domenica 26 novembre 2017

Ma i gialli non finiscono mai - 26 novembre 2017

Dato che invece le storie di cucina sono finite (e non credo ricominceranno). I gialli invece prosperano, anche in questa infornata italica. Tutti di buon livello, sia uno dei primi Varesi con il commissario Soneri, sia uno degli ultimi Morchio con il suo Bacci Pagano. Meglio, è ovvio, il sempre ben voluto Carlotto con il suo Alligatore, nonché Vichi con l’intramontabile Bordelli. Ne avevo bisogno per ristabilire un po’ di letture di serenità mentale.
Valerio Varesi “Bersaglio, l’oblio” Diabasis euro 10 (in realtà, scontato a 8,50 euro)
[A: 15/11/2016 – I: 02/06/2017 – T: 06/06/2017] - &&&--
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 138; anno 2000]
Dopo aver recuperato tre anni fa la prima inchiesta del commissario Soneri, con molta più fatica sono riuscito finalmente anche a trovare la seconda. Impresa non semplice, che la prima fu ripubblicata a suo tempo da Frassinelli, questa, invece, come dice giustamente il titolo, andava più verso l’oblio. Anche perché rimasto e non uscito dal catalogo della poco diffusa casa editrice Diabasis. Un editore di Parma (e questo ci sta con l’ambiente delle storie) che ha scarsa circolazione sui circuiti nazionali. Ma mi ero messo d’impegno ed alla fine ne ho trovata una copia nei fondi di magazzino di un negozio Mondadori. Ancora siamo alla costruzione del personaggio, come avevo accennato nel primo volume uscito. Soneri – Barbareschi si dà da fare con la cucina locale (che certo noi non scorderemo, dal culatello al buon vino) e con i suoi toscani. Ma ancora poco sul versante femminile, anche se il racconto lungo è stato preso come base per la sceneggiatura del terzo episodio della serie televisiva “Nebbie e delitti”, mettendo subito in mostra (forse poco rispettando il testo) la bella Natasha Stefanenko. Comunque qui abbiamo delitti e misteri, che prendono corpo nella città padana. Il gioco di Varesi è dare in pasto al commissario un morto che emerge dalle acque del fiume, senza segni di riconoscimento, facendo in modo che Soneri cerchi di trovare il bandolo della matassa. Dall’altra ci racconta la storia di un insospettabile, che ha fatto qualche errore (forse grave) e che ha cercato di fuggire da situazioni per lui molto pericolose. Cercando appunto di farsi dimenticare, cercando l’oblio. Ma lo sgarbo fatto è forse troppo forte per lasciarlo cadere, anche a distanza di anni. Ed ora la sua copertura è stata scoperta, e l’insospettato deve trovare il modo di tirarsene fuori. Riprende in mano tutto il suo armamentario nascosto in cantina, e fatto di diverse pistole, con le quali comincia ad uccidere una serie di personaggi, per fare in modo che il motore ultimo, il capo in testa di tutta la baracca, esca allo scoperto. Già abbiamo capito che questi sono piccoli salti all’indietro, e che l’insospettato non riuscirà nel suo intento. Da subito capiamo che quel morto senza traccia è probabilmente proprio lui. Certo rimane fino all’ultimo il sospetto di un colpo di coda dell’autore, che faccia sì che il morto sia invece il Grande Capo. Dalla parte di Soneri, invece, le indagini, sempre condite dall’indolenza padana, vanno a rilento. Ma il nostro commissario non demorde. Ricostruisce alcuni contorni, seguendo indizi labili, capisce che il morto deve aver frequentato uno strano campeggio di roulotte, che ora, nel pieno della non-stagione, è frequentato poco e male. C’è il custode, ci sono un padre ed un figlio che trasportano cose, c’è uno strano americano, unico abitante delle roulotte in dismissione. Tirando fili che noi a volte non vediamo, e è questo il limite ancora della prima fase della scrittura di Varesi, Soneri parla, congiunge indizi, si fa aiutare dal fido Juvara. E comincia a capire qualcosa. Che nel campo delle roulotte ci sono traffici strani, che ben presto si collegano a trasporti di cocaina ed altre amenità di droghe ed affini. Riesce a capire il legame con il luogo che fa stare in questa terra a lui non consona lo strano americano. Oltre al luogo anche al custode del campo, per un po’ di outing che non guasta. Ed il susseguirsi di morti ed altre pagine che scivolano via, porta al ricongiungimento del primo morto con un nome. Ed al ritrovamento delle pistole. Nonché, e finalmente anche da parte di Soneri, a collegare le pistole al poliziotto Baldan, cosa che noi sappiamo da pagine e pagine. Così alla fine tutto ha un suo senso, ed anche se Varesi non si prende la briga di una bella chiacchierata risolutiva alla Van Dine, noi abbiamo gli elementi per ricostruire le fila. Dei vivi e dei morti. Trovo che sia ancora un prodotto acerbo, che non tutti i personaggi abbiano un loro centro ben definito. Ma è comunque un racconto lungo che mostra le potenzialità di una scrittura che ben si svolgerà in successivi episodi. Come ho già tramato e ribadito. Certo, il commissario dovrà trovare la sua dimensione definitiva e più centrata nella storia (e nel personaggio). Tuttavia un libro gradevolmente da attesa in aeroporto.
Massimo Carlotto “La banda degli amanti” E/O euro 9,50 (in realtà, scontato a 8 euro)
[A: 10/05/2016 – I: 20/07/2017 – T: 20/07/2017] - &&& e ½ 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 195; anno 2015]
Approfittando delle sette lunghe ore di volo di ritorno dalla breve vacanza omanita, breve anche se molto calda (ma ne parlerò altrove), ho letto d’un fiato il nuovo episodio delle scritture di Massimo Carlotto. Per i miei più attenti lettori, non è certo una sorpresa che di Massimo ho letto tutto, ho sempre parlato a lungo, sviscerando le sue vicende personali, e gli incontri (due) che ho fatto con lui in occasione di alcune serate nella bellissima libreria romana di via dei Banchi Vecchi (per chi non la conoscesse, Libreria Odradek, visitatela). Quindi non torno sull’autore, ma sul fatto che ho sottolineato sopra di passaggio: episodio delle scritture. Perché, se è vero che questo libro segna il ritorno in auge del personaggio da me più amato, e cioè Max Buratti dello l’Alligatore, è anche vero che è un libro duale, visto che è presente e lotta con e contro il nostro, quell’esemplare bello torbido, uscito sempre dalla penna di Carlotto, e personaggio centrale di “Arrivederci, amore ciao”: cioè Giorgio Pellegrini. Quindi, qui finalmente si scontrano le due anime cella malavita create da Carlotto: quella che vive ai margini, ma che ha un suo codice d’onore alle spalle (Rossini, Max la Memoria, nonché il nostro Alligatore) e quella che al contrario non ha nessuna regola (Pellegrini). L’occasione nasce dall’ingaggio del nostro Max, nelle sue vesti precipue di investigatore senza licenza, da parte della nobildonna svizzera Oriana Pozzi Vitali. Da diversi mesi è scomparso il suo amante, il professor Di Lello, e Oriana non si dà pace. Per essere coinvolto, Max le fa confessare tutto, e cioè che i due erano ricattati da qualcuno che, nonostante la loro segretezza, aveva scoperto la loro tresca. Saltando a piè pari tutta una serie di passaggi, che lascio a voi avidi lettori, si scoprirà ben presto che dietro a tutto ciò c’è la mente perversa di Giorgio Pellegrini. Che è rimasto uguale a sé stesso: perverso e truffaldino. Ha sì messo in piedi un nuovo ristorante, come paravento per tutta una serie di sue attività illegali. Ma ha sempre alle spalle la succube moglie Martina e l’altrettanto succube amante Gemma. Ha un contatto efficace con un poliziotto corrotto, che un po’ lo copre, un po’ lo aiuta, un po’ gli fa arrivare soffiate efficaci. Nell’orbita di Pellegrini, poi, ci sono i fratelli Centra, due trogloditi che servono per i lavori sporchi. Nel contraltare dei capitali che si susseguono, vediamo Max ed i suoi avvicinarsi alle possibili verità. Ma vediamo anche Pellegrini costruire con fredda determinazione un piano B, nel caso Max si avvicini troppo alla verità. La verità è che Oriana non aveva voluto cedere al ricatto, e chi ne aveva subito le estreme conseguenze è stato il povero Di Lello. Ma Max non ha prove, se non cercare di mettere alle corde Gemma, e scovare chi sia il poliziotto corrotto. Pellegrini ha allora un colpo da maestro: fa rapire una attempata signora, anche lei dedita ad amori clandestini, e la utilizza come arma di scambio con l’Alligatore ed i suoi. Dopo aver cercato, inutilmente, di farli fuori utilizzando i due fratelli scapestrati. La resa dei conti, nel locale di Pellegrini, avviene sulla base dello scontro tra i due codici d’onore. Pellegrini sa che deve mollare tutto per salvarsi. E molla il poliziotto, i fratelli e la rapita. Trovandosi al fine con Rossini che deve decidere se porre fine alla turpe carriera del cattivone o obbedire al suo pur distorto onore. Vi lascio la suspense delle ultime pagine, su cosa farà l’Alligatore, cosa farà Rossini, cosa farà Pellegrini. Un bel romanzo, costruito con un suo ritmo che, per l’appunto, mi ha tenuto incollato al libro per tutto il viaggio. Certo l’inizio del libro è un po’ lento, dovendo tributare l’onore di ristabilire i punti fermi della storia di ogni personaggio per chi non ha avuto modo di deliziarsi delle letture precedenti. Ma è corretto l’uso che ne fa Carlotto. Rispolvera i diversi modi di essere, ne ricostruisce momenti che erano sfuggiti, e passaggi che erano presenti magari tra un libro e l’altro. Il bello è tutto in quelle due anime che si scontrano, e che lottano fino a… Magari fino ad un prossimo libro, se Pellegrini si salva. O alla prossima inchiesta dell’Alligatore, come lasciano presagire le ultime parole del libro. Comunque, Carlotto merita sempre di essere letto.
Marco Vichi “Fantasmi del passato” TEA euro 10 (in realtà, scontato a 8 euro)
[A: 21/03/2016 – I: 24/07/2017 – T: 26/07/2017] - &&& e ¾ 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 504; anno 2014]
Peccato! La scrittura di Vichi è gradevole, il commissario simpatico, gli interventi (nascosti ma visibili) di Gori ben amalgamati. E allora? Peccato sia inutilmente lungo. Peccato sia una rimembranza di avvenimenti e di momenti che, purtroppo, poco hanno a che fare con il solito giallo di cui ci aveva abituato il commissario Franco Bordelli. Certo, Vichi si inserisce nel filone delle serie a lunga gittata degli scrittori italiani di polizieschi ed affini. Come non accostarlo ad Andrea Camilleri (il commissario Montalbano), Carlo Lucarelli (l’ispettore Coliandro), Gianni Biondillo (l’ispettore Ferraro), Luigi Guicciardi (il commissario Cataldo), Marco Malvaldi (i vecchietti del BarLume) e gli ultimi epigoni come Andrea Manzini (con il suo Rocco Schiavone). Bordelli ha alcune qualità “diverse” che tuttavia lo rendono unico. Le sue gesta, se così si può dire, si svolgono nella Firenze della metà degli Anni Sessanta, tra il boom economico e l’alluvione. Un personaggio tormentato ogni oltre dire, che negli ultimi scritti, tuttavia, abbiamo visto andare incartandosi in momenti difficili e molto più grandi di una semplice inchiesta. Infatti, durante l’alluvione del 1966, Bordelli è alle prese con un caso che lo ha duramente provato per le implicazioni personali che ha portato con sé. La depravazione e la crudeltà si sono mescolate in modo inaudito e sono arrivate a colpirlo nei suoi affetti più cari, tanto da spingerlo a lasciare la polizia e trasferirsi all’Impruneta. Nel frattempo ha trovato il modo di farsi giustizia da solo, tentando di chiudere il conto con la malvagità, ma non con il dolore che lo ha colpito e che lo segnerà per tutta la vita. E tra la casa nel bosco e la città, è sempre circondato dalla solita allegra compagnia, che gli fa da pendant, ma che gli dà anche agio di infiorettare lo scritto di tante piccole micro-storie. Ci sono l’ex prostituta Rosa; lo scassinatore e mago dei fornelli detto il Botta; il dottor Diotivede; il bizzarro «Archimede pitagorico» Dante. Sempre vicino inoltre il suo più fido collaboratore, il giovanissimo poliziotto sardo, Piras, che Bordelli tratta come il figlio che non ha mai avuto, capace di osservazioni acute e silenziose congetture. Sarà lui il braccio destro del commissario in questa nuova indagine, anche se l’indagine, in sé, è solo un momento, breve e diluito nel tempo, del progredire della storia di vita di Bordelli. Che nelle more del romanzo incontra anche un suo vecchio sodale, incrociato in brevi momenti precedenti, e protagonista delle storie del grande amico di Vichi, Leonardo Gori. Ritroviamo infatti anche il colonnello dei carabinieri Bruno Arcieri, che in un incidente d'auto ha rischiato la vita. Incidente forse non fortuito, ma che lo aiuta nella vita, dato che in Ospedale incontra la sua vecchia fiamma Elena. Ed uno strano ragazzo che fugge da potenti nemici, che tuttavia lo raggiungono per ucciderlo. Per scoprire chi è questo assassino, Arcieri torna a Firenze nelle vesti di un barbone, per destare meno sospetti: in queste misere vesti viene riconosciuto da Bordelli che lo ospiterà a casa sua, sulle colline dell'Impruneta, portando avanti un duetto a due voci, sulla vita e sull’onestà. Perché Bordelli, ora, è alle prese con i suoi fantasmi: l’amore di una donna perso forse per sempre, ma che è continuamente nei suoi pensieri (si incontreranno di nuovo nelle ultime pagine, per poi… ma forse sarà un nuovo romanzo). Ma anche le sue vicende durante la guerra, i tedeschi che ha ucciso o ha visto morire. Non ultima la madre che ogni tanto gli appare in sogno. Il tutto mentre cerca di risolvere il giallo della morte di un noto imprenditore, vedovo di mezza età, Antonio Migliorini. Trovato morto nella sua bellissima villa sulle colline fiorentine, il corpo accasciato sulla sedia del suo studio, la cassaforte aperta, il ventre attraversato da un fioretto, staccato da una teca appesa al muro. Migliorini è un uomo tranquillo, ricco e generoso. I suoi figli sono alla guida delle due società che ha fondato, la sua casa è amministrata da servitori fedeli. Ma Bordelli non si tira indietro, e scava anche nel passato di Migliorini. La morte della prima moglie, le frequentazioni con una donna sposata, l’atteggiamento tra il coinvolto e lo sconvolto della cognata Clara. Ci sono tante donne anche in questa storia, e Bordelli non si tira certo indietro. Pur avendo sempre Eleonora in fondo ai pensieri, lo vediamo, stancamente, ma senza tema alcuna, girar di letto in letto. Con Justine, con Clara. Alla fine, complice un’osservazione di Piras sui motivi di lasciar aperta una finestra, il delitto Migliorini è risolto. Non senza qualche tormento che vi lascio leggere. Come vi lascio leggere tutte le storie di contorno al filone principale, le storie che Bordelli ed i suoi amici si narrano intorno al fuoco ed al buon cibo. Se dovessi solo pensare al giallo, non mi ha entusiasmato gran che. Ma è tutto il complesso mondo che ci ricostruisce Vichi che è piacevole da ripercorrere (come ritorno ai miei quindici anni, ovvio). Nonché, per finire, alcune belle righe poetiche sparse qua e là, dovute alla penna di Paola Cannas, poetessa e madre di Vichi. Belli e dolenti come in questo brano tratto da “Autunno in Toscana”: E lentamente il sole inonda la campagna / in questo autunno dolce come allora. / E i secoli son nulla. Aspettiamo il prossimo libro, Marco.
“Era già passato più di un anno da quella brutta notte. Non ricordava il giorno preciso, ma … si ricordava ogni particolare, ogni frase.” (52)
“Molte … donne lo avevano stregato, a tutte le età, anche adesso che era … in pensione.” (52)
“Aveva baciato Juliette, era sensibile al fascino di Clara, si incantava a guardare le donne per strada… Allora come mai non riusciva a dimenticare…?” (245)
“Fare i regali era come innamorarsi a prima vista, ci voleva un colpo di fulmine.” (254)
“Era un bellissimo ricordo, ma adesso la cosa più sana era voltare pagina… Non voleva più pensare a lei… Ci voleva … Una creatura affascinante, dolcissima, capace di farlo sentire addirittura bello.” (403)
Bruno Morchio “Un conto aperto con la morte” Garzanti euro 9,90 (in realtà, scontato a 8,42 euro)
[A: 21/09/2016 – I: 19/09/2017 – T: 20/09/2017] - &&&
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 201; anno 2014]
C’è voluto un anno e mezzo per risollevarsi dalla saturazione delle avventure genovese di Bacci Pagano, l’investigatore dei carruggi. Ma forse ne valeva la pena, che, prese un po’ le distanze, si torna con piacere su fatti e personaggi noti. In un libro che, tuttavia, non è propriamente un “giallo” classico, anche se Morchio ha sempre scritto gialli atipici. Ma da bravo inventore di storie, imbastisce una trama che ha un senso e delle trovate interessanti. Anche se non l’avevo detto, il capitolo precedente si era chiuso con Pagano colpito da un colpo di pistola, da cui non si sapeva se ne usciva vivo. Ricordando che tutte le sue storie, Bacci ce le narra in prima persona, l’autore si trova di fronte ad un dilemma. Se anche questo nuovo episodio è narrato da Bacci, il lettore capisce già molte cose. Ecco allora un colpo geniale: Bacci è ferito, ha una pallottola nel cranio e potrebbe morire da un momento all’altro. Il suo amico Cesare, quello che nel precedente episodio era stato eletto senatore, ed aveva mosso mari e monti per risolvere alcuni (grossi) sassolini del suo passato chiede ad uno scrittore di scrivere qualche storia di tutte quelle vissute da Bacci. Entra così in scena l’onesto scrittore di noir genovesi, alter ego di Morchio, dal nome evocativo di Gian Claudio Vasco. Perché i cultori capiscono subito il riferimento al narratore di Marsiglia (Jean-Claude Izzo) ed a quello di Barcellona (Manuel Vazquez Montalban). Vasco e Pagano si incontrano, trovano qualche terreno comune, ma non di una storia a caso si andrà a scrivere, ma della storia che si sta svolgendo, alla ricerca dei motivi e degli autori del quasi omicidio dello stesso Pagano. Tuttavia i due non si conoscono, e la capacità affabulatoria dell’uso discorsivo, permette a Morchio, nel tentativo di Bacci di far capire sé stesso e le sue motivazioni di vita, di descrivere tutta una serie di capitoli della vita di Bacci. Praticamente, una bella parte del libro è quasi una serie di piccoli mini-riassunti di tutti i libri precedenti. Che ci permettono di tornare all’amore tra Bacci e la moglie, all’infanzia della loro figlia Aglaja, alla rottura tra i due, agli amori “matti e disperatissimi” di Bacci. Soprattutto quello mal finito con l’africana Josephine e quello finito perché la fiamma si è spenta con la psicologa Mara, quello che lo aveva chiamato “analfabeta dei sentimenti”. Il rapporto sodale con l’ex-carceriere sardo, quello sempre vivo e forte con il poliziotto Petrusiello o con l’avvocato Gina Aliprandi. Ma tutto si coagula e collassa nella vicenda precedente e nei suoi strascichi attuali. Vicenda che vedeva coinvolti in prima persona Cesare, il paladino ambientalista, e Gianni, l’architetto trafficone. Vicenda che era finita con la confessione di Gianni di essere lui l’assassino di Amalia, l’allora fidanzata segreta di Cesare. Al momento attuale, quindi, abbiamo Cesare sposato con Katia, direi passabilmente, anche se Cesare ha come amante più o meno fissa Lou, la sorella di Amalia. Gianni in carcere in attesa di processo. Bacci costretto in casa e con poca mobilità, che la pallottola può muoversi all’improvviso e lui lasciarci le penne prima dell’intervento che lo aspetta in America. Ragionando e discutendo, Bacci e Vasco sono sempre più convinti che la storia di Amalia non sia tutta chiarita, e che non ci siano mafiosi o altri loschi figuri dietro le pistolettate a Pagano. Rivivranno, discutendone tra loro, parlando Vasco in carcere con Gianni, e poi in casa con Cesare, a lungo la famosa notte. Quella in cui Cesare, Gianni e Bacci si strafanno di alcool e canne per festeggiare l’uscita dal carcere di Bacci. Quella in cui arriva all’improvviso Amalia, che Cesare chiede a Gianni di riaccompagnare a casa. Quella in cui Gianni uccide Amalia. Dalle parole di Gianni poi si capisce del suo odio-amore verso Cesare, da cui si sente tradito. In una confessione dal tragico epilogo, Gianni dichiara a Bacci che è stato Cesare il mandante dell’omicidio di Amalia, e che c’è sempre Cesare dietro la sparatoria per la quale Bacci patisce. E che sì, è sempre stato lui, Gianni a sparargli. Poi, si uccide anche lui. Nella lunga carrellata finale, Bacci e Vasco ricostruiscono tutta la vicenda, di cui non vi svelo altro. Ma Bacci, verso metà libro, ci aveva già indirizzato alla soluzione, mettendosi a rileggere i fratelli Karamazov. Che se voi conoscete avete già capito tutto. Molta psicologia umana, e poco giallo, e quel poco, un po’ troppo scoperto. Ma rimangono le belle figure di contorno. Soprattutto Aglaja, da cui mi aspetto di più nel futuro. Ma anche Vasco ha un suo perché. Finendo il tutto con la partenza di Bacci per l’America. Tornerà sopra o sotto lo scudo? Spero che lo sapremo in futuro. Per ora, una lettura dignitosa, sufficiente come i miei librini mostrano. Io però sono sempre un po’ critico, e mi aspetto di più da Morchio.
“Quando ho cominciato a sentire che si allontanava, ho preso a tradirla con altre donne, tutte quelle verso cui provavo attrazione e che mi ricambiavano.” (61)
“Arriva, prima o poi, un’età della vita in cui si smette di essere bambini.” (83)
Visto che siamo in tema di ritorno alla normale routine di scrittura, non poteva certo mancare un potente aiuto alla felicità, con il primo di alcuni (anche se pochi) distillati di passione.
Non aggiungo altro, che sapete il difficile momento che sto attraversando, di cui non si vedono orizzonti d’approdo vicino. Continuate a sostenermi, che tutti se ne ha bisogno. 

I LIBRI CHE CI AIUTANO A VIVERE FELICI di Giulia Fiore Coltellacci con i commenti di Giovanni

NOVEMBRE 2017
Avevamo cominciato con le terapie d’amore per ristabilire il cuore, proseguiamo con i distillati di passione per infiammare l’animo.

DISTILLATI DI PASSIONE (I)

L’AMANTE DI LADY CHATTERLEY di DAVID H. LAWRENCE (1928)

Pillole di trama
Giovane rampolla di una famiglia progressista, dopo aver viaggio per l’Europa facendosi una notevole cultura, anche sessuale, Constance sposa Clifford Chatterley, proprietario terriero con velleità di scrittore (mancato). Dopo neanche un mese di matrimonio, Clifford viene chiamato sotto le armi e al ritorno dalla Grande Guerra è costretto su una sedia a rotelle. Il matrimonio rivela subito la sua inconsistenza: Lady Chatterley è uno spirito troppo indipendente e forte per accettare di rimanere paralizzata in un rapporto incapace di appagarla, sottomessa a un marito debole di carattere e impotente, in tutti i sensi, anche affettivamente. Dopo una prima e poco soddisfacente relazione con l’incostante Michaelis. Connie s’innamora del virile, orgoglioso e fascinoso guardacaccia Oliver Mellors. In questo rapporto trova un’insperata vitalità e rinasce a nuova vita, anzi concepisce una nuova vita: rimasta incinta, sfida coraggiosamente le convenzioni sociali lasciando marito e agi, pronta a tutto per vivere pienamente una relazione sincera basata su un’intesa di amorosi sensi, passione e tenerezza.
Supposta-saggezza
Scandaloso, oltraggioso, scabroso! Vietato, proibito, bandito messo all’indice! Siamo a Roma ai tempi dell’Inquisizione? No, siamo nella perbenista Inghilterra alla fine degli anni Venti. David H. Lawrence pubblicò “L’amante di Lady Chatterley” nel 1928, ma solo nel 1960 il suo autore venne scagionato dalle accuse di oscenità e il libro poté essere liberamente letto in patria come già accadeva nel resto del mondo (nella liberale America, però, solo dal ’59). Se cercate le motivazioni dello scandalo nelle minuziose descrizioni degli amplessi amorosi della spregiudicata Lady Chatterley e dei suoi amanti, non potrete che sorridere esterrefatti. Lawrence scende nei particolari, non c’è dubbio, ma siamo abituati a ben altro in tempi in cui è quasi più indecente parlare d’amore che di sesso. Senza contare che la sua prosa è talmente colta e raffinata da trasformare in grande letteratura anche la situazione più scabrosa. Ciò che all’epoca fece giudicare il romanzo pornografico e pericoloso per l’ordine costituito, fu proprio la stessa portata rivoluzionaria che ancora oggi ne decreta il successo e la modernità. Lawrence non solo ha descritto ciò che di solito era sottinteso, mostrato fuori dalla scena perché osceno, ma è sceso nei particolari indugiando sui dettagli più erotici proprio perché voleva rivendicare l’importanza dell’intesa sessuale in una relazione amorosa, un rapporto paritario concepito come fusione di carne e spirito. E, cosa ancora più oltraggiosa, rivendicando il diritto della donna di provare piacere fisico, la rendeva finalmente protagonista dell’atto sessuale e non più oggetto del divertimento maschile o mero strumento di procreazione. Come se non bastasse, non solo Connie rifiuta la secolare sottomissione sessuale femminile, ma si apre anche a una visione interclassista scegliendo come amante un uomo socialmente inferiore. Non ci sarebbe stato niente di strano se quella tra la Lady e il guardacaccia fosse stata una scappatella clandestina, ma Connie sceglie di rinunciare a tutti i privilegi del suo status sociale per ufficializzare questa relazione e viverla alla luce del sole (anche se nelle Midlands, nel cuore dell'Inghilterra industriale dove si svolge la storia, il sole non sanno neanche cosa sia, tra cieli piovosi e case annerite dal carbone). Scandalo!!! Rifiuta il ruolo di moglie tradizione; rivendica in pubblico il diritto di conoscere sessualità e affetto. Ma non è una Lady annoiata e insoddisfatta che cerca nell’adulterio un’evasione dalla routine matrimoniale (come Emma Bovary), non è l’equivalente odierno della casalinga disperata che si butta sul giardiniere, il corrispettivo moderno del guardacaccia. Non è neanche l’aristocratica in cerca di divertimenti piccanti e bramosa di relazioni pericolose. Connie è emancipata e insofferente più che annoiata. Inquieta ma determinata, il suo non è un capriccio ma un bisogno sentito come un diritto, quello di amare ed essere amata con passione e tenerezza, godendo appieno di un rapporto vero e carnale. Tutte cose che suo marito non può darle, non solo perché fisicamente impotente, ma in quanto assolutamente incapace di comprendere le sue pulsioni vitali. A Connie non basta l'affinità intellettuale perché un rapporto sia completo, ha bisogno anche di emozione ed empatia, di un amplesso di sentimenti che dalla testa arriva ai lombi, passando rigorosamente per il cuore. Ne è la riprova la rottura con il primo amante, Michaelis, che la soddisfa sessualmente ma non emotivamente. Ad appagarla in tutto e per tutto è l’insospettabile Oliver Mellors. Ha un carattere ruvido, orgoglioso e schietto, senza peli sulla lingua, usa un linguaggio poco forbito, ma è un uomo vero. E con questo non intendo un macho dominatore, ma un «uomo che ha il coraggio della propria tenerezza». E questa è una conquista epocale per il genere maschile così come il piacere sessuale lo è per quello femminile. Mellors è un dipendente, ma con un servo. Non è un intellettuale, ma un uomo libero di testa che si ribella alle convenzioni, l’arrampicamento sociale e il potere del dio denaro. Insomma, i requisiti ce li ha tutti: è affascinante, prestante, tenero, integro e convinto delle proprie idee. Non è ecco, come Christian Grey di “Cinquanta sfumature di grigio”, ma la perfezione non esiste nei romanzi veri.
Tacciato d’oltraggio al pudore per il suo contenuto erotico, forse a spaventare fu proprio la portata sociale del romanzo, il suo dar voce alla ribellione dei più deboli, le donne e i poveri (sullo sfondo rumoreggiano i primi tumulti delle lotte di classe). A quell’epoca la pensavano più o meno tutti come Clifford Chatterley, che avrebbe potuto chiudere un occhio se sua moglie lo avesse tradito con uomo di pari grado, ma con un dipendente proprio no. Anche l’Inghilterra avrebbe potuto chiudere un occhio, ma David H. Lawrence gli occhi voleva farli aprire.
Nel saggio “A proposito di L'amante di Lady Chatterley”, l’autore scrive che uomini e donne dovrebbero essere «in grado di pensare il sesso pienamente, completamente, onestamente e pulitamente». Ecco perché nel romanzo la passione si ammanta di tenerezza e non di oscenità, l’eros diventa amore e condivisione alla pari. Ciò che all’epoca destò scalpore è ciò che ancora oggi rende attuale il romanzo, soprattutto alla luce dei recenti casi erotico-editoriali come le “Cinquanta sfumature”: l’idea che uomo e donna siano uguali, nella vita e sotto le lenzuola. Non ci sono dominatori e sottomessi, ma solo amanti e parità sessuale, in tutte le sfumature del termine.
Posologia
“L’amante di Lady Chatterley” è un rimedio senza data di scadenza in casi di anemie erotiche e urgente necessità di compensare le suddette carenze con amplessi di passione letteraria. Allo stesso tempo svolge un’azione benefica contro i primi sintomi di tendenza patologica alla sottomissione, sia intellettuale che sessuale. È indicato anche per rafforzare le difese immunitarie e produrre gli anticorpi necessari per vivere una relazione al di là delle differenze e delle convenzioni sociali.
Nelle donne favorisce il ripristino della fiducia nell’esistenza di uomini che, come Oliver Mellors, abbiano il coraggio della propria tenerezza.
Fin dalle prime righe, il trattamento rivela il suo beneficio maggiore: «La nostra è un’epoca fondamentalmente tragica, anche se ci rifiutiamo di considerarla tale. Il cataclisma c’è stato, siamo tra le rovine, ma cominciamo a costruire nuovi piccoli habitat, a riavere nuove piccole speranze. È un compito non facile; la strada verso il futuro è piena di ostacoli che dobbiamo aggirare, scavalcare. Si deve continuare a vivere, anche se il cielo ci è caduto addosso. Queste erano, più o meno, le sensazioni di Constance Chatterley. La guerra le aveva fatto crollare il mondo in testa. E lei aveva compreso che imparando si sopravvive». Nessuno può negare che anche la nostra epoca sia tragica e che viviamo tutti con la perenne sensazione che il cielo ci piombi addosso, ma imparando si sopravvive. Anche imparando dai libri, piccoli habitat dove coltivare nuove speranze.
D’altra parte Lawrence diceva che «i libri sono la cura per ogni malessere, ci mostrano le nostre emozioni, una volta, e poi ancora una, finché non riusciamo a dominarle».
Effetti collaterali
In alcuni rari casi è emerso che, contagiate dall’intraprendenza di Connie, le lettrici potrebbero meditare una relazione con il giardiniere. Oppure, finalmente persuase del diritto di esprimere liberamente il proprio desiderio sessuale rivendicando il piacere che ne deriva, potrebbero passare dal ruolo di sottomessa, come Anastasia delle “Cinquanta sfumature”, a quello di libertina dominatrice della marchesa Merteuil di “Le relazioni pericolose”. In questo caso c’è il rischio di commettere l’errore del perfido personaggio del romanzo di Pierre Choderlos de Laclos che, per sentirsi libera e «vendicare il suo sesso», sceglie di imitare l’atteggiamento dominatore dell’uomo, arrivando così a distruggere volontariamente la vita degli altri ma anche la sua. Se si legge con attenzione “L’amante di Lady Chatterley”, questo effetto collaterale piuttosto nocivo non dovrebbe verificarsi perché, tra la sottomissione sessuale di Anastasia e il libertinaggio intellettuale della marchesa, la battaglia consapevole di Connie per il sesso e la tenerezza ha un maggiore potere di contagio.
Consigli
Se le vostre effettive esigenze individuali necessitano di ulteriori dettagli erotici e piccanti, continuate a stuzzicare la fantasia approfondendo le succulente storie riguardanti la genesi del romanzo. Lawrence concluse la prima stesura durante un soggiorno in Toscana, dove il libro fu pubblicato nel 1928. Secondo alcuni gossip, a ispirare le focose avventure di Lady Connie è stata l’esperienza personale dello scrittore quando, venuto in Italia per curare un brutto attacco di tisi che lo aveva reso impotente, spinse l’avvenente moglie Frieda tra le braccia dell’aitante tenente colonnello dei bersaglieri Angelo Ravagli. Secondo altre indiscrezioni, all’origine del più classico dei classici della letterata erotica, ci sarebbero altre focose situazioni. Curiosi? A voi il brivido della scoperta.
Proprio quando negli anni Sessanta “L’amante di Lady Chatterley” poté finalmente essere letto in Inghilterra, in Irlanda un altro libro veniva bruciato sui sagrati delle chiese perché giudicato oltraggioso. Anche in questo caso la tematica sessuale era la pietra dello scandalo e l’aggravante era il sesso dell’autore, una donna: Edna O’Brien. “Ragazze di campagna” destò scalpore perché parlava esplicitamente di sesso ma per come siamo abitati noi oggi non c’è niente di scabroso, lussurioso o indecente (a meno che non consideriate scandalosa la descrizione di una scena di sesso, i dettagli anatomici di un corpo maschile o una relazione tra una ragazza e un uomo maturo. Ma in questo caso avete sbagliato sezione). Le “Ragazze di campagna” sono Baba e Caithleen. Piene di sogni e desiderose di assaporare la vita, una volta cacciate dal collegio si trasferiscono a Dublino. Per le due amiche le esperienze non mancheranno e scopriranno il sapore, ma anche il prezzo, della libertà. Se ne consiglia la lettura non tanto per indurre brividi di passione erotica ma letteraria, riscoprendo una scrittrice dalla penna potentissima.

Commenti

Per anni avevo rimandato la lettura di Lawrence, un po’ per noia, e un po’ per distrazione. Ma leggendolo più di sei anni fa, ne colsi gli aspetti migliori, come vedrete nella lettura.
David Herbert Lawrence “L'amante di Lady Chatterley” Repubblica Novecento euro 4,90
[trama pubblicata il 31 luglio 2011]
Un altro classicissimo finalmente letto tutto. Molto datato in alcuni punti. Ma alla fine si legge e dà alcuni spunti. Anzi, andrebbe comunque letto. Infatti, se da una parte è un libro polemico contro l’aristocrazia inglese ed il suo vuoto mondo di privilegi che stanno finendo (ma non risparmia nessuno, certo non i minatori e la classe lavoratrice in genere, ma su questo ci si ritorna), dall’altro alcune pagine “di sesso” sono poetiche e delicate. Ma come, direte, un libro che veniva censurato per la sua volgarità ed il suo esplicito parlare? Prima di tutto, sono passati novanta anni, e ben altro esplicito parlare abbiamo dovuto sorbire. Lawrence anzi è poetico con le sue infuocate scene di sesso, per poi scivolare nel climax delle chiacchiere intorno a John Thomas e Lady Jane (che non sono il nome dei due protagonisti, che si chiamano Oliver e Constance, ma …). Secondo poi, veniva censurato con la scusa del sesso, ma in realtà perché era un libro che metteva in crisi i rapporti tra le classi sociali. Come, una Lady che si innamora di un guardiacaccia, e per questo amore sfida il mondo immoto della caccia alla volpe e del tè delle cinque! Questo sì che non si doveva vedere. Anche perché le prime 100 pagine sono quelle che con più forza attaccano il mondo dei lord. Una per tutte, la scena degli aristocratici che parlano a ruota libera un dopo cena, anche di funzioni corporali, ma quando Connie interviene hanno un modo di fastidio, che mi ricorda tanto le scene nordafricane con il maschilista che rivolgendosi all’unica donna che sapeva parlare inglese (e che gli teneva testa) l’apostrofa con uno “Shut up, woman!”. Stessa sensibilità ad un secolo di distanza. Certo, Lawrence non è cattivo fino in fondo, che Oliver comunque ha fatto il soldato, sa parlare bene inglese, in un certo senso “conosce le buone maniere”. Non è soltanto un “buzzurro con il sesso caliente”. In questo contesto, un po’ cadenti tutte le lunghe pagine dedicate alle miniere, al carbone, allo sviluppo industriale, ed altro “politichese”, che, queste sì, hanno fatto il loro tempo e sono datate. Ma anche l’altro versante ha il suo interesse, i tormenti di Oliver verso l’altro sesso (e le sue pippe mentali, diciamocelo pure), la progressiva emancipazione di Constance (che intanto, benché Lady, aveva già avuto esperienze sessuali prima della Grande Guerra, ed anche questo faceva scandalo), ed i due contraltari: la finta liberale sorella Hilda, che non accetta il liberarsi della sorella, e la signora Bolton, che non vede l’ora che Constance se ne vada per trovare un suo spazio ancillo-infermiero-erotico presso il povero Clifford, paralizzato dalla vita in giù. E comunque ci vuole del coraggio a sostenere nel 1928 che anche la donna deve provare piacere nell’atto sessuale. E che quando si fa sesso, lo si fa in due ed entrambi devono partecipare, godere, comunicare. Un passo enorme all’epoca. Quindi un buon libro, con qualche punto in più per l’inquadratura storica (e quanto di auto-vissuto c’è in tutto ciò scritto dal figlio di un minatore che sposa una baronessa…), e qualche punto in meno che (e qui ritorna un altro mio pallino) Lawrence in ogni caso maschio è, e se partecipa e riesce a render vivi i problemi di Oliver verso l’altro sesso, meno mi convince quando cerca di spiegare il sentire di Constance (forse solo sulla dolcezza che in ogni caso deve esserci tra due amanti coglie un segno comune). E gli ultimi segni negativi, perché non dico dipinga un lieto fine, ma ha verso la fine un atteggiamento un po’ conciliatorio, lasciando molte cose in sospeso così che ognuno scriverà il seguito della storia, da dove lui ci lascia, secondo le proprie visioni pessimiste o ottimiste. Due annotazioni finali: l’ottimo editor, che ha giustamente messo le note con le poesie inglesi citate da Lawrence, perché ha lasciato non indicato a pag.204 l’esplicita citazione di Walt Whitman? E poi, la parte più sanguigna ma anche più tenera dell’amore tra Oliver e Connie è scritta in dialetto, e la sua traduzione in italiano risulta quanto mai “fuorviante”. Ma si sa, con Eco, tradurre è tradire… 
“Se la civiltà vuol farci del bene, deve aiutarci a dimenticare i nostri corpi, e allora il tempo scorrerà piacevolmente.” (84)
“-Non potresti vivere senza lavorare? –Io? Forse sì, se intendi vivere solo della mia pensione. Sì, forse sì. Ma io devo lavorare, se no muoio. Voglio dire, ho bisogno di avere qualcosa che mi tenga occupato. E non ho il carattere giusto per un’occupazione in proprio. Deve essere un lavoro che svolgo per qualcun altro, se no, in un momento di rabbia, poteri mandare tutto all’aria nel giro di un mese.” (186)
“Quello che non sopporto è l’impudenza idiota, autoritaria di coloro che governano il mondo. Io odio l’arroganza del denaro e quella di classe. Quindi, in questo tipo di mondo, che cos’ho da offrire a una donna?” (308)
“Una donna vuole che tu l’apprezzi e che tu le parli … e, allo stesso tempo, che tu la ami e che tu la desideri… mi sembra che le due cose si escludano a vicenda.” (63)
“La solitudine andava accettata. Bisognava conviverci …e i momenti in cui il vuoto si colmava erano da apprezzare. Ma non li si poteva forzare.” (161)

Finalino

Aderisco al messaggio della curatrice, chiedendovi anche di andare a leggere il saggio di Lawrence citato. Da meditare, in questi giorni in cui si parla tanto (e con ragione) di femminicidio e di riscatto delle donne.

Nessun commento:

Posta un commento