tardi, qualcuno ha
suonato, lei ha aperto, si conoscevano perché lo fa entrare, fanno all’amore
sul divano (lasciando tracce di DNA), poi si spostano in camera da letto, dove
i giuochi finiscono per diventare più audaci, tanto che alla fine Linda muore.
E l’assassino fugge inopinatamente da una finestra, ancora in mutande.
Sembrerebbe un gioco da ragazzi arrivare alla soluzione. Ma qui entra in gioco
il primo Evert, che per quasi la prima metà del libro domina la scena,
inquinando l’inquinabile e non facendo progredire di un passo le indagini. Poi
viene alla ribalta l’ispettore Lewin, sicuramente più meticoloso, sicuramente
con una sua idea del possibile scenario, sicuramente in ansia perché lì, in
trasferta a Växjö, c’è venuto con una collega che diventa sua amante. Cosa che
non favorisce di certo le indagini. Che saranno portate presto a compimento
quando il nuovo capo della polizia manda due donne poliziotto ad aiutare sul
campo Bäckström ed i suoi (che ormai sono alla settima inconcludente
settimana). In men che non si dica, basandosi su una foto trovata in casa della
madre, un pullover e dei fili di lana trovati sul luogo del delitto, trovano
l’assassino, lo arrestano. Il romanzo però continua il suo corso, che a Persson
poco interessa la dinamica della morte (pur spiegandocela a dovere). Ma
interessa la Polizia, i suoi meccanismi, i suoi uomini corrotti, le sue
insondabili ragnatele di rapporti umani. L’assassino forse sarà riconosciuto
mentalmente disabile o forse no, ma Bäckström non subirà conseguenze alle sue
malefatte, se non un accantonamento verso una sezione innocua del meccanismo
poliziesco (tipo Ufficio Oggetti Smarriti), mentre delle due poliziotte che
hanno risolto il caso, Lisa si dimette e si laurea in filosofia, mentre Anna fa
carriera (e diventerà il capo di Bäckström). Un ultimo commento sulla frase
sotto riportata, che non è memorabile in sé, ma che è ripresa in un libro
posteriore di due anni di Camilla Läckberg “Il bambino segreto”, dove il
poliziotto inutile come detective la utilizza per dare il suo assenso a non so
che richiesta. Ricordo per i poco attenti che la Parton è nota per il suo
prosperoso seno. Alla fine però, seppur interessante nella sua contro lettura
del mondo poliziesco svedese, di certo poco gentile con il nostro autore, e
foriero di alcune riflessioni sull’uso etico delle tecnologie moderne, rimane ancora
leggermente troppo involuto per i miei gusti “noir”.
“Dolly Parton riesce a dormire sulla
pancia?” (145)
Leif GW Persson “Uccidete il drago” Corriere della Sera GialloSvezia 21
euro 7,90
[A: 21/12/2016– I:
01/03/2017 – T: 03/03/2017] - &&& --
[tit. or.: Dem som dödar draken; ling. or.: svedese; pagine: 415; anno 2008]
Dovendo
leggere un nuovo giallo della serie “GialloSvezia”, la lotteria delle mie
scelte, mi fa cadere proprio sulla seconda storia scritta da Persson con
protagonista il commissario Evert Bäckström. Devo dire che cade a proposito,
che il primo libro mi aveva lasciato insoddisfatto. Ora ho anche approfondito
sia l’autore che il personaggio, scoprendo che è diventato il protagonista di
una delle tante serie americane tipo “Law&Order”, “Major Crimes” e via
discorrendo. La sorpresa, positiva, è che qui, procedendo nelle fotografie del
mondo poliziesco svedese, Evert, pur rimanendo prigioniero del suo pessimo
carattere e delle sue pessime battute, fa un salto di qualità, riuscendo,
nell’ordine, a diventare più simpatico, ad usare meglio le sue appendici sessuali,
ed a risolvere (o quantomeno indirizzare verso la soluzione) il caso della
morte di un ubriacone in una fatiscente casa della periferia di Stoccolma. A
seguito dell’omicidio di Karl Danielsson, Evert viene fatto uscire dal suo
limbo e per evitare complicazioni sindacali. Dove viene chiamato a collaborare
alle indagini dove per lui scatta subito la voglia di rivincita. In particolare
verso il suo collega Toivonen, che lo ha sempre trattato malamente, e tutta la
cricca di quelli che lui definisce “i finlandesi”, cioè, appunto, svedesi di
origini finniche. Tra l’altro, l’unico motivo per cui si muove e si agita è il
modo di riottenere il permesso di portare con sé una pistola. Permesso che gli
avevano tolto per l’imperizia totale dell’utilizzo di qualsiasi arma. Ma si sa,
che la pistola è un potente simbolo di surrogato del “machismo”, quindi Evert deve
averla. Dopo un po’ di giri intorno al tema degli ubriaconi, la morte
dell’immigrato somalo che consegnava i giornali, di certo incasina la trama, ma
darà modo, alla lunga, a Evert di andare verso la soluzione. Questo per farci
vedere che la Svezia non è solo il paese di belle stangone bionde o atletici
giovanotti. È un paese dove il 16% della popolazione è immigrata (di prima o
seconda generazione). In questa peregrinazione tra momenti di digiuno (Evert è
a rischio infarto e dovrebbe dimagrire) e crisi alcoliche (idem, ma al
contrario), Evert comincia a muoversi elefantiacamente nell’indagine aiutato da
un'altra investigatrice un po' anomala, l'agente Annika “Ankan” Carlsson,
trentatré anni, bella, robusta, altissima, forse lesbica e forse no. La
vittima, infatti, disponeva di più contanti di quanto fosse lecito attendersi.
Inoltre aveva delle frequentazioni varie e complicate, che andavano da
ex-poliziotti amanti del bere sino a qualche pezzo grosso della malavita. Il
banale caso “di due ubriaconi” diventa ben presto la punta di un iceberg, che
nasconde sott’acqua una complicata faccenda di riciclaggi, malavita e rapine.
Il che, se basta a scompigliare le indagini che la polizia “seria” sta
conducendo, con straordinaria inefficienza, da anni, non fornisce elementi
utili all'identificazione dell'assassino, finché l'intrepido Bäckström, con
un'intuizione alla Sherlock Holmes, non individuerà tra i tanti personaggi coinvolti
nell'indagine, quello che, come si usava un tempo, sembra il meno probabile tra
i candidati all'arresto. Concluderà così l'indagine in un alone di gloria e
godrà (forse) di una meritata ricompensa, grazie all'imprevedibile
disponibilità dell'agente Carlsson. Facendo in modo che Persson riesca, nei
dettagli e nelle pieghe del romanzo, a mettere informazioni di vario genere. Da
un primo indizio fuorviante, nel taccuino del morto ci sono somme destinate a
degli acronimi (HJ, BJ, FJ) che Evert e la polizia riconduce ad una terna di
arabi malavitosi: Hassan Jamal, Bassam Jassim e Farouk Jassim. I tre hanno
invero dei traffici con il morto, tentano di corrompere anche Evert, che,
usando l’appena riconquistata pistola nel modo meno idoneo possibile, riesce a
metterli fuori combattimento. Peccato che gli acronimi si riferiscano a
prestazioni sessuali (scritte in inglese) handjob, blowjob e fuck junckie (che
penso conosciate tutti, o almeno possiate interpretarle se vi do l’indizio che
la prima si riferisce a qualcosa fatto con la mano…). Solo quando il fratello
del primo marito di una sessantenne presente nel condominio del morto spiega ad
Evert il vero significato, il commissario farà quel salto che porta alla
conclusione di tutta la vicenda. Poiché inoltre c’è qualcosa di quasi losco che
unisce Ankan ad Evert, mi aspetto e spero che in un prossimo libro i due diano
sfogo meglio alla loro vena investigativo-truffaldina. Insomma, Persson
continua da un lato a mettere alla berlina il tradizionale mondo poliziesco
scandinavo (memore delle angherie da lui subite) dall’altro ci dà un piccolo
spaccato che tanto avrebbe gradito il vecchio commissario Beck (qualcuno lo
ricorda?) con sprazzi di vita vissuta, storie sbandate, ed altre piccole zeppe
da inserire nel lubrificato modo di vivere svedese. Come qualcuno ha scritto,
ripeto e sottoscrivo, un giallo interessante, divertente anche se non comico. E
con questa inversione di scrittura intorno al perno Bäckström che mi ha fatto
sicuramente piacere. Non è bello, come nel primo libro, trovarsi a girare
pagina dopo pagina senza trovare nessuno per cui fare il tifo.
Camilla Läckberg “La sirena” Marsilio euro 14 (in realtà, scontato a
10,50 euro)
[A: 12/06/2015– I: 04/03/2017 – T: 09/03/2017] - &&--
[tit. or.: Sjöjungfrun; ling. or.: svedese; pagine: 445;
anno 2008]
Per
una volta tanto che i traduttori italiani (ed in particolare l’ottima Laura
Cangemi) non si erano messi a fare salti pindarici ed onirici particolari (e so
che il titolo è corretto per aver letto in rete di “Den Lilla Sjöjungfrun” di
Walt Disney), ecco che è proprio Camilla che comincia a fare le bizze.
All’inizio il libro scorre abbastanza bene, veleggiando su di un’onesta
sufficienza. Poi, quel vezzo ormai ricorrente delle ultime scritture della
scrittrice svedese di prevedere intarsi temporali (non li chiamerei flashback,
ma solo salti nel tempo) che si inseriscono in corsivo nel corpo della storia
narrata al presente, ecco cominciano a portare verso il basso il gradimento del
libro. Un vezzo che è stato utile in “Il bambino segreto”, ma che ora comincia
ad essere troppo usato ed abusato. Ma sarebbe rimasto sul 2 e ½ con
tranquillità, se non avesse voluto strafare nell’ultima pagina dove Patrick è
colto da un collasso e viene ricoverato in ospedale, e contemporaneamente le
sorelle Erica e Anna (entrambe incinta, Erica di due gemelli, Anna di un bimbo
da collegare alla famiglia allargata con le due figlie del precedente
matrimonio di Dan ed i due figli del suo precedente matrimonio) hanno uno
scontro automobilistico con Louise, la moglie di Erik, uno degli elementi
chiave del libro. Direte voi, possono capitare eventi particolari. Certo, ma
non nell’ultima pagina, e senza dirci se Patrick ha un infarto, se ne uscirà,
se Erica, Anna o Louise si salvano dall’incidente, se si salvano i tre
nascituri. Non si fa! Certamente, nel libro successivo ne sapremo di più, ma è
un modo scorretto nei confronti del lettore di portare avanti le storie. A meno
di non essere un Charles Dickens che pubblica i suoi libri a puntate sul
supplemento domenicale di un giornale inglese dell’Ottocento. Camilla non è
Charles, ed i libricini scendono definitivamente. Anche se la storia,
tendenzialmente, è ben congeniata. Abbiamo uno scrittore debuttante, cui Erica
(che ricordo è l’eroina dei libri di Camilla, insieme al marito poliziotto
Patrick) fa da editor. Christian ha un buon successo con il libro che (ma lo
sapremo in corso d’opera) ha in qualche modo reinterpretato le vicende della
sua vita. Vita che, anche qui ricostruendo con quegli intarsi in corsivo, è
stata ben complicata: figlio senza padre di una madre schizofrenica, ubriacona
ed obesa, rimane solo a tre anni per la morte della suddetta, viene adottato da
una coppia con la madre surrogata bellissima e piena di attenzioni, fino a che
non rimane incinta di Alice. Da quel momento è tutta Alice e niente Christian.
Che è geloso come tutti i bambini, che tenta di affogare Alice, non ci riesce,
ma l’ipossia provoca alla piccola scompensi cerebrali. Rimarrà deficitaria per
tutta la vita, sviluppando solo (inconsapevolmente) un grande amore per il
fratello “cattivo”. Christian passa tutta la giovinezza nella cittadina di
Erica e Patrick, bersagliato da un trio di coetanei molesti: Magnus, Kenneth ed
Erik. Poi, a 18 anni Christian va via di casa (sapremo solo alla fine perché e
non ve lo dico), si fa una vita altrove, trova una donna con figlio, va a
vivere con lei. Tuttavia qualcosa va storto: la donna ed il figlio vengono
trovati annegati nella vasca di casa. A questo punto Christian (cambiato anche
nell’aspetto) torna nella nostra cittadina, sposa senza amore una donna con la
quale fa altri due figli. Entra in contatto con i tre (che non lo riconoscono),
diventando un quartetto di amici. Da qui parte il corpo “grande” del romanzo.
Muore Magnus, ucciso a coltellate e poi gettato nel mare. Christian, Erik e
Kenneth ricevano lettere minatorie. Muore stranamente la moglie di Kenneth, che
ha un incidente per cui viene ricoverato in ospedale quasi in fin di vita. Erik
(il più subdolo del vecchio trio, ma anche quello con più risorse, proprio
perché senza cuore) tradisce a lungo la moglie e quando si accorge che la
strana vendetta si sta abbattendo su di lui, cerca di fuggire dalla Svezia, ma
viene denunciato dalla moglie ed arrestato. Ma per tutto il libro, fino alle
catarsi finali, come quella del suicidio (o forse no?) di Christian, Camilla ci
mette una benda sugli occhi e mescola le carte. Sembra che Christian non abbia
mai avuto un passato. Non si capisce come faccia la misteriosa “Sirena”, del titolo
di questo libro e di quello di Christian, ad apparire ogni volta senza essere
vista. Ci sono tutti gli intrecci familiari complicati. L’amore di Cia e
Magnus. Quello di Lisabeth e Kenneth. Il non-amore di Erik e Louise. Il
profondo amore tra Erica, Patrick e la figlioletta Maja. L’ottuso capo della
polizia, il suo amore per il nipotino Leo e per il cane Ernst. Insomma tutta la
solita carne al fuoco dei romanzi di Camilla e della vita di Fjällbacka. Alla
fine si scopre che se qualcuno avesse letto bene il libro di Christian, avrebbe
capito qualcosa prima e meglio. Ma Erica non ne era stata l’editor? E come
aveva fatto a consigliare Christian senza leggere profondamente il testo?
Questo unito ai difetti esposti all’inizio, mi fa dare un giudizio complessivo
di leggibilità con insoddisfazione. Spero sempre si torni alla principessa di
ghiaccio!!
“Nessuno sa mai tutto di un’altra persona.
Neanche di quella che ama e con cui divide la vita.” (49)
Camilla Läckberg “Il guardiano del faro” Marsilio euro 14 (in realtà,
scontato a 11,90 euro)
[A: 01/11/2015– I: 09/03/2017 – T: 11/03/2017] - &&
+
[tit. or.: Fyrvaktaren; ling. or.: svedese; pagine: 444;
anno 2009]
In
base agli insondabili algoritmi che governano misteriosamente le mie letture (e
di cui forse un dì parlerò, ma solo sotto minacce pesantissime) leggo il
seguito de “La Sirena” subito appena finito il libro. Rimangono così ancora
vividi gli ultimi collegamenti, e si possono fare raccordi e dare anche qualche
giudizio. Intanto, sembra che Laura Cangemi ed il marketing Marsilio abbiano
trovato un accordo, tanto che anche questa volta si mantiene il titolo come
l’originale. E non è poco, di questi tempi. Come immaginavamo, a meno di
improbabili colpi di scena, il malore di Patrick (uno dei due
protagonisti-leader della serie) è solo un po’ di angina e non un infarto. Come
immaginavamo, Erica non muore nello scontro automobilistico che chiudeva il
libro precedente. Né muoiono i due gemelli che aveva nel pancione. Anzi, seppur
precocemente, nascono e qui li ritroviamo nei loro primi mesi di vita, il
focoso Noel-Erica ed il riflessivo Anton-Patrick. Né muore Anna la sorella di
Erica, che però perde il bambino. E per tutto il libro ci dovremo sorbire il
suo crollo nervoso, i sentimenti di colpa di Erica, e via discorrendo sul lato
dolente. Anche se questo è un filone che poco intacca le indagini. Che invece
riguardano, principalmente, la morte di tal Mats, esperto di economia, da pochi
mesi tornato nella natia Fjällbacka, per fuggire da qualcosa successagli a
Göteborg (ma di cui si troverà il bandolo solo in fine di libro). Prima di
morire ha fatto visita a tal Annie, che seguiamo dalle prime pagine fuggire un
fatto di sangue dove sicuramente muore il marito (losco figuro) e rifugiarsi
con il figlio Sam nella sua proprietà a Fjällbacka, il faro di Gråskär, da
sempre noto come il faro dei fantasmi. Qui la nostra Camilla ci “delizia” con i
suoi soliti inserti corsivi: la storia di tal Emelie, rinchiusa nel faro prima
con il marito Karl e l’amante (del marito) Johnson, poi anche con il figlio
Gustav. Una storia del 1870 (circa) che si capisce fin dai primi istanti essere
destinata con la morte di Emelie e Gustav (e la scomparsa dei due uomini).
Tanto che tutti compariranno come fantasmi al faro, per stare vicino a Annie.
Le complicazioni immaginate da Camilla sono poi legate all’apertura di una spa,
condotta da due fratelli: Vivienne e Anders. La prima circuisce Erling, una
figura dedita alle brutte figure come avevamo imparato ne “L’uccello del
malaugurio”, il quarto episodio della saga (ricordo che ora siamo al settimo).
Il secondo cerca (riuscendo) di sottrarre soldi al comune, dove lavora Mats.
L’autrice fa di tutto per farci credere che i due siano implicati nella morte
di Mats, ma noi non ci caschiamo (rimane solo l’interrogativo su chi sia
l’amante di Anders, forse lo sapremo in futuro). Inoltre, ogni tanto compare
tale Madeleine, donna vittima di maltrattamenti da parte del marito, tanto che
fugge di nascosto in Danimarca con i figli. A questo punto direi che potremo
fare un inciso con una piccola critica a due difetti che si stanno palesando in
questa scrittura: l’andamento della storia affonda in una lentezza (che Eco
definirebbe pornografica, anche se nel libro non ci sono scene di sesso) e
disperde l’attenzione ricalcando alcuni sentieri del libro precedente. C’è
troppa carne al fuoco, e quando si abbonda bisogna saper dosare bene i sapori,
per non rendere il cibo poco appetibile. Inoltre, chi ha da poco letto il
precedente, si accorge che sembra diventare un cliché quella della presenza di
un morto che sembra non avere un passato. Per fortuna, verso la fine Camilla
cerca di riannodare le fila e di farci avere (quasi) tutte le storie che
tornano al loro posto. Mats lavorava a Göteborg presso un centro che si occupa
di donne maltrattate, dove conosce la Madeleine di cui sopra, e ne nasce una
storia, anche se contro le regole. Il marito di Madeleine, saputolo, lo riempie
di botte, e mentre è all’ospedale il centro fa sparire Madeleine in Danimarca.
Dove però il marito cattivo la rintraccia, e lei tornerà in Svezia dove,
probabilmente, farà una brutta fine (metto il condizionale perché questa parte
non è sviluppata o per mancanza di volontà o per riprenderla in libri futuri).
Mats, sconvolto dalla partenza dell’amata, torna a Fjällbacka, dove rincontra
Annie e poi gli succede quello che sappiamo. Ma chi lo uccide? Un indiziato è
Anders, ma lo escluderei per il fatto che decide di rimanere in Svezia
nonostante il furto dei soldi. Poi c’è sicuramente il cattivo marito di
Madeleine. O forse una terza persona dalla mente sconvolta che non riesce a
distinguere il vero dall’immaginario che si sta svolgendo nella sua testa. Tutto
precipita quando la polizia di Stoccolma comincia ad indagare sulla morte del
marito di Annie e quando Erica, al solito, comincia ad indagare sulle storie
dei fantasmi del faro. La fine lascia un po’ di amaro in bocca, per le
sfortunate circostanze in cui molti attori della storia sono coinvolti. Come se
ci fosse un destino più grande che li trascina verso eventi sfortunati. A noi
rimangano comunque sulla tavola Patrick ed Erica con i loro tre figli, il
rapporto tra Bertil e Rita (di cui non ho parlato che è un inciso pur
interessante), l’evolversi della storia di Anna e Dan, dove la sorella di Erica
sembra poter uscire dal suo baratro personale. Ma Camilla lancia qualche frase
che ci fa presagire che tutto non sia ancora risolto. Speriamo che nei futuri romanzi
la nostra brava scrittrice riesca ad annodare meglio i propri fili, e ci faccia
tornare ad assaporare i suoi serial book, con la stessa aria dei primi volumi.
Terza
domenica del mese, e color che da più tempo mi seguono (magari leggendomi
ancora) sanno che è la domenica dedicata ai libri che ci aiutano a vivere
felici. Dove questo mese ci rivolgiamo ancora ai libri che alleviano
(dovrebbero almeno) le pene d’amore.
E come
(quasi) tutti sanno, visto che si avvicina una nuova partenza, è (molto) probabile
che per qualche domenica dobbiate fare a meno della mia scrittura. Non vi
dolete, che tutti saluto con un arrivederci al prossimo mese.
I LIBRI CHE CI AIUTANO A VIVERE FELICI di Giulia
Fiore Coltellacci con i commenti di Giovanni
MAGGIO 2017
Avendo letto (in ritardo) un altro libro di Gabo, torno ad
occuparmi delle terapie d’amore, ormai alla sesta puntata. Ormai dovreste
essere in grado di essere felici da soli, ma un piccolo aiuto serve sempre.
TERAPIE D’AMORE (VI)
IL GRANDE GATSBY
di FRANCIS SCOTT FITZGERALD (1925)
Pillole di trama
Long Island, ruggenti anni Venti. Jay Gatsby è un
miliardario dall’oscuro passato che organizza nella sua mega villa sfarzose
feste mondane a cui partecipa tutta New York, tranne lui, che passa le notti in
solitudine fissando una luce verde al di là della baia. È il vicino Nick
Carraway a raccontare la misteriosa storia di quest’uomo e del suo impossibile
sogno d’amore per Daisy, un sogno (o un’illusione) in funzione del quale ha
costruito tutta la sua vita. Per essere all’altezza della donna amata (o meglio
delle sue pretese), Gatsby si è inventato un passato eroico e ha accumulato
ricchezza e prestigio con ogni mezzo, lecito e illecito. Ora è tornato, ma la
volubile e viziata Daisy, sposata con il ricco e meschino Tom Buchanan (che la
tradisce con la volgare e sensuale moglie di un benzinaio), non è in grado di
rinunciare alla sua vita e così il sogno di Gatsby è destinato a infrangersi
drammaticamente.
Supposta-saggezza
Oltre a essere una straordinaria allegoria del tramonto del
sogno americano, che l’autore rievoca con una prosa cinematografica ritmata da
dialoghi e immagini che si susseguono come a ritmo di jazz, “Il grande Gatsby”
è anche una delle più drammatiche storie d’amore mai raccontate. D’amore non
corrisposto, ovviamente. Ma niente sentimentalismi, sospiri o personaggi
lacrimosi perché i protagonisti del romanzo di Francis Scott Fitzgerald sono praticamente
tutti negativi. Inquieti e inquietanti, si muovono come ombre illuminate a
tratti dallo sfavillio di una mondanità e di una ricchezza che nasconde il
vuoto abissale di un’umanità sola e fragile nella sua arroganza
autodistruttiva. Se Daisy è viziata, annoiata, conformista e incapace di
seguire le proprie passioni mentre suo marito Tom è rozzo d’animo e di modi,
snob, brutale e pure traditore, gli altri bizzarri personaggi che affollano le
stravaganti feste di Gatsby non sono certo migliori: cinici, corrotti e
storditi sono tutti ubriachi di un’ebbrezza vacua. E alla fine non possiamo che
essere d’accordo con il narratore Nick: il malinconico Gatsby, archetipo del
“self-made man” che ha conquistato una posizione sociale all’ombra
dell’illegalità, vale più di tutti gli altri messi insieme ed è “grande” perché
quantomeno è un grande sognatore, l’unico di questa drammatica storia e uno dei
più grandi e malinconici di tutta la letteratura, commovente e a tratti perfino
tenero nella sua ingenua speranza di far rivivere il passato. Ma i sogni hanno
ancora spazio in un mondo indifferente e senza scrupoli dominato dalla logica
del denaro e del potere? Pagina dopo pagina, si decompone il sogno americano
proprio come quello di Gatsby, il benessere economico non assicura la felicità
né l’amore e, così, finita la musica, l’alcol, le feste e le illusioni, non
restano che la crisi e l’incubo della Grande Depressione. La frase finale
arriva come una sentenza senza possibilità d’appello per il destino dell’uomo
che quando pensa di essere a un passo dal proprio sogno di felicità non si
rende conto di averlo già alle spalle, perso per sempre. E “così continuiamo a
remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”. E chi non
ha, più o meno tutti i giorni, la sensazione di remare controcorrente? Ma basta
immergersi nel capolavoro di Fitzgerald per annegare temporaneamente le proprie
depressioni (amorose, economiche o esistenziali) nel sogno di uno dei romanzi
più belli e dolenti della letteratura americana.
Posologia
“Il grande Gatsby” è un collirio antibiotico per il
trattamento di quelle infiammazioni oculari che sono all’origine di uno dei più
dolorosi acciacchi del cuore: l’amore mal riposto, perfino più distruttivo
dell’amore non corrisposto. Tali infiammazioni provocano un difetto della vista
che, annebbiandosi, porta il paziente a idealizzare l’oggetto del proprio
desiderio. Scambiare la realtà con una fantasia romantica può trasformarsi in
un incubo nel momento in cui l’infezione oculare passa e si scopre che la
persona idolatrata non è quella che si pensava. In realtà è molto difficile
rendersene conto (l’infezione si diffonde rapidamente nell’organismo intaccando
altri organi vitali, tra cui il cuore e il cervello) quindi il rischio è quello
di continuare a fissare la luce verde, restando ipnotizzati e accecati da un
abbaglio. Gatsby costruisce tutta la sua vita e la sua fortuna con l’unico
scopo di compiacere Daisy che, sebbene infatuata di lui, non è capace di
ricambiarlo con la stessa passione. È volubile, civettuola e indifferente e il
suo nome, Daisy ovvero “Margherita”, rimanda proprio all’incostante cantilena
infantile del “m’ama non m’ama” che si ripete spampinando il malcapitato fiore.
Gatsby è così infatuato del suo sogno da non accorgersi che Daisy, malinconica
e sofferente, è però egoisticamente distratta e crudelmente superficiale,
capace di frantumare cose e persone senza rendersene conto. Per evitare
fratture incurabili, «restate grandi» e capaci di sogni incorruttibili, ma
sognate a occhi aperti. Per trarre il massimo beneficio dalla cura oftalmica è
necessario utilizzare con costanza il prodotto.
“Il grande Gatsby” è anche un’iniezione ricostituente per
convincersi ulteriormente che «i soldi non fanno la felicità», un’affermazione
di cui tutti, in teoria, diciamo di essere convinti. Ma se in questi tempi di
crisi economica vi ritrovate a fine mese costretti a mangiare in solitudine
latte e biscotti tarocchi del discount (tipo i “pan di stalle”, i “m’abbracci”
o le “sgocciole”) e vi accorgete di un abbassamento delle difese immunitarie e
di un conseguente proliferare di virulenti e leciti dubbi sulla fondatezza di
quest’affermazione, procuratevi una copia del romanzo e consolatevi con la
triste storia di Jay Gatsby, al quale ricchezza e potere non sono serviti a
nulla se non a distruggerlo.
Se siete soggetti malinconici che tendono a vagheggiare il
passato, incapaci di godere il presente, consiglio di applicare una o più volte
al giorno sulle tempie fino al totale assorbimento il concetto che «il passato
non ritorna».
Effetti collaterali
Dopo l’applicazione del collirio antibiotico, gli occhi
possono reagire pizzicando un po’. Aprirli bene per guardare in faccia la
realtà può essere fastidioso, ma si consiglia di sopportare con pazienza il disagio
perché è temporaneo. E più facile curare gli occhi arrossati che un’emorragia
cardiaca.
È stato riscontrato che i soggetti con varie forme di
allergia a party ed eventi mondani rischiano di vedere i suddetti sintomi
acuirsi ulteriormente, sviluppando una reazione di ipersensibilità con
conseguente ricerca spasmodica di solitudine.
Terapia cinematografica sostitutiva
Se le ristrettezze economiche vi costringono davvero a stare
chiusi in casa, la biblioterapia abbinata alla cineterapia, potrebbe risollevarvi
l’umore.
La prosa di Fitzgerald è portentosamente cinematografica e
le immagini scorrono sulle pagine come frammenti di pellicola. Paradossalmente
proprio questa è la ragione per cui nessuna delle trasposizioni del romanzo può
dirsi pienamente riuscita. Detto questo, e visto che si parla di sogni e
sognatori, sfido qualunque donna a non provare una certa qual forma di piacere
abbagliante nel vedere Robert Redford o Leonardo di Caprio nei panni di Jay
Gatsby. La versione del 1974, diretta da Jack Clayton con la sceneggiatura di
Francis Ford Coppola, è molto elegante e piuttosto fedele al libro ma sfiorando
quasi il didascalico risulta un po’ noiosa. Robert Redford, però, è
incorruttibile e meraviglioso come il sogno di Gatsby. Altra cosa è
l’adrenalinico adattamento di Baz Luhrmann in cui il regista ha combinato il
suo stile visionario con l’esuberanza ruggente dell’età del jazz e la
stravaganza delle folli feste a casa Gatsby. Messa in scena scintillante e
musiche travolgenti per una giostra vorticosa in cui spicca Leonardo di Caprio
in gran forma, ipnotico come la luce verde al di là della baia. Le donne sono
libere di sognare a occhi aperti. Al termine della proiezione, potrebbero avere
bisogno di un buon collirio per ovviare all’imbarazzante controindicazione
degli occhi a forma di cuore.
Un consiglio: una pillola per
aumentare la resistenza amorosa.
Con “resistenza amorosa” non è da intendersi il vigore
garantito sotto le lenzuola dalla famosa pillola blu, ma la tenacia di
aspettare con pazienza il coronamento di un sogno d’amore, ovvero quella
perseveranza, altrimenti nota come cocciutaggine sentimentale, che
contraddistingue il protagonista di “L’amore ai tempi del colera”. Consiglio di
assumere il romanzo di Gabriel Garcia Márquez subito dopo la somministrazione
de “Il grande Gatsby”, come coadiuvante specifico nel trattamento di quel
processo metabolico che consente di distinguere tra l’amore mal riposto dietro
al quale si rischia di sprecare una vita intera, come nel caso dell’infelice
protagonista di Fitzgerald, e l’amore che ha bisogno di tempo per maturare e
per il quale vale la pena impiegare l’attesa di una vita. Florentino aspetta
precisamente la bellezza di cinquantun anni, nove mesi e quattro giorni durante
i quali il suo amore per Fermina non traballa davanti a niente. Rifiutato dopo
anni di corteggiamento da una donna che idolatra (e che gli preferisce un uomo
ricco di cui non è innamorata), proprio come Jay Gatsby anche Florentino
imposta tutta la sua esistenza sull’unico obiettivo di elevarsi all’altezza
delle aspettative di Fermina. Pur non smettendo di pensare a lei per un solo
istante, però, Fiorentino continua a vivere la sua vita. Non si fa mancare, per
esempio, le donne che non sono da intendersi come un tradimento (lui stesso
confessa di essersi mantenuto vergine per la sua donna. Vergine nello spirito,
ovviamente) perché le sue avventure sono solo un modo per riempire quel vuoto
lasciato da Fermina, una voragine che neanche 622 donne (puntigliosamente
annotate su un taccuino) hanno potuto colmare. Florentino vive nell’attesa,
Gatsby si annulla nell’illusione. Se il sogno d’amore di Gatsby è
incorruttibile e si frantuma scontrandosi contro un’umanità corrotta, di cui la
sua Daisy fa parte, il sentimento di Florentino è incrollabile e quindi
impermeabile agli eventi. Banalmente si dice che la speranza è l’ultima a
morire, il problema è che nel romanzo di Fitzgerald il protagonista muore prima
della speranza mentre il tenace Florentino continua a nutrire il suo sentimento
fino al tanto desiderato lieto fine che arriva solo quando i tempi sono maturi.
Ovvero quando i due personaggi sono maturi, in una parola anziani. Ma l’amore
non ha età e le relazioni sono spesso tutta una questione di tempismo e
richiedono tanta, tantissima pazienza. Sicuramente Florentino risente
dell’indomabile ottimismo dei sudamericani e così la sua storia d’amore e di
speranza trasuda ottimismo, passione e un pizzico di ironia. Per questo
consiglio di ricorrere al romanzo ogni volta che si sente il bisogno urgente di
incrementare la propria resistenza amorosa, alimentando la speranza per la
felice conclusione di un lungo corteggiamento e reintegrando l’ottimismo
necessario per credere con convinzione nella fondatezza del proprio sentimento.
Messi in guardia da Fitzgerald e spronati da Márquez, sarà più facile trovare
il giusto equilibrio per non rinunciare all’amore senza rimanere abbagliati da
nessuna luce verde che non sia una speranza fondata.
Quale medicina migliore per curare gli acciacchi del cuore
di un libro in cui l’amore è paragonato al colera, malattia contagiosa che
provoca stati d’animo febbrili e fa compiere gesti insensati? Nessuno di noi ne
è immune, possiamo solo imparare a gestirne i sintomi. “L’amore ai tempi del
colera” si rivela un’ottima medicina.
Nel caso vi trovaste in una situazione analoga a quella di
Florentino, per ingannare l’attesa e la solitudine, potrebbe essere utile
ricorrere nuovamente a Gabriel García Márquez con una somministrazione del suo
libro più famoso (e decisamente voluminoso), “Cent'anni di solitudine”.
Commenti
Ho letto Gatsby tanti anni fa
servandone ricordi solo nella testa, ma il commento di Giulia mi porta ad un
libro di Gabo da poco letto, e che mi ha riportato verso momenti felici della
scrittura del grande colombiano.
Gabriel Garcia
Marquez “L’amore ai tempi del colera” Mondadori euro 9,50 (in realtà, scontato
a 7,15 euro)
[trama
scritta il 2 aprile 2017]
Mi
ero accostato con un po’ di timore ad un ulteriore libro di Gabo, dopo che le
ultime letture mi avevano sinceramente deluso. Non che volessi tornare
all’epifania interna che mi sconvolse con “Cento anni”, ma mi sarebbe bastato
tornare al piacere di una bella lettura come quella del giovanile “Racconto di
un naufrago”, dopo aver passato le pene a sopportare la candida Erendira o il
tramonto del patriarca. Timore che era un po’ mitigato dalla spinta verso la
lettura che mi stavano dando sia le libropeute di “Curarsi con i libri”, che lo
consiglia ai settantenni, sia l’allegra Giulia Fiore che lo consiglia come
antidoto a “Il grande Gatsby”. Buoni consigli, ed altrettanto buona lettura.
Qui, il quasi sessantenne Gabo riprende il bandolo dei suoi giri infiniti, dei
suoi mille personaggi, che poi a ben vedere si riducono a due o tre, e ci
trascina in meno di quattrocento pagine alla ricerca di uno sbocco ad una
vicenda che, bene o male, durerà una sessantina di anni. Lo fa con la sua
vecchia maestria, cominciando da un punto A, spostandosi a B, poi a C e D, ed
intessendo tutto un intreccio di situazioni e di svolgimenti, che mi hanno
tenuto incollato alla pagina più di quanto mi aspettassi. All’inizio ero un po’
dubbioso, seguendo le pagine sulla morte dello strano Jeremiah de Saint-Amour,
starno personaggio, piombato all’improvviso nella cittadina teatro della
vicenda, ricucitosi uno spazio di vita come fotografo e di relazioni come
giocatore di scacchi. Personaggio che decide di non dover invecchiare ed a
sessanta anni si uccide. Morte che coinvolge il suo compagno di scacchi, il
dottor Juvenal Urbino. Di cui vediamo i turbamenti per la morte, che cominciamo
a seguire con le sue manie di vita, con le sue esuberanze sociali, conosciamo
di sfuggita la moglie Fermina Daza. Veniamo ben presto coinvolti nella vita del
dottore, nel ricordo dei suoi viaggi giovanili a Parigi, delle sue dotte
lezioni di medicina, delle sue letture. Venendo all’improvviso coinvolti nella
sua morte, lo stesso giorno dell’amico, per una caduta accidentale e ben
ridicola. Prende allora il centro della scena la moglie Fermina, che sembrava
sino ad allora vissuta nell’ombra del marito importante, ma che esegue i giusti
passi per il funerale, per il ricordo, per il rapporto con il figlio Urbino
Daza, anche lui dottore, e con la figlia Ofelia. E nel momento culminante di
questo inizio pirotecnico abbiamo lo squarcio che farà girare tutto il romanzo.
L’anziano a sua volta Florentino (sia lui che Fermina sono poco oltre i 70),
che alla fine del funerale dichiara il suo imperituro amore a Fermina. Un amore
che dura quasi nascosto da 53 anni, 7 mesi ed 11 giorni. Dichiarazione che
permette all’autore una capriola appunto di più di cinquanta anni all’indietro,
dove ritroviamo la giovane Fermina, assediata dalle lettere e dalle poesie di
Florentino. Siamo nella fine dell’Ottocento, non facili sono i rapporti tra
maschi e femmine. Inoltre Fermina è figlia di un oscuro malversatore, che
finirà i suoi giorni tornando scornato in Spagna, mentre Florentino è figlio
naturale di uno dei maggiorenti locali. Ma non riconosciuto, quindi di poco
peso sociale. Inoltre Florentino ha un suo aspetto triste, è aiuto-telegrafista,
miope. Ha solo la parola dalla sua, novello Cyrano di sé stesso. Seguiamo
allora Fermina che decide di lasciarlo per sposare senza amarlo il ricco
Juvenal, con cui costruirà un rapporto bene o male felice nel corso degli anni,
con picchi di bellezza e di amore e con abissi non proprio di dolore, ma di
crisi. Che verranno superate, avendo sempre ormai la nostra buona Fermina
seppellito il ricordo del giovane amore con Florentino. Che invece non si
rassegna, che decide, lì sui venti anni che quella sarà sempre la sua donna. E
che comincerà la sua scalata sociale, aiutato dalle sue capacità e dal padre
naturale che gli offre la possibilità di sfruttarle. Vediamo Florentino perdere
la verginità del corpo su di un battello fluviale. Ma anche salire, gradino
dopo gradino, proprio le fortune dei battelli, di cui alla fine diventerà il
capo e padrone indiscusso. Avrà anche la capacità di soddisfare i suoi ardori,
andando a letto con 622 donne come puntigliosamente registra nei suoi diari. Il
funambolismo di Gabo ci fa quindi saltare di donna in donna, seguendone
brevemente il fugace rapporto con Florentino, ma dipingendole a tutto tondo.
Anche l’ottima Leona, l’unica con cui non andrà a letto, ma che sarà il motore
segreto della sua ascesa. Dopo questa lunga cavalcata, allora ritroviamo i
nostri due eroi, anziani ma non vecchi. Dove vediamo Florentino riprendere il
leggero corteggiamento, delicato e pieno di un tatto sempre presente nelle sue
manifestazioni, anche quando sembra non essere capace di mantenersi centrato.
Vediamo Fermina leggere le sue lettere, capire i percorsi suoi e del suo amor
di gioventù. Gabo ci infioretta tutta una bella parte su queste basi,
mettendoci dentro anche i corpi di questi due settantenni, il loro scivolare
verso la inevitabile morte, che fortunatamente non vedremo. Fino però ad
imbarcarsi su una delle navi della flotta di Florentino, quasi a ripercorrere
una fuga giovanile di Fermina verso parenti che le facessero passare i dolori e
quel momento d’amore di Florentino. Cosa succederà sulla nave, dovrete
leggerlo, perché è il momento chiave del libro. E non vi anticipo cosa
succederà. Tutto il libro è corso via su questi binari, l’ho letto legato alla
pagina nei pochi momenti liberi di queste giornate ad altro dedicate. E vi
confesso che avrei anche dato maggior punteggi, se non ci fossero alcuni passi
che mi hanno lasciato un po’ di dubbi. Uno su tutti, il famoso diario di
Jeremiah, di cui tanto si parla nelle prime pagine, che mi aveva solleticato,
ma di cui poi se ne perde traccia. Con dispiacere. Un libro sulla vecchiaia e
sull’amore e sul fatto che comunque possano convivere. A dispetto di tutti.
“Era ancora troppo giovane per sapere che la
memoria del cuore elimina i brutti ricordi e magnifica quelli belli, e che
grazie a tale artificio riusciamo a tollerare il passato.” (116)
“Un uomo sa quando comincia a invecchiare
perché comincia ad assomigliare a suo padre.” (183)
“Con lei … aveva imparato quello che aveva
già provato più volte senza saperlo: che si può essere innamorati di diverse
persone al contempo … senza tradirne nessuna.” (293)
“È incredibile come si possa essere tanto
felici per così tanti anni, in mezzo a tante baruffe, a tante seccature … senza sapere in realtà se è amore o se non lo
è.” (356)
Finalino
Ritorno a non commentare Scott Fitzgerald, ma sostengo, con
passione, l’utilità di questo lungo amore, della possibilità che, alla fine,
riesca nel suo intento. Come lessi anni fa in Spagna, l’impossibile non esiste,
è solo qualcosa che, magari, tarda ad arrivare.
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