Come i miei bravi ed assidui
lettori avranno capito, piccola crasi per investigatori da tutto il mondo. Ed,
infatti, qui si spazia per molti continenti: si parte dalla Spagna, si fa un
salto in Thailandia, si torna in Francia e si finisce in Messico. E devo dire
che quello che più mi ha interessato è stato il detective buddista di Burdett,
che illumina modi diversi di investigare. Non occidentali, almeno (ps: per i
miei amati lettori, rivelo che esistono libri di Burdett tradotti in italiano).
Paul Pen “Il presagio” Newton Compton s.p. (natalino dell’arabista di
Paola)
[A: 01/01/2013 – I: 16/01/2013 – T: 18/01/2013]
[tit. or.: El aviso; ling. or.: spagnolo; pagine: 373;
anno 2011]
Comincio
ribadendo quanto dissi non mote trame fa per Gramellini: un libro regalato non
deve essere per forza, in quanto regalo, commentato senza un occhio critico.
Perché non viene e non verrà mai messa in discussione l’amicizia del donatore
(che anzi ne esce sempre rinforzata, per il coraggio di regalare libri ad una
biblioteca ambulante come me), ma il testo e quanto è contenuto nella
confezione si. Devo dire che, quindi, come ci si aspetta ormai da Newton
Compton, ho trovato una confezione, un romanzo ed un contorno prima di tutto
irritanti. Poi, come dirò, negativi nella trama e nella sua realizzazione.
Intanto (e la casa editrice ci ha ormai assuefatto a queste cadute di
editorialità), c’è un indice sbagliato che indica con un nome diverso un
capitolo, cosa che non sarebbe successe se il revisore si fosse accorto che la
narrazione avveniva per capitoli alternati tra il 2000 ed il 2009. Secondo
punto quanto meno da discutere i lanci di copertina. Si parla di un ragazzo in
coma, che però è un punto del narrato, e non è importante, tanto che questo ragazzo
avrò poca parte attiva in tutta la vicenda. Ma soprattutto si parla di “tragico
destino che si ripete ogni nove anni”. Ebbene questo è sbagliato e fuorviante.
Non c’è una sola parola in tutto ilo libro che parla di una ripetizione
novennale. Anzi il tragico destino si è fino ad ora ripetuto nel 1909, nel
1950, nel 1971 e nel 2000. Ora, anche chi di matematica non mastica neanche
un’addizione ad una cifra si accorge che non c’è nessuna ripetizione ogni nove
anni, se tra i primi due accadimenti ne passano … 41! Forse il poco attento
editor della Newton ha letto le date dei capitoli, e visto che, come ho detto
sopra, si alternano tra il 2000 ed il 2009 (e questi sono si nove anni), ha
estrapolato e detto una stupidaggine colossale. Infine, seppur vero che il
libro ha scalato due anni fa le classifiche spagnole, l’ha fatto per un motivo
di marketing, e poi è subito sparito, che l’autore non ha nella scrittura una capacità
da best-seller come altri autori spagnoli (almeno fino ad ora, chissà nel
futuro). L’idea di marketing è stata di proporre (antesignani in Spagna, ma già
da tempo presenti sul mercato internazionale) un “book-trailer” alla maniera
dei film. Un assaggio che facesse “appetire” il lettore, e lo facesse andare
all’acquisto un po’ alla cieca, prima che il passaparola di chi poi il libro lo
legge, ne facesse rilevare la poca consistenza. Che il romanzo in sé è un
tentativo di scrittura alla Stephen King, che cerca di mescolare della suspense
con il quotidiano. Ma certo con ben altro spessore (e lo dice uno che non ama
molto Stephen). Cercando, il nostro Paul, di barcamenarsi sui due piani
temporali. Quello attuale, dove seguiamo il quotidiano di Leo, un bambino di
nove anni, pieno di problemi, sia per sé stesso (carattere chiuso ed altro) sia
per una coppia di genitori da fucilare seduta stante: una madre che non entra
in sintonia una volta in 180 pagine (la metà dedicata a Leo) con il figlio, e
che ogni volta che agisce non fa altro che rinforzare le difese di Leo verso il
mondo esterno (un esempio su tutti, non è che sbandierando ai quattro venti che
il proprio figlio ha bisogno di amici che i fetenti compagni di scuola
diventeranno all’improvviso buoni). Ed un padre che non si capacita del motivo
che stia lì a vegetare vicino a Madrid, invece di andare a ritrovare il suo
folle amore messicano, cercando di compensare questa mancanza di affatto verso
una resa incondizionata alla moglie (tanto per non pensare). Dall’altra
seguiamo gli avvenimenti di nove anni prima, dove Aaròn (il protagonista di questa
parte) lascia senza motivi apparenti la simpatica Andrea (in Spagna e altrove,
vi ricordo, è nome di donna), coinvolge in una consegna notturna l’amico David
(lui fa il farmacista), che subisce una rapina ed entra in coma. Da qui il
nostro parte per cercare di capire il “mistero” del luogo della rapina, quel
“posto dell’americano”, che subisce “tragici destini” con la cadenza che sopra
riporto. Aaròn è sconvolto, ma lo scrittore non riesce a farci capire come,
perché, l’avanzare della nevrosi, la ricerca di una soluzione. Qui purtroppo
avanza il mio lato numerico, che a pagina 35 si capisce tutto. Chi, come,
perché, quando. L’autore impiega altre 300 pagine ingarbugliando le parole,
senza riuscire a far fare un salto di piacere a tutta la vicenda. Ed è talmente
piatta la sua capacità narrativa, che finisce esattamente quando e come ci si
aspettava, senza neanche un sussulto d’orgoglio. Se poi alla fine, leggendo le
note biografiche, ci accorgiamo che Pen è lo sceneggiatore de ‘L’isola dei
famosi’ in versione spagnola, ci finiscono di cadere le braccia, continuando a
dirci che le uscite della Newton Compton andrebbero bandite dalle librerie e
relegate in posti di confino. Grazie Paola, che questo regalo del nostro
natalino mi ha consentito di togliermi qualche sassolino dalle scarpe e
lanciarlo contro i cattivi maestri editoriali.
John Burdett “Bangkok
Eight” Corgi Books euro 9,50
[A: 09/03/2012 – I: 09/01/2013 – T: 20/01/2013]
[tit. or.: originale; ling. or.: inglese; pagine: 431;
anno 2003]
Un
altro libro nato dal gorgo dei miei impegni viaggianti. Stavo tornando verso
l’Europa dopo il viaggio in Laos e Cambogia, e nelle lunghe ore d’attesa a
Bangkok cercavo qualcosa da leggere, che ad ogni viaggio provo libri locali.
Ora, trovare un libro scritto in Thai mi è sembrata un’impresa leggermente
superiore alle mie forze. Ma con fortuna mi sono imbattuto in questo autore, ex
avvocato, che dopo aver vissuto 12 anni ad Hong Kong, ha deciso di cominciare a
scrivere. Proprio con questo romanzo, che coniuga la sua esperienza “legale”
con la conoscenza del mondo asiatico, ed in particolare di Bangkok. Non a caso
si intitola “Bangkok 8”, come uno dei distretti della città noto per i suoi
locali diciamo osé. Ed al centro della vicenda c’è uno strano poliziotto, di
nome Sonchai (il cognome è impronunciabile e lo ometto). Strano perché figlio
di un’ex-prostituta che vendeva il suo corpo con raziocinio, sangue misto,
probabilmente nato dall’unione con uno dei tanti soldati americani in transito
durante la guerra con il Vietnam, che passa la gioventù tra droga ed altre
anfetamine più o meno letali, e, ad un passo dal non ritorno, insieme ad un suo
sodale (fratello nell’anima, come lo chiama), si fermano e per redimersi
diventano poliziotti. Ora (e Burdett ce lo fa vedere con dovizie di esempi e
digressioni) anche il mestiere di poliziotto non è tutto rosa e fiori,
soprattutto in un paese come la Thailandia in cui le prime industrie del paese
sono sesso e droga. I poliziotti vivono sul confine del lecito, tanto che in un
paese più europeo sarebbero tacciati di corrotti e mal affidabili. Ma l’autore
(e noi con lui) ci guida verso una non condiscendente contestualizzazione degli
avvenimenti. Quel che è vero, per la sua storia, e per il fatto che è
profondamente buddista, Sonchai è anche una pecora bianca, che non accetta
“mazzette” ed altre “agevolazioni”. Proprio per questo il suo capo, il più che
corrotto Colonnello Vikorn, gli affida un caso che fa perno su di un marine
nero di stanza all’ambasciata. Peccato che dopo due pagine il marine (e il
“soul brother” di Sonchai) muoiono per mezzo di serpenti. Da qui parte
un’indagine complicata, che vede scendere in piazza anche i Servizi americani.
E da qui gustiamo questo doppio binario degli avvenimenti visti con i nostri
occhi occidentali (e quelli dell’agente Kimberly), decostruiti uno dopo l’altro
da Sonchai nella sua ottica estremo orientale. Riusciamo a pieno ad entrare
nella sua ottica orientale, dove Sonchai è dispiaciuto ma non preoccupato della
morte del socio, che sa reincarnantesi a breve. E dove vede nell’aura delle
persone le loro vite passate. E giustifica la vita attuale con quanto di male
(o bene) fatto in altre reincarnazioni. Molto buddista. Così da un lato ci
immergiamo (quasi un viaggio nel racconto) nell’atmosfera orientale e nella
vita di Bangkok (anzi in Krung Thep come si dice in lingua locale, la “città
degli angeli”), conosciamo la vita delle prostitute, andiamo con Sonchai a
trovare il suo amico Fritz in carcere, proviamo a spostarci (pericolosamente)
con i moto-taxi. Insomma, in pochi tratti mi ritrovo contornato da tutti quei
momenti orientali, più o meno vissuti durante molti viaggi. Il battello-bus sul
fiume, la birra, le case piene di legno, i profumi. Dall’altra seguiamo il
complicarsi della vicenda poliziesca. Che Bradley (il marine morto) aveva una
doppia vita, trafficava segretamente in giada preziosa, si accompagnava con
Fatima, la quale scopriamo poi era un uomo operato in una clinica thailandese.
Conosciamo il socio di Bradley, il ricco Warren, ben ammanicato con il potere
asiatico, sia locale, sia con la mafia cinese. E Fatima, che viene dal nord del
paese, ha un suo giro di guardie del corpo khmer cambogiani. Scopriamo che
Warren è un “maledetto porco”, come dice Sonchai, che si diverte a giochi
erotico mortali con prostitute ucraine. Un guazzabuglio senza fine, tra poteri
corrotti, mafie piccole e grandi. Noi ci divertiamo però a farci guidare da
Sonchai, che non potrà che trovare i bandoli di tutte le matasse, anche se
deciderà, in modo molto buddista, che la sua personale vendetta sia affidata ad
altre mani. C’è anche un inizio di “affair” con Kimberly che non va oltre il piano
verbale. Ma serve anch’esso ad illuminare uguaglianze e diversità tra i due
mondi. Alla fine è un buon compendio di vita orientale, anche se descritta con
una penna inglese. Spiace solo che (anche se funzionale al testo) Burdett
indulgi non poco nelle citazioni commerciali, dove si sprecano gli Armani, i
Van Cleef ed altre indicazioni di mercato di alto livello. Mi ha un po’ ricordato
un analogo libro dove il protagonista si affida al sapere orientale per
risolvere i casi. Lì era il feng-shui, qui il buddismo più profondo. E non
dispiace infine che tratti in maniera seria il problema della prostituzione
orientale, che ha una sua deontologia, anche se, forse, una difficile ragion
d’essere. Una piacevole scorribanda a quasi un anno dal bellissimo viaggio in
Laos. Un’ultima cosa, dimenticavo, si parla anche e molto della cucina, e del
suo uso smodato (ma a me gradito) di salse piccanti.
“To be frank, nothing has changed since The
Quiet American” (389) [citazione del libro di Graham Greene (Ad essere sincere,
niente è cambiato da “Un Americano tranquillo”)]
“How can you ever taste anything properly with your whole frigging mouth
on fire?” (393) [mentre mangiano un pesce al chili (“Come si può mai
assaggiare qualcosa correttamente con tutta la maledetta bocca infuocata?”]
J. M. Erre “Serie Z” Cult editore s.p. (regalo di Silvia)
[A: 01/01/2013 – I: 23/01/2013 – T: 26/01/2013]
[tit. or.: Série Z; ling. or.: francese; pagine: 302;
anno 2010]
Un
Interessante esperimento letterario, non tutto riuscito allo stesso livello (al
solito, non è facile mantenere per 300 pagine lo stesso ritmo, soprattutto se
si inizia scoppiettando), di un giovane (ha solo quaranta anni) autore
francese, Jean-Marcel, che però si firma J. M., Erre. Autore di pochi romanzi
sino ad ora (credo tre o quattro), tutti (almeno a leggerne in giro) con una
forte dose di ironia al centro. Ha parlato di condomini in lotta per questioni
di cani, di un cinese negro alla ricerca delle sue origini, e qualcosa intorno
al mondo si Sherlock Holmes. Qui a me pare raggiungere un forte grado di
profondità (vedremo cosa intendo) parlando di film di bassa qualità. Mentre da
noi tutto ciò che non viene fatto a dovere (per bassi costi, per scarse idee, o
simili) viene etichettato come film di serie B (originando da quei B-movie di
hollywoodiana memoria, che erano presentati come secondo film dopo un film
“serio”), in Francia si attua una sottile ulteriore distinzione, tra film di
“serie B” e film di “serie Z”, dove questi ultimi sono caratterizzati anche da
attori scadenti, trame inconcludenti, come nel cosiddetto peggior film mai
realizzato “Piano 9 dallo Spazio Profondo” di Ed Wood. Ma su questo ci si tornerà.
La storia in sé, pur carina, è in realtà un bel pretesto per citare libri,
situazioni e modi dei peggiori film di serie Z. C’è il protagonista, sceneggiatore
fallito, ma cultore del “cinema bis” (che accomuna tutti i film da B a Z), con
convivente simpatica e volitiva, figlia unenne assolutamente incontenibile,
sorella pompiere e madre preoccupata di questo trentenne che non lavora. Felix,
questo il nome, ha anche un blog sul cinema (immancabile di questi tempi), per
il quale intervista un attore di queste serie, e, venendo questi a mancare, gli
trafuga una scenografia che cerca di piazzare presso un produttore improbabile,
macellaio di suini ed amante di paté. Non pare strano che la storia sia
ambientata in un ospizio per attori di serie Z in pensione, dove avvengono
misteriose sparizioni. E la storia entra nel vivo quando un ispettore di
polizia maniaco di “griglie criminali” si accorge che l’ospizio esiste davvero
e davvero muoiono vecchi attori, che vengono trovati mascherati come in scene
madri di film di serie A. Da qui si diparte tutto lo scoppiettante andamento
del romanzo tra la vita di Felix e Soso in rue Mouffetard e l’ospizio, dove
impariamo a conoscere queste vecchie glorie, alle prese con reumi e Alzheimer,
pasticche e dispetti. Ovviamente Felix è il principale sospettato della
mattanza, anche perché, almeno per buona parte del libro, si pone sempre in
situazioni di difesa, che non fanno che aggravare i sospetti. Ci sarà un bel
finale in stile Z-movie ed un sottofinale a sorpresa che mi ha fatto piacere
trovare e che ridona luce diversa a tutto l’insieme. Ma tuttavia non è la
storia quella che conta, ma il modo. Il saltabeccare da un personaggio
all’altro, gli inserti inaspettati (blog, sceneggiature, citazioni), i pensieri
di Felix tra ironia e stupore. I tre gemelli che inaspettatamente compaiono a
sconvolgere le acque. Il figlio dell’ispettore, pedinatore fallito e bulimico a
tempo pieno. E le citazioni. Tutte giuste, tutte di film che hanno visto la
luce, con quei titoli improbabili e le loro trame assurde. Ricordando a caso
“Amarsi? … che casino” di Patrick Schulmann, “Tempi duri per i vampiri” di
Steno, “Che c’entriamo noi con la rivoluzione” di Sergio Corbucci, “L’orribile
segreto del dottor Hitchcock” di Riccardo Freda, fino a “Le monache si danno
alla pazza gioia o Le sexy goditrici” di Jesus Franco o “BiancaCoscia e le
sette mani” di Michel Caputo. Tanto per finire ho anche trovato che esiste
davvero “Comincia il giorno ed iniziano le stronzate” di Claude Mulot (del
1982, dove aveva anche una piccola parte Johnny Hallyday). Una goduria per
cinefili. È tuttavia e senz’altro un libro francese, molto francese, non
facilissimo da tradurre, immagino, pieno di espressioni colloquiali e di sigle.
Mi sembra che Tania Spagnoli si sia data molto da fare, anche con le citazioni
dei film ed il reperimento dei titoli italiani (quando diversi da quelli
citati). Si poteva forse fare un piccolo sforzo per alcune parole od
espressioni, come velib, lasciato lì senza commenti. Non so quanti siano in grado
di decrittarlo come “vélo liberté”, il servizio di bicicletta in affitto in
vigore da 5 anni a Parigi. Tuttavia termino con un plauso a Tania, che per il resto
ha ben tradotto il romanzo, che ho letto sorridendo con gusto.
Paco Ignacio Taibo II “Svaniti nel nulla” Net euro 7 (in realtà,
scontato 6,30 euro)
[A: 01/01/2013 – I: 24/01/2013 – T: 27/01/2013]
[tit. or.: Desvanecidos
disfuntos; ling. or.: spagnolo; pagine: 110; anno 1991]
Una
lettura d’annata (e si sente) ma che serviva a colmare un vuoto e prendere
qualche spunto. Il vuoto viene da alcune vecchie letture di Taibo II che mi
avevano lasciato perplesso. Interessanti alcuni spunti sulle biografie (il
bellissimo “Senza perdere la tenerezza” su Che Guevara), meno le prove
romanzate (tipo “La bicicletta di Leonardo”). Volevo quindi vedere di colmare
quanto mi mancava della sua scrittura con un romanzo del suo eroe tra i più
amati all’epoca in Messico. Il detective Héctor Belascoarán Shayne, figlio di
un basco e di un’irlandese (da qui il doppio cognome, a cui lui tiene molto),
anarcoide, condivide l'ufficio con un idraulico, un tappezziere ed un ingegnere
che si occupa di fogne. Ha un fratello impegnato politicamente a sinistra, una
sorella reduce da un divorzio ed una fidanzata fantasma con la coda di cavallo.
È brutto, orbo e claudicante. Taibo II lo utilizza con una tecnica ripresa dai
modelli scandinavi di Sjöwall &
Wahlöö, per descrivere la società messicana, la sua precarietà e la corruzione
diffusa, ma anche la semplicità, l'umorismo e la voglia di vivere dei
messicani. Questo sui morti scomparsi, come recita il titolo spagnolo, è anche
l’ultimo della serie (a parte una piccola ripresa successiva di quindici anni),
che Taibo II aveva sentito esaurirsi il tempo di Héctor, e con gran dispiacere
dei suoi lettori (pensate che i muri di Città del Messico, alla notizia, si
riempirono di scritte come ‘Belascoarán, per favore ritorna!’). E questo
abbandono si sente, che la storia è pervasa di tristezza, con il nostro
detective che, spesso e volentieri, si interroga su dove stia andando il suo
paese, e dove stia andando lui stesso, ormai sfiduciato verso tutto e tutti. Lo
spunto è molto “politico” ed anche molto messicana. Héctor viene ingaggiato per
liberare il maestro Medardo Rivera, ingiustamente incarcerato perché incolpato
della morte di tale Lupe Bàrcenas. Peccato che Lupe non sia morto, e peccato
che Rivera sia stato incarcerato perché a capo del sindacato degli insegnanti,
ed a capo di una rivolta (benché pacifica) nella sua regione. Luogo inventato,
ma non gli episodi, che ricalcano le rivolte che nascevano contro la corruzione
del poter centrale negli stati di Oaxaca e del Chiapas (e che solo 4 anni più
tardi sfoceranno nella rivolta degli zapatisti con a capo il subcomandante Marcos,
che non ci stupiamo essere fraterno amico del nostro Paco). Héctor si scontra
con il potere e la polizia, che sa benissimo il reale andamento dei fatti, ma
imbastisce montature giudiziarie a colpi di cavilli legali per tenere Rivera in
prigione. Sono senz’altro da ricordare le analisi della situazione locale,
fatte dall’avvocatessa del maestro, nonché la storia della città di San
Andreas, raccontata da uno degli alunni del maestro stesso. Taibo II riesce
anche a dipingere e raccontarci in poche parole sia la strafottenza della
polizia sia l’insipienza e l’ignoranza del potere, espressa magnificamente
nella figura del presidente della provincia (che ci fa ricordare tanti nostri
insipienti politici attuali). Ed anche da tenere in qualche lato della memoria
le visite nel carcere, con la promiscuità tra politici e detenuti normali, la
loro rivalità e la loro solidarietà (momenti che vanno a collocarsi da qualche
parte dove si situano i ricordi nostri e dei nostri amici che ben conoscono le
realtà carcerarie). Tuttavia il romanzo non è riuscito. Non ha pathos, né
coinvolgimenti. Rimane tutto esterno e di testa. Si nota, come detto, la
stanchezza. Si sente che è stato scritto per mettere un punto fermo ad una
qualche storia che noi viviamo solo di rimando. Per cui ad un certo punto finisce,
avendo risolto il problema centrale da cui si era partiti, anche se non vi dico
come, ma lasciando tutto in sospensione. Come se Taibo II ci avesse comunicato
la sua stanchezza e volesse condividere con noi l’impossibile fatica di andare
avanti. Non si sente l’umorismo di altre sue pagine. Ma il vuoto è colmato, e
sono soddisfatto.
“Si sentiva fuori luogo … Ma non era nuovo a
questa sensazione. Lui era sempre fuori luogo. Non c’erano scenari che potesse
considerare suoi, costruiti a sua misura, ma solo scene in prestito per un
attore disperato, scaraventato al centro del palcoscenico nel bel mezzo dello
spettacolo, senza un copione in mano, senza vocazione e senza la capacità di
improvvisare.” (30)
Solo in finale, un po’ nascosto,
confesso che forse è meglio dedicarsi agli investigatori, che questa settimana
non ha portato altro che dolori pubblici, forse irrimediabili. Che pena! Non ci
salveremo forse neanche ...
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